Andrea Doria. Settant’anni fa, la tragica notte di Nantucket

Vanto della marineria italiana, il transatlantico Andrea Doria costruito nei cantieri Ansaldo di Genova- Sestri, fu speronato nella nebbia da un bastimento svedese e colò a picco in una decina di ore. Era il 26 luglio del 1956.
Andrea Doria. Settant’anni fa, la tragica notte di Nantucket. L'Andrea Doria affondato
L'Andrea Doria affondato

Nell’impatto morirono 48 persone, ma grazie agli sforzi del comandante e dell’equipaggio, si salvarono in 1600: la più grande operazione di salvataggio in mare nella storia del nostro paese.

di Corradino Corbò

Tutti i ritagli presenti nell’articolo sono tratti dall’Archivio storico del Corriere della Sera

Il transatlantico italiano Andrea Doria.

La sera del 25 luglio 1956, l’Andrea Doria, vanto della marina mercantile italiana, navigava in pieno Atlantico diretta a New York, dove sarebbe dovuta arrivare il mattino successivo. Nella direzione opposta, lungo una rotta diversa da quella raccomandata da uno specifico accordo internazionale, procedeva la nave svedese Stockholm.

Nonostante che gli ufficiali delle due navi stessero osservandosi sui rispettivi radar, alle 23:11, al largo di Nantucket, in piena nebbia, lo Stockholm investì con la prua il transatlantico italiano, che affondò undici ore dopo, alle 10:09 del 26 luglio.

Il transatlantico italiano Andrea Doria b/n.
l’Andrea Doria affondato.

Esattamente settant’anni fa. 48 persone morirono nell’impatto; altre tre successivamente. Fra esse, 5 marinai dello Stockholm. Alcune delle vittime furono colte dalla morte nel sonno, quando l’acciaio della nave svedese sventrò la fiancata di quella italiana all’altezza delle cabine dove i passeggeri stavano dormendo. Nel racconto dei rispettivi protagonisti della tragedia, due scenari completamente diversi, contrastanti, inconciliabili.

L’impatto tra lo Stockholm e l’Andrea Doria raffigurato su La Domenica del Corriere del 5 Agosto 1956.

Tuttavia, a due mesi di distanza, nel corso delle udienze preliminari presso il tribunale di New York, la verità stava pian piano venendo a galla. E sarebbe venuta completamente alla luce, pubblicamente, se il 24 gennaio successivo – cioè appena sei mesi dopo l’incidente – le due parti non si fossero accordate attraverso le rispettive compagnie di assicurazione, chiudendo la partita prima della sentenza.

La verità su quel disastro è quindi rimasta nei documenti: nei tracciati di rotta, nei rilevamenti, nelle testimonianze. Ed è questa: lo Stockholm investì in pieno il Doria a causa di una scellerata manovra ordinata dal terzo ufficiale Johan Ernst Carstens-Johannsen che, letteralmente in preda al panico – circostanza testimoniata da un marinaio che quella notte faceva parte della stessa guardia – non riusciva a comprendere dove realmente fosse la nave italiana che pure poteva vedere sullo schermo del radar, da lui stesso regolato in modo tragicamente errato.

La copertina del libro di Corbò, pubblicato nel 1986 da Nistri-Lischi, nel quale, per la prima volta, si spiega minuto per minuto la dinamica dell’incidente.

Chi a suo tempo non volle scoprire questa verità e renderla pubblica furono le compagnie armatrici: la Svenska American Linien, dello Stockholm, che aveva intuito come in realtà fossero andate le cose, e la compagnia Italia di Navigazione, dell’Andrea Doria, convinta che fosse meglio evitare una cattiva pubblicità per il trasporto passeggeri.

In compenso, con grande effetto mediatico di segno opposto, la compagnia svedese assegnò al comandante dello Stockholm, Harry Gunnar Nordenson, che al momento della collisione dormiva serenamente nella sua cabina, il comando della nuova ammiraglia Gripsholm e promosse di grado il terzo ufficiale Carstens, il vero responsabile del disastro. La compagnia italiana, invece, pensò bene di mettere a terra per mesi tutto l’equipaggio del Doria, letteralmente costringendolo al silenzio; soprattutto mise a terra definitivamente il comandante Piero Calamai, che fu costretto al pensionamento.

