Carrie: la serie tv horror di Mike Flanagan

Carrie, la serie TV diretta da Mike Flanagan, adattamento del romanzo di Stephen King: Thriller paranormale e noir psicologico
Carrie: la serie tv horror di Mike Flanagan
Carrie: la serie tv horror di Mike Flanagan

Il fuoco restituisce lo sguardo (di Carrie) e la fragilità si fa riscatto

L’autunno ha i suoi rituali: giornate che si accorciano, luce obliqua …. È la stagione giusta per Carrie, otto episodi su Amazon Prime Video che non temo di chiamare capolavoro: thriller paranormale e noir psicologico, intinti nella atmosfera darkness anni ‘80 di Stranger Things, ma con una ferita più antica e profonda e contestualizzata indubbiamente agli anni 2000.

Il terreno è tracciato dalle ossessioni di Stephen King, e Mike Flanagan, regista, sceneggiatore e ora anima del progetto, accetta una doppia sfida: il romanzo del 1974 e l’ombra lunga del film di Brian De Palma del 1976, seguito da rifacimenti trascurabili. Non è un artigiano, è un chirurgo dell’invisibile. Sa che empatia, crudeltà e bullismo oggi pesano di più, in un mondo dove la tecnologia amplifica ogni sguardo e ogni umiliazione.

La trama

L’ossatura resta. Dopo la morte del padre, Carrie White, cresciuta nell’isolamento di una famiglia fanatico-religiosa, approda al liceo. Ingenua, diventa bersaglio dei compagni, mentre in lei emergono poteri telecinetici che attirano misteriosi individui. Accanto a Carrie, la madre Margaret, croce e delizia, rifugio e catena di una giovinezza soffocata dai rituali da cui fuggire per arrivare a una festa tra coetanei.

Rabbia repressa, ingiustizia adolescenziale, potere

Cambiano personaggi e dettagli, ma gli snodi essenziali restano. Il vero scarto è emotivo. Gli effetti speciali non sovrastano mai il battito: rabbia repressa, ingiustizia adolescenziale, potere come unica via di fuga appartengono a tutti, giovani e meno giovani.

La regia scava nelle pieghe del sentimento, la colonna sonora (Flock of Seagulls, Agnes Obel e altri) accarezza e ferisce, la fotografia scolpisce il buio come materia: tra le più eleganti degli ultimi anni. È una poetica della darkness che cerca pace attraverso le fiamme, con finali imprevedibili che non sveleremo.

E poi lei, la ventiduenne Summer H. Howell, che regge da sola l’intera architettura: grazia e dolcezza che diventano due occhi, dall’emarginazione al fuoco del riscatto. Un volto simbolo degli anni ‘20, alla pari di Millie Bobby Brown.

Tutto, alla fine, converge in uno sguardo. Carrie non incendia il mondo: gli restituisce ciò che ha ricevuto. Guardatela a luci spente, e chiedetevi in quale stanza della vita avete smesso di difendervi. Chiedetevi se il fuoco, dentro di voi, sia davvero spento, o stia solo aspettando di essere guardato.

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