Atir festeggia trent’anni di attività a Milano: tre decenni di teatro di comunità, di ricerca e indipendente. Il 5 settembre al Piccolo: “Il respiro del coro”
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Per raccontare e celebrare i 30 anni della compagnia, ATIR ha scelto un luogo unico, la più prestigiosa istituzione teatrale in Italia, là dove tutto ha avuto inizio: il Piccolo Teatro di Milano.
Sabato 5 settembre, dalle 19,30 alla 21,30 Al Piccolo Teatro – Teatro Studio Melato la compagnia offrirà una festa performativa originale che ne ripercorre la storia artistica, frammenti di spettacoli della compagnia che mostrano come negli ultimi trent’anni sia cambiata la società, il mondo, sia rileggendolo attraverso i classici sia esplorandone la storia dal secondo dopoguerra attraverso la drammaturgia contemporanea. Si alterneranno a momenti musicali e dediche dei numerosi artisti che hanno segnato il percorso di ATIR.
A fare da contrappunto musicale a tutta la serata sarà Giulia Bertasi, che condurrà una piccola orchestra dal vivo; il suo accompagnamento musicale sfocerà poi in una parata collettiva fino al sagrato del Teatro Strehler, dove ad attendere il pubblico ci sarà un dj set per festeggiare insieme fino a tarda notte. Dj set a cura di Marc e Missin Red. Food and beverage by mare culturale urbano.
L’evento è libero e gratuito, prenotazione obbligatoria compilando il form sul sito www.atirteatroringhiera.it
La storia di ATIR
Trent’anni di teatro, ma soprattutto trent’anni di persone, relazioni, ostacoli superati e nuove strade da percorrere. È una storia fatta di nomadismo, di una casa conquistata e poi perduta, di spettacoli, tournée e cambiamenti quella che raccontano Arianna Scommegna, Mattia Fabris e Nadia Fulco, appartenenti al nucleo storico di ATIR e oggi direttori artistici della compagnia.
Il traguardo dei trent’anni porta con sé inevitabilmente un bilancio.
«Abbiamo passato i primi dieci anni in maniera nomade, la decade successiva al Ringhiera e poi di nuovo senza casa», racconta Fabris. Una traiettoria non sempre semplice, ma attraversata da una convinzione rimasta intatta: «La spinta trasversale è sempre stata quella di vedere il palcoscenico come una disciplina sociale». Ed è forse proprio questa idea ad aver permesso alla compagnia di continuare a reinventarsi. «Siamo ancora capaci di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Non era scontato».
Per Scommegna, invece, il primo sentimento davanti a questo anniversario è quasi di stupore. «Inutile negarlo: fa una certa impressione. Eravamo poco più che ragazzi. E ora siamo… ehm… adulti». Dietro l’ironia c’è la consapevolezza della fatica di un percorso lungo tre decenni: «Sento talvolta la stanchezza delle tante battaglie». Ma insieme alla stanchezza c’è l’orgoglio per ciò che è stato costruito.«Lungo quel cammino abbiamo costruito una comunità», sottolinea Scommegna. Ed è proprio nella dimensione collettiva che individua il significato più profondo dell’esperienza di ATIR: un modo di stare insieme capace di attraversare «le difficoltà e momenti anche dolorosi senza smettere di interrogarsi, di cambiare forma, di aprirsi».
Uno sguardo condiviso da Fulco, per la quale i trent’anni non rappresentano semplicemente una celebrazione del passato. «Oggi, guardando a questi trent’anni, non celebriamo solo una storia, ma una pratica che continua a rinnovarsi». Una pratica fondata prima di tutto sulla relazione: «Senza quello stare insieme, nulla di tutto questo avrebbe potuto durare, né trasformarsi nel tempo».
Quel tavolino nel cortile della Paolo Grassi
Per ritrovare l’inizio della storia bisogna tornare al 17 maggio 1996. La prima riunione è ancora nitida nella memoria di Arianna Scommegna, che riesce a ricostruirne persino le sensazioni. «Ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a rivedere quella scena con grande nitidezza, persino il caldo di quei giorni».
