Umanizzare gli animali in pubblicità: è amore o mancanza di rispetto?

Gli animali in pubblicità "fanno vendere", ma l’umanizzazione e la loro trasformazione in modello a servizio del prodotto è rispettoso?
Umanizzare gli animali in pubblicità: è amore o mancanza di rispetto?
Umanizzare gli animali in pubblicità: è amore o mancanza di rispetto?

Sono belli, simpatici, teneri. E attirano l’attenzione. Nella pubblicità gli animali funzionano benissimo: basta un cane con le orecchie abbassate, un gatto che guarda in macchina o un cucciolo per catturare immediatamente lo sguardo.

Gli animali “fanno vendere”.

Una recente pubblicità ritrae dei cani con gli occhiali da sole, un asciugamano avvolto intorno alla testa e una collana di perle. Sullo sfondo, una lussuosa spa; davanti a loro, flaconi, creme e prodotti per la cura del corpo. L’immagine strappa un sorriso, ma c’è un ma.

Un conto è raccontare, attraverso un animale, il rapporto affettivo che abbiamo con lui; un altro è trasformarlo in un elemento decorativo, in un accessorio, in una sorta di modello al servizio del prodotto.

Umanizzare gli animali: il fenomeno dell’antropomorfizzazione

Qui entra in gioco l’antropomorfizzazione: attribuire agli animali comportamenti, desideri e caratteristiche tipicamente umani. È un fenomeno comprensibile, soprattutto nei confronti degli animali con cui condividiamo la vita, ma che può diventare problematico quando ci fa dimenticare che un cane non è un piccolo essere umano a quattro zampe.

Non significa, ovviamente, che ogni animale presente in una pubblicità sia automaticamente sfruttato. Una campagna può raccontare positivamente la relazione fra persone e animali, promuovere una corretta cura del cane o sensibilizzare sul loro benessere.

Il punto è chiedersi: ciò che stiamo rappresentando corrisponde ai bisogni dell’animale o esclusivamente ai nostri desideri e al nostro immaginario?

«Essere così coinvolti nelle dinamiche familiari e negli stili di vita pensati per gli esseri umani comporta da parte dei nostri pet uno sforzo adattativo notevole», osserva il medico veterinario comportamentalista Alberto Perini, specialista in etologia e benessere animale.

L’Enpa: no alla riduzione dell’animale a mascotte o a caricatura

In un recente documento, l’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali) osserva come nella pubblicità e nei social un linguaggio apparentemente affettuoso possa scivolare nell’infantilizzazione e nella riduzione dell’animale a mascotte. L’associazione invita a riconoscerne invece l’individualità e sottolinea che anche l’ironia è possibile, purché non trasformi l’animale in un oggetto o in una caricatura.

È una distinzione importante, perché amare gli animali non significa necessariamente umanizzarli. Anzi, significa proprio il contrario: imparare a riconoscerli per quello che sono.

Un cane non ha bisogno di una giornata in una spa perché noi possiamo immaginarlo come il cliente di un centro benessere. Ha bisogno di poter esprimere i propri comportamenti naturali: sentirsi sicuro, avere relazioni equilibrate, fare movimento, esplorare, riposare e ricevere cure adeguate.

Insomma: se gli animali vengono usati per vendere prodotti, è importante che la pubblicità non ci faccia dimenticare una cosa fondamentale: non sono prodotti, sono esseri viventi. E quando la pubblicità contribuisce a farcelo ricordare, è davvero una buona pubblicità.

Carletto è un’esplosione di energia!

È un bellissimo mix maremmano. Ha poco più di un anno e ha bisogno di fare tanto movimento.

Buono e affettuoso ma con le caratteristiche del maremmano, quindi non un cane per tutti. Va d’accordo con le femmine e in linea di massima anche con quasi tutti i cani maschi, dipende come si pongono.

Il rifugio gli sta stretto, in quanto non riesce a sfogarsi come dovrebbe: è un gran peccato che cresca lì!

Venite a conoscerlo!

Per informazioni su Carletto:
tel. 347.5486359 – email: vivianadlzdue@gmail.com

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