Gli attori Arianna Scommegna, Mattia Fabris e Nadia Fulco ripercorrono la storia della compagnia rivivendo i primi passi alla scuola Paolo Grassi, le tournée d’esordio, l’approdo al Ringhiera e oggi l’attesa per la sua riapertura.
In attesa del grande appuntamento del 5 settembre, al Piccolo Teatro, là dove tutto ha avuto inizio, per festeggiare i 30 anni di attività della compagnia abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Arianna Scommegna, Mattia Fabris e Nadia Fulco, tutti appartenenti al nucleo storico della compagnia Atir e attualmente direttori artistici.
Trent’anni anni di Atir, chi vuole iniziare?
Fulco – «Oggi, guardando a questi trent’anni, non celebriamo solo una storia, ma una pratica che continua a rinnovarsi: senza quello stare insieme, nulla di tutto questo avrebbe potuto durare, né trasformarsi nel tempo».
Un ricordo della prima riunione quel 17 maggio 1996?
Scommegna – «Eravamo nel cortile della Paolo Grassi, venivamo da un’esperienza che ci aveva uniti profondamente: il Romeo e Giulietta, il saggio dell’ultimo anno con la regia di Serena Sinigaglia. Erano gli ultimi giorni di scuola e non sapevamo ancora bene chi fossimo. A un certo punto ci siamo detti: “Facciamo gruppo”. Redigemmo lo statuto e poi partimmo per la tournée. Lo spettacolo ebbe un successo inatteso e rimase in scena per circa cinque anni, in Italia e all’estero».

Come è nato il nome Atir?
Fabris – «Dopo lo spettacolo di Romeo e Giulietta, era uscito un articolo in cui Serena veniva descritta per la sua energia come un “caterpillar”. Per richiamare quell’idea di movimento e potenza, ci venne in mente per la compagnia il nome “Tir”. Quando però siamo andati a costituirci come associazione, abbiamo scoperto che quel nome era già in uso. Abbiamo quindi dovuto modificarlo in Atir, che nel tempo è diventato l’acronimo di: “Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca”».
Com’eravate? Raccontiamo quegli anni…
Scommegna – C’era un entusiasmo enorme. Giravamo per tutta l’Italia nei teatri più diversi. Abbiamo persino comprato un furgone lentissimo che avevamo ribattezzato Moby Dick. Arrivavamo nei teatri, montavamo impianti audio, scenografie, strutture. Poi andavamo in scena, e al termine dello spettacolo, si ricominciava da capo, smontando e ricaricando ogni cosa, sempre con grande allegria».
Lo spettacolo più significativo di quegli anni?
Fabris – «Uno spettacolo sulla Resistenza, per noi molto più di un semplice allestimento: volevamo, in un certo senso, “assomigliare” ai partigiani. La mattina ci alzavamo e correvamo nei campi intorno hiamavamo il “training del partigiano”: corsa, flessioni, addominali, un allenamento sia fisico sia simbolico».
Lo spettacolo più magico?
Fabris – «Senza dubbio Le Baccanti. Nacque da un’intuizione di Serena subito dopo lo storico sbarco della nave Vlora nel 1991, con 20mila profughi albanesi nel porto di Bari. L’idea era quella di mettere in scena il testo di Euripide affidando il coro delle Menadi a un gruppo di giovani attrici dell’Accademia d’Arte Drammatica di Tirana. Grazie alla mediazione di Mimma Gallina, quel progetto divenne realtà. Partimmo tutti insieme in nave per l’Albania. A Tirana lavorammo per settimane con le allieve dell’Accademia, condividendo non solo le prove ma anche le difficoltà della vita quotidiana. Eppure proprio da quelle difficoltà nacque qualcosa di straordinario».
Nel 2007 è l’Atir ad aggiudicarsi la gestione del Teatro Ringhiera.
Fulco – «Ricordo che il piazzale in cui si trovava il teatro era in condizioni terribili, ma aveva un fascino straordinario. Capimmo subito che entrare negli spazi di via Boifava significava immaginare una programmazione diversa, fatta di teatro, incontri, laboratori e percorsi condivisi con la comunità. Fabio, per esempio, iniziò a dipingere fiori fra le crepe dell’asfalto insieme ai bambini del quartiere. Quel gesto semplice fu l’inversione di tendenza. Alla morte improvvisa di Fabio, a soli 38 anni investito da un’auto mentre in bicicletta si stava recando alle prove di un laboratorio teatrale per disabili organizzato con Atir, il suo sogno fu portato avanti con i cittadini del quartiere. Oggi la Piana porta il suo nome: piazza Fabio Chiesa».

Come furono gli inizi?
Scommegna – «Siamo partiti con dieci spettatori. Una signora, mi ricorderò tutta la vita, è scesa in pigiama a lamentarsi del rumore ed è rimasta dentro. E da lì, da quel momento è tornata. C’era questo nostro socio storico, Fabio, che andava a portare la spesa alle signore a casa, in modo che poi raccontava loro anche la stagione e tutto quanto, poi venivano con le amiche».
Fulco – «Tra i nostri primi spettatori davvero affezionati ci furono gli anziani del Ritrovo 15, che all’epoca occupava gli spazi poi diventati i nostri uffici. All’inizio convivevamo con qualche difficoltà, ma in Atir c’era da tempo il desiderio di lavorare con loro. Così proponemmo un laboratorio teatrale: da quell’incontro nacque il primo dei nostri percorsi dedicati agli over 60». Fabris – «Io ricordo i ragazzi che prima vagavano sulla Piana, coinvolti in microcriminalità, entravano in teatro, chiacchieravano, partecipavano… e questo ha davvero trasformato la vita del quartiere. Lo spettacolo che abbiamo realizzato poco più di un mese dopo la morte di Fabio si chiamava I fiori del Mare del Nord. Il protagonista era un ragazzino, uno dei giovani della Piana con cui Fabio aveva costruito rapporti autentici. Un passaggio decisivo nel nostro percorso è arrivato anche grazie a Nadia, che ha introdotto l’idea di affiancare al lavoro teatrale un approccio pedagogico attraverso laboratori rivolti a persone con fragilità psichiche e fisiche».
Nel 2017 l’esperienza si è purtroppo interrotta. Dieci anni senza il Ringhiera. Come è stato?
Scommegna – «All’inizio fu uno shock. Per noi quel teatro era luogo di lavoro e casa. Abbiamo dovuto trovare modi per non disperdere il patrimonio di relazioni, esperienze e progettualità, costruito negli anni. Sono stati però anni fondamentali. Sebbene il Teatro Ringhiera fosse chiuso, il legame con il territorio non si è mai spezzato»
A fine maggio il Comune ha emesso il bando per la concessione d’uso del Teatro Ringhiera per la prossima stagione, parteciperete?
Scommegna – «Certo. Il fatto che il teatro sia stato ristrutturato e che dieci anni di impegno e mobilitazione del quartiere abbiano contribuito alla sua riapertura è motivo di grande orgoglio. Non sono stati anni sprecati».
Fulco – «A noi interessa che questo spazio venga migliorato e restituito come presidio culturale, preferiremmo con noi, ma può essere che sia anche senza di noi. Il teatro Ringhiera, se è vivo e vitale, è un bene per tutta la città». Fabris – «E noi siamo vivi, su questo non c’è dubbio. E abbiamo imparato da tempo a navigare tra le difficoltà senza perdere slancio».

