
Claudia Giordani, argento nello slalom speciale alle Olimpiadi di Innsbruck 1976, oggi delegata del Coni Milano ai Giochi, racconta l’ascesa negli anni delle atlete italiane e l’importanza di gareggiare tutti insieme con rispetto e inclusione
Campionessa di sci, giornalista, dirigente sportiva. Claudia Giordani è la persona giusta per parlare di Olimpiadi, sia perché delegata Coni per Milano Città Metropolitana sia, soprattutto, perché nel 1976, a Innsbruck, vinse la medaglia d’argento nello Slalom speciale, la prima dello sci femminile italiano in una Olimpiade. «La prima d’argento – tiene a precisare Claudia Giordani – perché prima di me Giuliana Chenal Minuzzo vinse due bronzi, nel 1952 e nel 1960. Una pioniera del nostro sport».
Cosa ricorda del podio olimpico di Innsbruck?
«La partecipazione ai Giochi olimpici è già un’emozione fortissima. Se poi si riesce a salire sul podio, si corona un sogno. Ricordo che ero abbastanza convinta di poter fare una buona prestazione. Ero in forma e avevo fatto delle ottime gare in precedenza, ma alle medaglie non pensavo. Bisogna poi dire che il contesto in cui è arrivata questa medaglia fu complicato. C’erano tante premesse che la rendevano davvero un po’ particolare».

E quali erano le condizioni particolari?
«Nella squadra nazionale noi ragazze eravamo solo cinque, tutte non più che ventenni e poco considerate. I ragazzi invece erano la Valanga Azzurra, di cui facevano parte campioni come Piero Gros, Gustav Thoeni, Herbert Plank e altri. Avevano tutte le attenzioni e tutto il Paese puntava su di loro. La prima gara, lo slalom gigante maschile, però andò male, nessun italiano in vetta alla classifica, Thoeni arrivò quarto a pochi centesimi dal podio. Ricordo la delusione, che fu fortissima, e il clima in Nazionale pesante e preoccupato. In queste condizioni iniziò la nostra gara e arrivò la mia medaglia, che ebbe anche il merito di ricaricare tutto l’ambiente. Tre giorni dopo si disputò lo slalom speciale maschile e Gros e Thoeni conquistarono rispettivamente l’oro e l’argento. Per tornare a noi, la medaglia d’argento fu un successo importante, anche perché a quei tempi le donne nello sci e nello sport erano piuttosto invisibili».
In che senso eravate invisibili?
«Per gli sport femminili non c’erano né attenzione né supporto, e in particolare per gli sport invernali, anche perché si arrivava da un precedente molto spiacevole: nell’edizione dei Giochi del 1972, a Sapporo, l’Italia dello sci femminile non partecipò. Non si ritenne che le sciatrici italiane fossero all’altezza dei Giochi olimpici. Un episodio quantomeno inaccettabile che allora passò sotto silenzio, perché a pochissimi importava. Vincere quattro anni dopo una medaglia contribuì a rendere più consapevoli le istituzioni sportive del valore delle atlete. Da allora le cose sono cambiate e hanno portato nel tempo anche a successi pazzeschi».

E oggi qual è la condizione dello sport femminile in Italia?
«Lo sport di genere femminile è molto cresciuto, sia nel numero delle praticanti e dei risultati, sia come attenzione e visibilità da parte del pubblico. I successi sono sempre di più e, insieme a individualità di grande classe, abbiamo da tempo un movimento all’altezza. A questa edizione delle Olimpiadi possiamo presentare una squadra nazionale in grado di ben figurare in ogni disciplina. Questo sta a significare che il lavoro fatto negli anni è stato positivo e che oggi c’è una cultura sportiva degli sport invernali, oltre a quella del ghiaccio, che funziona. L’Italia ha una grande tradizione e oggi può vantare un bel movimento di appassionati della neve».
Quante medaglie vinceremo?
«Non faccio mai di questi pronostici. Il nostro obiettivo da sportivi è dare il massimo in ogni disciplina, rendere questi Giochi il più appassionanti possibile, far emergere l’eccellenza e le capacità degli atleti, delle atlete e degli organizzatori, in modo da affermare i valori universali dello sport».
Valori dello sport, che oggi sembrano sbiadire di fronte a quanto accade nel mondo.
«Ospitare i Giochi Olimpici e Paraolimpici è una grande occasione per promuovere i valori dello sport, di cui fanno parte insieme all’agonismo e all’eccellenza, il rispetto, la solidarietà, la generosità, l’inclusione. Le Olimpiadi sono portatrici da sempre di un grande messaggio di pace, rappresentato dall’unità degli atleti e delle atlete e delle nazioni, che competono ma non combattono. Da qui discende la richiesta della tregua olimpica avanzata e sostenuta dalle Nazioni Unite, che speriamo venga accolta dai paesi belligeranti. Non dimentichiamo infine il messaggio sull’importanza dello sport e dell’attività fisica per la crescita e la salute psicofisica di tutti. Valore accolto nell’articolo 33 della nostra Costituzione, attraverso l’ultimo comma, introdotto nel 2023 dal Parlamento, che noi tutti abbiamo ora il dovere di rendere effettivo sul nostro territorio, perché lo sport è un diritto».

Competere per vincere ma non combattere, cosa significa?
«Significa puntare alla vittoria, non con l’intento di prevalere ma di dare il massimo di sé, nel rispetto degli avversari. Ed è questo che forse servirebbe anche alla nostra società: nelle nostre diversità facciamo tutti parte di una stessa squadra, in cui tutti sono importanti».
