Famiglia, lavoro, politica, Elisabetta Genovese, consigliera di Municipio 5, si divide fra mille responsabilità. Fiduciaria del Coni Milano, dopo una grave malattia la sua missione è promuovere l’attività fisica per ogni età
di Isa Bonacchi
Una ragazza del ‘64 nata per le sfide. Dallo studio al lavoro, dalla politica allo sport che le ha permesso di vincere la più difficile: la lotta alla malattia che l’aveva ridotta in fin di vita. Mai darsi per vinta nonostante tutto, questo può essere il motto di Elisabetta Genovese, marito e due figli, un lavoro impegnativo in Bocconi, consigliera di Municipio 5 delegata ai rapporti con gli istituti penitenziari, una passione dichiarata per la corsa. Capace di macinare ogni mattina all’alba una decina di chilometri per poi dedicarsi al vortice di impegni quotidiani. Una ragazza di ferro. «Ma è lo sport che mi ha salvato la vita – dice -. E io credo fortemente nei valori olimpici, fondamentali nella crescita di ogni persona».

Com’è nata questa passione?
«Mio padre, Eugenio Genovese, medico e docente universitario, ha lavorato a lungo nel mondo dello sport collaborando con grandi campioni del ciclismo e del calcio. Un luminare. È stato anche medico nel giro d’Italia nell’anno in cui fu squalificato Eddy Merckx. Io e i miei quattro fratelli siamo stati avviati fin da piccoli agli sport: nuoto e sci, pattinaggio, atletica ed equitazione. Mens sana in corpore sano era il motto di papà. Che teneva ai risultati, ad alzare l’asticella anche negli studi. Ho fatto il liceo classico, prima al Berchet, poi allo Zaccaria, ma nel frattempo papà si era ammalato ed è mancato nel 1980. Avevo 16 anni. Dopo la Maturità mi sono iscritta a Scienze politiche, ma mentre preparavo Economia politica ho cominciato a lavorare in Bocconi e ho conosciuto un ragazzo che lavorava in banca e intanto studiava Economia politica… Ci siamo sposati nel 1992, nel 1994 è nato il nostro primo figlio. Quattro anni dopo, il secondo. Ed è cominciato il dramma».
Puoi raccontarcelo?
«Una raffica di polmoniti, mi scoprono un tumore al polmone, lo stesso male per cui era morto papà. Il 14 marzo 1999 a 35 anni mi operano a Parigi. Esperienza tremenda. Torno a Milano esausta, disfatta, sotto morfina, dolori terribili, non stavo in piedi. Due bimbi piccoli, una famiglia in crisi ma che regge grazie a mia madre, mio fratello medico, mio marito. Grazie al primo personal trainer Angelo riprendo a camminare piano piano, poi Evelyn con la sua riabilitazione maniacale mi ricostruisce muscolo per muscolo anche a livello posturale, mi rimette in pista. E poi il nostro vicino di casa, Sandro, runner provetto, comincia a farmi correre tutte le mattine al Parco Ravizza. Passano gli anni, finché un giorno vado a comprarmi un paio di scarpe da Oops Gottaran, un negozio di articoli sportivi in via Vettabbia dove ho incontrato la mitica Angela Weaver che mi introduce al metodo Jeff Galloway».

Cos’è e in cosa ti ha “aiutata”?
«È una tecnica che alterna corsa e camminata. Comincio ad allenarmi e brucio le tappe: nel 2009 corro la mezza maratona del Lago Maggiore dicendomi: “Betty, ricordati nel ‘99 dov’eri e adesso guarda dove sei! Tu hai vinto!” Via via ne ho fatte altre e con mio marito un sacco di tapasciate, le corsette in campagna con gli amici. Ho iniziato ad andare più veloce, a godermi il respiro che era tornato fluido, via i dolori e le emicranie, ho stretto le amicizie più belle della mia vita, condivisione e solidarietà attraverso lo sport diventano terapeutiche, non ci sono più schermi, sei con te stessa ma le tue paure sono dietro alle spalle. Ho capito la bellezza di condividere la rigenerazione. Credo di essere stata miracolata, papà ha voluto che restassi qua e per questo sono così proattiva, perché se siamo qui c’è un senso, non dobbiamo perdere le occasioni di fare, di conoscere e aiutare le persone, di trovare sinergie. Anche per questo nel 2021 ho accettato di partecipare alle elezioni per Municipio 5, con la sorpresa di venire eletta».
E come sei arrivata a essere Fiduciaria del Coni?
«L’entusiasmo per la corsa mi ha fatto diventare coach. Ho creato un gruppo di donne che lavoravano in Bocconi, in pausa pranzo ci allenavamo al Parco Ravizza. Momenti di team building molto belli, di condivisione senza stress perché le donne hanno sempre paura di sottrarre tempo alla famiglia. Fra le mille iniziative per Municipio 5 ho promosso e coordinato insieme alla squadra Correre Oltre Asd la Corsa degli Elfi, una manifestazione solidale che raccoglie fondi per il progetto “Oltre il primo passo”, dedicato a persone con difficoltà motorie che grazie a carrozzine speciali provano l’emozione della corsa, e la Festa dello Sport. Proprio all’ultima, in Cascina Rossa, Claudia Giordani – argento olimpico di slalom speciale a Innsbruck nel 1976 e vincitrice di tre gare di Coppa del mondo – oggi dirigente nell’ambito Fisi e delegata Coni Milano, mi propone di diventare Fiduciaria, una nomina ufficiale data dal Comitato Olimpico Regionale del Coni Lombardia».

Qual è il tuo impegno in questa veste?
«Promuovere lo sport dovunque posso. Credo molto nello sport come strumento di benessere e nella natura come spazio di crescita. Per questo, quando ho incontrato l’esperienza di servizio educativo in natura de La Dea Cooperativa Sociale, ho sentito subito una forte affinità. Da quell’incontro è nata una collaborazione che è destinata a svilupparsi nel tempo. Lo sport non deve avere età, per questo sto cercando di ripetere le camminate organizzate nel 2021 insieme ad Ats, l’Agenzia di Tutela della Salute di Milano, quando al Parco del Ticinello avevo tracciato il percorso di 5-6 km, attenta al benessere psicofisico e all’aggregazione: dopo il Covid molte persone si erano chiuse. I walking leader mi dicono che spesso si fermano a respirare, guardare un fiore, meditare. Tutto questo aiuta a stare meglio. Oggi voglio supportare questi gruppi di cammino anche all’Oasi Ca’ Granda insieme ad Ats e a Fondazione Luvi . E mio marito insiste perché faccia la walking leader: “Tanto non hai niente da fare!”».