Erano nel cortile della Paolo Grassi, nella parte sul retro. Un tavolino al centro e intorno un piccolo gruppo di giovani che ancora non sapevano esattamente cosa sarebbero diventati. «Eravamo sei o sette persone, credo, anche se non ricordo con precisione il numero esatto». Scommegna aveva con sé un registratore e aveva inciso una cassetta, purtroppo andata perduta. Un dettaglio che racconta bene quanto fosse già forte, allora, il desiderio di conservare le tracce di ciò che stava accadendo. «Ero quasi ossessionata dall’idea di documentare tutto, di conservare ogni momento».
Alle spalle c’era un’esperienza fondamentale: Romeo e Giulietta, il saggio di regia di Serena Sinigaglia dell’ultimo anno. Un lavoro intenso che aveva creato tra quei ragazzi un legame destinato a diventare qualcosa di più di una semplice esperienza scolastica.

Erano gli ultimi giorni di scuola del corso di teatro al Piccolo e il futuro era ancora tutto da definire. «Non sapevamo ancora bene chi fossimo. Sapevamo soltanto che volevamo continuare a stare insieme». Fu allora che arrivò quella che, col senno di poi, appare come una decisione destinata a cambiare tutto: «A un certo punto ci siamo guardati e abbiamo detto: “Facciamo gruppo”».
La storia di un nome: da Tir ad ATIR
Anche il nome della compagnia nasce da un episodio che nel tempo si è trasformato quasi in una leggenda interna. A raccontarlo è Mattia Fabris, che lo definisce una delle «nostre “classiche”». Dopo Romeo e Giulietta era apparso un articolo dedicato al gruppo nel quale Serena Sinigaglia veniva definita un «caterpillar», per la sua energia, la determinazione e la capacità di trascinare il lavoro. Proprio da quell’immagine prese forma l’idea iniziale del nome. Ma quando arrivò il momento di costituire formalmente l’associazione, ci si accorse che quel nome era già utilizzato.
Serviva quindi una modifica. Una piccola aggiunta che avrebbe dato origine ad ATIR. Con il tempo, quelle quattro lettere avrebbero assunto anche un significato preciso: Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca. Dopo la nascita della compagnia arrivò anche la necessità di trovare un luogo dove poter lavorare. La prima casa di ATIR fu tutt’altro che un teatro: un magazzino con una piccola sala prove a Cisliano, alle porte di Milano. Un luogo che, nel racconto di Nadia Fulco, assume quasi il carattere di una tana, il primo spazio realmente condiviso dalla compagnia.
Quella sede era legata anche a Sandra Zoccolan, che all’epoca viveva proprio lì e si impegnò molto per permettere al gruppo di trovare quello spazio. Fu una prima casa semplice e probabilmente lontana dall’idea tradizionale di un luogo teatrale, ma fondamentale per una compagnia che stava ancora costruendo la propria identità
Tra gli spettacoli che hanno maggiormente segnato il percorso della compagnia, Mattia Fabris individua quello dedicato alla Resistenza come uno dei più trasformativi. Non si trattò soltanto di mettere in scena una storia, ma di provare fisicamente a entrare dentro quella storia, fino a comprenderne i personaggi e il loro modo di vivere.

«Volevamo, in un certo senso, “assomigliare” a loro», racconta Fabris. E così le prove cominciarono ben prima di salire sul palcoscenico. Le mattine trascorse a Cisliano diventavano occasioni di allenamento: il gruppo correva nei campi intorno al paese e si sottoponeva a quello che avevano chiamato il «training del partigiano», fatto di corsa, flessioni e addominali. Era un esercizio insieme fisico e simbolico, un modo per avvicinarsi alla dimensione dei protagonisti attraverso il corpo. Il lavoro sullo spettacolo finiva così per trasformarsi in un’esperienza collettiva molto più profonda di un semplice allestimento.
La magia de Le Baccanti
Se quello sulla Resistenza è stato lo spettacolo più trasformativo, per Fabris ce n’è uno che appartiene invece alla categoria della magia: Le Baccanti. Il progetto nacque da un’intuizione di Serena Sinigaglia, maturata dopo lo storico sbarco della nave Vlora nel porto di Bari, nel 1991, con circa ventimila profughi albanesi. Da quella vicenda prese forma l’idea di affrontare il testo di Euripide affidando il coro delle Menadi a un gruppo di giovani attrici dell’Accademia d’Arte Drammatica di Tirana. Grazie alla mediazione di Mimma Gallina, il progetto poté diventare realtà.

