Un Pride, molte polemiche. Intervista a Roberto Muzzetta

Costi, sponsor, defezioni, movida, questione palestinese, anche quest'anno il Milano Pride suscita polemiche, Roberto Muzzetta vicepresidente di Arcigay non si tira indietro e risponde senza sconti su ogni tema
Milano Pride 2025
Milano Pride 2025.

Ogni anno, nelle due settimane prima della parata, il Milano Pride finisce sotto accusa. Quest’anno l’appuntamento è per il 27 giugno e le polemiche sono più del solito: sponsor, accessibilità, Palestina, movida… Alcune associazioni e diversi locali hanno annunciato che non sfileranno. Ne ho parlato con Roberto Muzzetta, vicepresidente di Arcigay Milano e tra gli organizzatori storici della manifestazione, che il 27 giugno porterà in strada il corteo principale.

Quest’anno le polemiche sembrano più accese degli altri anni. Te le aspettavi?

«Sì, ce le aspettiamo sempre. Il Pride ormai, in tutto l’Occidente, è diventato l’occasione per sollevare qualsiasi questione e attirare attenzione. Io la chiamo il Black Friday della polemica: la settimana prima dell’evento tutti accorrono a contestare qualcosa, perché sanno che in quel momento qualcuno li ascolterà. Non significa che le critiche siano false o pretestuose. Significa che il momento in cui escono, e il modo, spesso da slogan, servono soprattutto a farsi notare».

Una cosa però quest’anno mi ha colpito davvero: sono tanti quelli che hanno detto “noi il carro al Pride non lo portiamo”. Più del solito mi pare.

«Sì, forse, ma se guardi bene sono quasi tutte attività commerciali. E allora uno una domanda dovrebbe farsela: come mai delle attività commerciali, che peraltro hanno un valore sociale riconosciuto, a un certo punto decidono di boicottare apertamente il Pride? Le ragioni di ciascuno saranno diverse, per carità. Ma il fatto che a tirarsi indietro siano soprattutto dei locali, e non delle associazioni, secondo me dovrebbe far riflettere».

Aspetta però. Il Tempo del Futuro Perduto per me è un’associazione, non un’attività commerciale. Perché lo metti in quel gruppo?

«Perché al di là di come si definisce, quello che il Tempo organizza, in concomitanza con la festa musicale del Pride, è una serata dove si raccolgono fondi. Negli ultimi anni il Tempo del Futuro Perduto aveva sempre sfilato col carro. Quest’anno abbiamo scoperto che ha deciso di non venire e di organizzare un evento proprio in concomitanza con il Pride, dicendo che i ricavi andranno a una non meglio precisata causa palestinese. La nostra festa finale è gratuita, la loro serata immagino sia a pagamento. Quando l’iniziativa è quella, e ci guadagni qualcosa, per me siamo nel campo delle attività commerciali, comunque tu ti chiami. E qui mi faccio qualche domanda».

Milano Pride 2025
Milano Pride 2025.

E quindi qual è il sospetto?

«Lo dico con prudenza, ma a me sembra un’operazione quantomeno sospetta, per non dire cinica. Loro giustificano il boicottaggio sostenendo che Milano sarebbe un Pride sionista. Peccato che quest’anno abbiano sfilato a Roma, che sulla questione israelo-palestinese ha esattamente le nostre stesse posizioni. Non vengono a Milano, ma a Milano fanno una serata in concorrenza con il nostro concerto. Quando alcuni nostri volontari hanno chiesto, sotto i loro post, dove sarebbero finiti quei soldi, i commenti sono stati cancellati. Io credo che il giornalismo, davanti a queste cose, qualche domanda dovrebbe farsela».

Tu dici che Milano e Roma hanno la stessa posizione sulla questione israelo-palestinese. Qual è, di preciso? Diciamocela bene.

«È una posizione chiara: siamo stati tra i primissimi Pride a usare la parola genocidio nel documento politico parlando di Gaza, due anni fa. Abbiamo invitato un attivista palestinese a portare la sua testimonianza dal nostro palco. Per questo definirci sionisti è una falsità, oltretutto in malafede. Chi ci accusa dovrebbe semplicemente leggere quello che scriviamo».

Anche i locali storici di Porta Venezia hanno protestato.

«Si, ma ci tengo a distinguere, perché sono due approcci completamente diversi. I locali di Porta Venezia hanno sollevato una critica, magari anche con toni accesi, ma non hanno mai parlato di boicottaggio. Hanno chiesto attenzione, più alle associazioni che al Pride, su una questione concreta del quartiere. Noi l’abbiamo riconosciuta. Nel caso del Tempo del Futuro Perduto, invece, sulla buona fede dell’operazione mi sembra legittimo avere dei dubbi».

Perché la questione movida è così importante per la comunità LGBTQIA+? Non solo chi fa parte della comunità fa “serata”, perché p quindi così importante?

«Perché i luoghi di aggregazione della comunità sono storicamente luoghi che dovrebbero essere sicuri. È questa la specificità. Una persona etero può frequentare qualsiasi locale senza pensarci. Una persona LGBTQIA+ si sente più sicura in certi locali e in certi quartieri. Porta Venezia, negli ultimi anni, è stato il quartiere più riconoscibile da questo punto di vista. Ha un valore sociale, oltre che commerciale, che va tutelato. Poi è vero, e per fortuna, che Milano è cresciuta e oggi la comunità vive la città in modo più diffuso rispetto a dieci anni fa. Ma quel quartiere mantiene una sua funzione».