Bene ha fatto la città di Genova, nel luglio del 2021, in occasione del 65° anniversario dell’affondamento, a intitolargli la bella scalinata di Boccadasse.

Calamai non soltanto fu vittima assolutamente incolpevole di quella tragedia ma fu l’uomo, il marinaio, che con le sue eccezionali capacità permise che quella notte si compisse la più grande operazione di salvataggio nella storia della nostra marina mercantile: delle 1706 persone a bordo 1660 scamparono alla terribile avventura.

Corradino Corbò, a destra nella foto, in un recente incontro con il comandante Eugenio Giannini, l’ufficiale dell’Andrea Doria che per primo avvistò nella nebbia lo Stockholm in rotta di collisione.
Corradino Corbò, a destra nella foto, in un recente incontro con il comandante Eugenio Giannini, l’ufficiale dell’Andrea Doria che per primo avvistò nella nebbia lo Stockholm in rotta di collisione.

La bimba milanese  che non si salvò

Ritaglio dell'epoca sulla vittima più giovane dell'Andrea Doria
Ritaglio dell’epoca sulla vittima più giovane dell’Andrea Doria.

Il radiotecnico Tullio Di Sandro e la moglie Filomena abitavano con la figlia Norma, di 4 anni in via Davanzati 22 a Dergano (Milano), precisano le cronache dell’epoca. Emigravano in America e – racconta il Corriere d’Informazione del 29 luglio ‘56 – il padre aveva scelto il viaggio per mare temendo i rischi di una trasvolata.

Durante il tentativo di salvataggio la bimba cadde malamente sulla scialuppa battendo il capo. Morì pochi giorni dopo nell’ospedale di Boston, senza riprendere conoscenza. Fu la più giovane vittima della tragedia.

La cantante lirica di Porta Genova

Agnese Baratta, cantante lirica milanese, tra i dispersi insieme alla madre.

Si chiamava Agnese Baratta, aveva 43 anni e di lei le cronache riportano esibizioni in vari teatri italiani fra cui il Nazionale e forse la Scala, fin dagli anni Quaranta. Abitava con la madre Margherita in via Gelsomini 1 “alla periferia di Porta Genova”.

Non era celebre, ma la fortuna andava a cercarla in America. Insieme alla madre fu tra i dispersi, poi dichiarati morti, portati via per sempre dalla prua dello Stockholm.

Una galleria d’arte disseminata a bordo…

Varata nel 1951 a Sestri Ponente, l’Andrea Doria doveva essere un simbolo ante litteram del Made in Italy nel mondo, cominciare dall’arte e del design: Gio Ponti, Nino Zoncada, Giulio Minoletti, Piero Fornasetti, Salvatore Fiume, Lucio Fontana erano i nomi più in vista fra quelli coinvolti (Milano protagonista).

La Leggenda d’Italia di Salvatore Fiume, in particolare, era un enorme dipinto di 48 metri per 3, realizzato in vari pannelli per il salone di prima classe. Offriva ai viaggiatori diretti in Italia, un’anticipazione dei capolavori che avrebbero ammirato nelle città del Bel Paese.

Salone di prima classe dell'Andrea Doria con le opere di Salvatore Fiume.
Salone di prima classe con opere S. Fiume.

… e lo sgomento  di Salvatore Fiume

«Un mio dipinto di quarantotto metri di base per tre metri di altezza è finito l’altro giorno in fondo al mare, al largo dell’isola di Nantucket su un fondale profondo settanta metri. Ora mi sono adattato a immaginarlo fra i pesci, visitato da centinaia di pesci-lanterna che vanno a guardarselo pezzetto per pezzetto, come noi del mestiere facciamo coi quadri che vediamo per la prima volta. Non potevo rassegnarmi all’idea che il mio lavoro di un anno fosse condannato alla decomposizione nel buio e nel silenzio del fondo marino. Pareva inaffondabile, tanto era grande nel mio studio, disteso comodo sulle pareti come un gigante sdraiato sulla spiaggia…».

da Al largo di Nantucket “Il fiume”, edizione unica fuori commercio. Stampata in 1000 copie, 1956 (fonte: www.fiume.org)

Ultimi articoli