La compagnia partì così alla volta dell’Albania, attraversando l’Adriatico in nave e raggiungendo Tirana, dove avrebbe lavorato per settimane insieme alle allieve dell’Accademia. Non furono soltanto le prove a creare il legame tra i due gruppi. La compagnia condivise con le giovani attrici anche la quotidianità, vivendo in un contesto segnato da condizioni estremamente difficili. Erano anni di grande povertà, con beni essenziali difficili da reperire e frequenti interruzioni della corrente elettrica.
Da Cisliano a Tirana, passando per il «training del partigiano» e per il viaggio attraverso l’Adriatico, emerge così un tratto costante della storia della compagnia: gli spettacoli più importanti non sono mai stati soltanto produzioni teatrali. Sono stati esperienze capaci di coinvolgere il corpo, la memoria, le relazioni e la vita quotidiana, trasformando il palcoscenico in un luogo di incontro e di conoscenza.
Sempre in viaggio
Nei primi anni di ATIRl’entusiasmo era enorme. A raccontarlo è Mattia Fabris, che ricorda un periodo vissuto quasi interamente sulla strada, attraversando l’Italia da un teatro all’altro e arrivando anche nei luoghi più insoliti: festival in montagna, piccoli paesi, prati trasformati per l’occasione in spazi teatrali. Era un’esperienza profondamente trasversale, ma soprattutto era un’esperienza di viaggio continuo. La compagnia arrivava, costruiva il proprio spazio scenico e poi, terminato lo spettacolo, rimetteva tutto in ordine per ripartire.
A un certo punto arrivò anche un mezzo diventato parte integrante di quella storia: un furgone ribattezzato «Moby Dick». Non era certo un mezzo veloce. «Lentissimo, andava pianissimo», ricorda Fabris con un sorriso. A guidarlo erano gli stessi componenti della compagnia, che si occupavano di ogni aspetto della trasferta.
Una volta arrivati a destinazione, cominciava il lavoro vero e proprio: montare gli impianti audio, sistemare le scenografie, preparare le strutture e tutto ciò che serviva per lo spettacolo. Poi la rappresentazione e, subito dopo, di nuovo al lavoro: smontare, caricare ogni cosa sul furgone e ripartire.
Tutti tecnici, tutti necessari
In quegli anni non esisteva una netta separazione tra chi stava sul palco e chi si occupava della parte tecnica. Gli artisti erano anche tecnici, facchini, organizzatori e tutto ciò che serviva per portare avanti una tournée.
«Facevamo i tecnici: sapevamo montare un faro, aggiustare un cavo», racconta Arianna Scommegna. Ognuno aveva i propri compiti e le proprie specialità. Nadia, ricorda, organizzava l’attrezzeria con una cura quasi rituale, «come se fosse un altare». Mattia si occupava invece delle americane e dei fari. E proprio i cavi furono protagonisti di uno degli episodi più surreali di quegli anni. A Grottazzolina, ricorda Scommegna, un topo avrebbe rosicchiato i cavi dell’alimentazione del Comune, provocando un improvviso blackout. Il teatro si ritrovò completamente al buio. La compagnia aveva soltanto alcune torce per illuminare la scena e gli spettatori. Eppure accadde qualcosa che, ancora oggi, sembra quasi incredibile: il pubblico non se ne andò. «La gente non se ne andava. Pazzesco, nel buio più totale».
Il Ringhiera: trovare una casa
Il 2007 rappresenta una svolta decisiva nella storia di ATIR. Dopo anni trascorsi spostandosi da un luogo all’altro, la compagnia si aggiudica attraverso un bando pubblico la gestione del Teatro Ringhiera di via Boifava. È il momento in cui il desiderio di avere finalmente una casa si trasforma in realtà.
L’area appariva allora molto diversa da quella che sarebbe diventata negli anni successivi. «Era una sorta di terra di nessuno, con il CERT ancora davanti», ricorda Scommegna. A colpirla fu soprattutto la scalinata che conduceva al teatro e, salendo, l’incontro con una persona in grave difficoltà.
Il piazzale era in condizioni tutt’altro che accoglienti, eppure possedeva qualcosa di difficile da spiegare: «Era terribile, ma al tempo stesso aveva un fascino straordinario».
Un teatro che diventa presidio
Entrare negli spazi di via Boifava significava, per ATIR, andare oltre l’idea tradizionale di teatro come semplice luogo di spettacolo. L’obiettivo era trasformarlo in un presidio culturale, aperto al quartiere e capace di costruire relazioni.
