Bruce Springsteen ha eseguito live a Minneapolis “Streets of Minneapolis” dedicata a immigrati innocenti e alla memoria delle due vittime dell’ICE, Alex Pretti e Renee Good
di Saverio Paffumi e Massimo Renna
Di presidenti ce ne sono tanti, al mondo. Ma di Boss ce n’è uno solo. E proprio Bruce Springsteen nei giorni scorsi ha detto la sua da Minneapolis. Con un timing perfetto al termine di una giornata di manifestazioni con migliaia di cittadini in piazza, il cantautore del New Jersey si è presentato a sorpresa nello storico locale First Avenue nel centro della città e ha intonato dal vivo la sua ultima canzone: “Streets of Minneapolis”.
Il significato è stato chiarito dalla stessa rockstar con dichiarazioni importanti: “Ho scritto questa canzone, l’ho registrata e pubblicata in risposta al terrore di Stato nella città di Minneapolis. È dedicata alla gente di Minneapolis, ai nostri vicini immigrati innocenti e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good”, ha aggiunto, nominando i due cittadini uccisi dagli agenti dell’ICE in pochi giorni. Nel locale era in corso un concerto di solidarietà per una raccolta fondi a favore delle famiglie delle due vittime. Springsteen ha raccomandato a tutti: Stay free, rimanete liberi.

Stiamo parlando dei gravi tumulti provocati dal corpo speciale di polizia creato da Trump, l’ICE – Immigration and Customs Enforcement nella società statunitense. Il canto di protesta di Springsteen si leva dal Nordamerica con grande verve artistica e reattività, amplificando a livello nazionale la percezione autoritaria statunitense a pochi giorni dalle proteste in Consiglio Regionale della Lombardia e un giorno prima del presidio anti-ICE in piazza XXV Aprile organizzato dai partiti di opposizione contro la presenza degli agenti alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il nuovo brano di Springsteen è come a metà fra il realismo crudo della sua “Streets of Philadelphia” e l’indissolubile spirito di denuncia sociale di “The Ghost of Tom Joad” – anch’essa eseguita sul palco, non a caso assieme al chitarrista altrettanto anti-establishment Tom Morello dei Rage Against The Machine. È un canto non solo di lotta e resistenza, ma anche di ribellione identitaria nei confronti di un’America che non corrisponde più al motto distintivo dichiarato in tutto il mondo sin dalla sua fondazione: siamo la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi.
La traduzione di alcuni versi significativi del brano:
I cittadini si sono schierati per la giustizia
Le loro voci risuonavano nella notte
E c’erano impronte di sangue
Dove avrebbe dovuto esserci pietà
E due morti lasciati a morire su strade innevate
Alex Pretti and Renee Good
…
I criminali federali di Trump hanno picchiato
Il suo volto e il suo petto
Poi abbiamo sentito gli spari
E Alex Pretti giaceva nella neve, morto
…
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero in mezzo a noi
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
Per le strade di Minneapolis
Quella di Springsteen non è solo una rappresentazione artistica particolarmente schietta, ma anche una prospettiva culturale privilegiata. La sua è infatti la voce di uno storyteller che ha sempre vissuto e raccontato la distanza fra il sogno americano e la realtà. Dagli scontri civili e razziali della sua natale Freehold nel New Jersey con “My HomeTown”, passando per le iniquità di leva imposte dal governo statunitense durante la guerra del Vietnam con l’album “Born in the USA” e per i duri conflitti in Iraq con “Devils&Dust”, fino alla grande ferita aperta degli attentati dell’11 settembre con l’acclamato “The Rising”. Un importante grido di fondo che sorge dalla sua discografia è dunque ciò che ha affermato più volte di fronte ai media rispetto alle condizioni attuali del suo paese natale: that’s not what America is about, gli USA non sono tutto questo.
Springsteen aveva già criticato apertamente l’amministrazione Trump durante il suo ultimo tour mondiale, che aveva toccato anche lo Stadio Giuseppe Meazza lo scorso 30 giugno. Nel mirino c’erano le politiche sociali e lavorative, che già avevano contribuito a creare condizioni aspre in un momento di grande difficoltà economica del paese. “Sopravviveremo a questo momento storico”, aveva dichiarato al microfono davanti a 80 mila spettatori.
Questa volta, Springsteen ha fatto i nomi e cognomi di ICE, Trump e delle due vittime per denunciare apertamente questa nuova forma di controllo mostrata dalla presidenza in pompa magna. È stata descritta in tanti modi, ma quello che sembra riecheggiare ogni giorno di più è quella delle parole dello scrittore e saggista canadese Stephen Marche: “un’unità paramilitare fascista” il cui obiettivo è “uno Stato senza legge”.
Insomma, se Reagan aveva frainteso “Born in the USA” come un brano-inno patriottico da utilizzare per la sua campagna presidenziale negli anni ‘80, “Streets of Minneapolis” è un nuovo e inequivocabile contro-inno Americano che racconta le conseguenze dirette delle azioni di Trump e dell’ICE, cristallizandole nel tempo e nella storia che, si spera, possa non ripetersi.
