Gianni Berengo Gardin: prima di conoscerlo, lo conoscevo già

Scrittrice e capo ufficio stampa per Mazzotta ed Electa, Silvia Palombi è stata fondatrice della casa editrice Charta con cui Gianni Berengo Gardin ha avuto importanti rapporti di collaborazione. E ora ce lo racconta in esclusiva.

di Silvia Palombi

Mamma lavorava al Mondo di Pannunzio e oltre bussare cassa da chi, come Olivetti e Mattioli, contribuiva a tenere in vita il giornale, pagava i collaboratori, Berengo era tra quelli.

Gianni Berengo Gardin fotografato da Alessandra Tommei per il libro “Facce di Camogli”. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, era stato “adottato”, come soleva dire, da Venezia, Milano e dalla stessa Camogli, dove aveva casa e amicizie (in mano, nel ritratto, stringe i libro con gli scatti da lui dedicati al borgo ligure).
Gianni Berengo Gardin fotografato da Alessandra Tommei per il libro “Facce di Camogli”. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, era stato “adottato”, come soleva dire, da Venezia, Milano e dalla stessa Camogli, dove aveva casa e amicizie (in mano, nel ritratto, stringe i libro con gli scatti da lui dedicati al borgo ligure).

Le prime foto pubblicate sul settimanale con la testata per me più bella del mondo risalgono al 1954; cinquantaquattro anni dopo il ragazzo con la Leica entra a via della Moscova 27 a Milano, la sede di Charta, la “mia” casa editrice e finalmente lo incontro dal vero. Ero emozionata, davanti a me si materializzava uno dei nomi che giravano per casa, insieme a quelli di tanti altri dell’Italia di un bel tempo che fu, scritti con la grafia potente di mia madre e inchiostro Pelikan sul Mastrino del Mondo, libricino nero pieno di pagamenti, spese per carta, pubblicità, pulizie e quant’altro che, sopravvissuto a fin troppi traslochi, oggi con la raccolta quasi completa del giornale, riposa nella Biblioteca Civica di Trieste.

Berengo era diventato quasi di casa a Charta, veniva per Lo studio di Giorgio Morandi (pubblicato nel 2008) e un bel giorno gli dissi sai che quella bella signora che ti pagava al Mondo era la mia mamma? Sembrava ricordare, a dispetto della caterva di anni trascorsi, e aveva riso stringendo, se possibile, ancora di più gli occhi. Aveva gli occhi che ridevano e al collo la Leica ma era come se avesse a tracolla una Lettera 22, con le foto testimoniava, documentava.

Un giorno mi raccontò di una rogna che stava passando perché un signore, riconosciutosi in una foto di una coda al supermercato, si era sentito leso nell’onore perché la gente poteva pensare che fosse indigente e l’aveva denunciato. Erano i primi eccessi della legge sulla privacy (2003) che alla lunga, rifletteva sconfortato Gianni, ci avrebbe portato a non avere più la documentazione dell’evolversi dei costumi, cioè sarebbero scomparse dai giornali e di conseguenza da archivi e testi, le immagini di come cambiano mode e modi.

Nella profusione delle testimonianze che hanno invaso la rete quando ha cambiato pianeta mi sono imbattuta in un frammento tenero che spero di riportare correttamente, è lui che con la sua inconfondibile e indimenticabile voce e la placidità che caratterizzava il suo modo di parlare racconta quando giovanissimo varca emozionato lo studio di Ugo Mulas, a ogni foto che cotanto maestro gli mostra il giovane Gianni dice che bella o, peggio, bellissima. A un certo punto Mulas gli fa “se dici un’altra volta che una foto è bella ti caccio via”, e spiega al poveretto rimasto senza fiato che una foto bella la fanno tutti, che una foto deve essere buona e per esserlo deve dire, far pensare.

Nato a Santa Margherita Ligure, l’antiretorico GBG era di adozione camogliese, veneziano e milanese. Milano ha ricambiato il suo affetto in molti modi: con Gabriele Basilico, che lo definiva il maestro di tutti noi, firmò uno storico reportage sulla Fiera Campionaria pubblicato nel volume la grande fiera 1985 (così, tutto minuscolo). Nel 2009 la Statale lo insignisce di una laurea honoris causa in storia e critica dell’arte. Nel 2012 il Comune gli assegna l’Ambrogino d’oro per aver documentato la vita e i cambiamenti di Milano. Dona poi nel 2019 al Civico Archivio Fotografico di Milano un fondo professionale di quasi tremila diapositive realizzate negli anni Sessanta e Settanta per conto del Touring Club Italiano: Infine, partecipa all’Expo Universale con una mostra sulla coltivazione del riso nel 2015.

E ce ne sarebbero di cose da dire… quasi quasi vado avanti a scrivere perché così rimani qui con me, caro Gianni che mancherai a tanta gente.

G. Berengo Gardin, Milano, anni ’70

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