«Fin dai primi anni lavorammo per costruire una programmazione continuativa», spiega Fulco, fatta non soltanto di spettacoli, ma anche di incontri, laboratori e percorsi condivisi con la comunità. Tra i primi gruppi a costruire un rapporto speciale con ATIR ci furono gli anziani del Ritrovo 15, che all’epoca occupava gli spazi destinati successivamente agli uffici della compagnia. Era un luogo di socialità, dove gli anziani si ritrovavano per giocare a tombola, ballare il liscio e stare insieme. La convivenza iniziale non fu sempre semplice, ma per ATIR rappresentò presto un’opportunità.
Serena Sinigaglia e Arianna Scommegna avevano già da tempo il desiderio di lavorare con quella comunità, arrivando persino a immaginare un Romeo e Giulietta interpretato interamente da anziani. Da quell’idea nacque la proposta di un laboratorio teatrale rivolto al Ritrovo 15, primo passo di una lunga serie di percorsi dedicati agli over 60.
Il teatro diventava così sempre più un luogo di partecipazione. E il lavoro con la comunità si allargò anche ad altri ambiti. Fabris riconosce a Nadia Fulco un ruolo importante nell’introduzione di un approccio pedagogico capace di affiancare alla produzione teatrale laboratori rivolti a persone con fragilità psichiche e fisiche. Era una nuova idea di teatro, non più separato dal territorio ma profondamente immerso nella sua vita sociale.
Il terremoto del 2017
Nel 2017, però, quell’esperienza subisce una brusca interruzione. Il Teatro Ringhiera viene chiuso per lavori di manutenzione e per ATIRcomincia un lungo periodo lontano dalla propria sede. «All’inizio fu uno shock. Come un terremoto», racconta Scommegna. Perché il Ringhiera, nel frattempo, non era più soltanto un luogo di lavoro. «Era casa».
La compagnia si trovò costretta a ripensare la propria organizzazione e, soprattutto, a cercare nuovi modi per non disperdere il patrimonio di relazioni costruito negli anni. Paradossalmente, proprio l’assenza di quello spazio fisico rese ancora più evidente quanto fosse importante il rapporto con il territorio. «Sebbene il Teatro Ringhiera fosse chiuso, il legame con il territorio non si è mai spezzato», sottolinea Scommegna. Al contrario, quella distanza spinse la compagnia a coltivare le relazioni «con ancora maggiore attenzione, profondità e consapevolezza».
Durante la chiusura ATIRnon ha mai abbandonato quello che definisce un «presidio continuo». Per Fulco le ragioni erano soprattutto due. Da una parte c’era il timore che, senza una presenza costante, quello spazio potesse perdere la propria destinazione culturale. Dall’altra c’era la necessità di non interrompere le relazioni costruite nel corso degli anni. Per questo sono proseguite le attività laboratoriali, formative e sociali, considerate dalla compagnia «il principale strumento di interazione con una comunità viva e partecipe».
Dieci anni dopo, a fine maggio 2026, il Comune ha finalmente pubblicato il bando per la concessione d’uso del Teatro Ringhiera. I lavori di riqualificazione strutturale sono destinati a concludersi a dicembre, aprendo una nuova fase ancora tutta da definire.
Il futuro resta quindi aperto. «Vedremo come andrà», dice Scommegna. Ma una certezza rimane: la ristrutturazione del teatro e il percorso che ha portato alla sua riapertura rappresentano un motivo di orgoglio.
«Dieci anni di impegno, di mobilitazione del quartiere, dei cittadini e delle associazioni hanno contribuito alla sua riapertura. Non si è trattato di anni sprecati».
Per Fulco, la priorità è ancora più ampia rispetto al destino della compagnia. «A noi interessa che questo spazio venga migliorato e restituito come presidio culturale, preferiremmo con noi, ma può essere che sia anche senza di noi». Perché il Ringhiera, se tornerà a essere «vivo e vitale», rappresenterà comunque un bene per tutta Milano.
«E noi siamo vivi, su questo non c’è dubbio», conclude Fabris. Una frase che suona come una dichiarazione di intenti. «Abbiamo imparato da tempo a navigare tra le difficoltà senza perdere slancio».
«Insomma, ne abbiamo passate», conclude Scommegna. E in quella frase, più che la fatica, sembra esserci tutto l’affetto per una stagione irripetibile.