C’è poi il tema dell’accessibilità. In tanti dicono: ha ancora senso fare la parata alle tre del pomeriggio, a fine giugno, con questo caldo?

Il problema è strutturale, e lo riconosciamo. Il 95 per cento dei Pride nel mondo si fa a giugno. Se fossimo in Norvegia non ci sarebbe problema, ma siamo a Milano, e da due anni becchiamo puntualmente la giornata più calda. Spostare il Pride in un mese più fresco è una questione vera, da affrontare seriamente.

Quest’anno l’accorgimento che abbiamo preso è ritardare la partenza di una mezz’ora rispetto all’anno scorso (si parte alle 16  – NdR.), così che quando si arriva all’arco il sole sia già un po’ calato. È un palliativo, lo sappiamo. Ma sull’accessibilità ci lavoriamo da anni: interpretariato Lis, cinque spazi di decompressione lungo il percorso per chi ha bisogno di fermarsi, trovare acqua, riposare, una zona dedicata alle persone con disabilità davanti al palco, le mappe con fontanelle e aree d’ombra. E poi il Pride non è solo la parata: c’è l’evento politico finale, il concerto, gli schermi al parco Sempione per chi vuole seguirlo da lì, lo streaming completo. Ognuno può scegliere come partecipare, anche in base al caldo.

Milano Pride 2025.
Milano Pride 2025.

Veniamo ai soldi, che è il nodo di tutto. La festa finale è gratis. Ma come fa a essere gratis? Chi ci mette i soldi?

«È gratis per due ragioni. La prima è il lavoro dei volontari: noi siamo un’associazione di volontari, e questo spesso viene dimenticato, anzi a volte viene proprio svilito da certe campagne. Se il lavoro è volontario, i costi si abbassano. La seconda sono le donazioni dei privati, che abbiamo e che sono diffuse, ma soprattutto gli sponsor. Sono loro che permettono al Pride di essere gratuito in tutte le sue parti. Altri Pride fanno concerti e serate a pagamento. È una scelta legittima anche quella. Noi storicamente abbiamo scelto di no».

A cosa si Quanto costa, in tutto, il Milano Pride??

«Il costo complessivo, tra gli eventi della Pride Square, il palinsesto del Fuori Pride, la parata e la manifestazione finale, si aggira intorno ai 300mila euro. Un Pride può finanziarsi in tre modi: l’autofinanziamento, ma regge solo per i Pride piccoli e senza grandi spese; i soldi pubblici, come nel nord Europa, dove le città danno cifre importanti; oppure gli sponsor. Noi i costi di un Pride come il nostro non potremmo mai coprirli da soli».

E gli artisti? Li pagate?

«No, gli artisti dell’evento finale non ricevono compensi. C’è solo il rimborso delle spese vive: trasporto e alloggio. Il merito è loro: è grazie a questo che possiamo fare un concerto gratuito con nomi che, in qualsiasi altra città, costerebbero un biglietto da decine e decine di euro».

Allora la domanda secca te la faccio io: “Quando arrivano i soldi, si rovina tutto?” 

«Il punto non è avere o non avere sponsor. Il punto è uno solo: ti autocensuri per non perdere uno sponsor? Noi a Milano non l’abbiamo mai fatto. Sul genocidio a Gaza abbiamo detto quello che andava detto, pur sapendo che a certi sponsor non sarebbe piaciuto. Aggiungo una cosa: oggi sostenere un Pride non è più un’operazione comoda per un’azienda. Con le politiche anti-diversità di Trump, le multinazionali che investono sull’inclusione vengono penalizzate, e molte hanno stretto i cordoni della borsa. Chi oggi ci mette la faccia spesso lo fa a proprio rischio, non per opportunismo».

Quindi non avete mai subito pressioni da uno sponsor su cosa dire o non dire?

«Mai. E se qualcuno non ha gradito le nostre posizioni, semplicemente ha smesso di essere uno sponsor. Basta guardare la lista degli sponsor di quest’anno: qualcuno non c’è più. Le ragioni possono essere mille, ma forse anche questa è una di quelle. Per me resta la garanzia migliore: quando sei chiaro, chi non ti vuole sostenere se ne va da solo.

Alla fine resta un paradosso. Quei 300mila euro, in gran parte coperta dagli sponsor, che fanno storcere il naso a molti sono gli stessi che pagano la Siae, gli spazi d’ombra, gli interpreti Lis, i punti acqua, il concerto gratuito. Servono a rendere il Pride accessibile a chi non potrebbe permettersi un eventuale biglietto. Più il Pride vuole essere di tutti, più costa. Più costa, più ha bisogno di sponsor. E più ha sponsor, più si sente dire che si è venduto.

Il 27 giugno, chi sfilerà gratis lo farà grazie agli stessi soldi che molti contestano. Si può tenere insieme un Pride grande, gratuito e aperto a tutti senza il denaro che lo rende tale? Per ora nessuno, a Milano, ha trovato la risposta. Forse perché la domanda vera non è se i soldi rovinino il Pride, ma chi può ancora permettersi di farne a meno».

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