Indice dei Contenuti
Personaggi – il Capitano d’Albertis: viaggiatore, antropologo e fotografo
Quello che fu il castello neogotico di un personaggio straordinario, grande globe-trotter fra Otto e Novecento, è oggi una meta affascinante e facile da raggiungere

La differenza tra un giramondo e un esploratore è quella che c’è tra visitare un luogo noto e spingersi alla scoperta di territori sconosciuti. Ma inserire un personaggio come il capitano genovese Enrico Alberto d’Albertis (Voltri, 23 marzo 1846 – Genova, 3 marzo 1932) nella lista dei giramondo sarebbe improprio, anche se non si può dire che abbia “scoperto” un’isola, un fiume, una specie animale, una popolazione indigena.
Non scoprì l’America e nessun continente, ma riuscì a ripetere l’impresa di Cristoforo Colombo affidandosi agli alisei esattamente con la stessa strumentazione di bordo disponibile nel 1492 (bussola, astrolabio, clessidra e balestriglia; senza sestante e senza cronometro). Lo fece a bordo del suo cutter di 22 metri: il Corsaro, lungo poco meno della Santa Maria, la caravella più grande. Correva l’anno 1893 e la traversata coronava la celebrazione del quarto centenario.
Fu di nuovo un successo clamoroso avvistare terra a San Salvador, pur sapendo, stavolta, che non era l’India quella apparsa all’orizzonte, ma un’isola dell’arcipelago delle Bahamas. Tanto gli valse, che fu insignito dei gradi di Capitano di corvetta ad honorem, attribuzione che divenne il suo secondo nome.
Il primo italiano ad attraversare Suez
Il Capitano era fatto così. Nato in una famiglia agiata che gestiva una fiorente azienda laniera, gli fu consentito di scegliere gli studi preferiti. Frequentò la scuola della Marina Militare e cominciò ad andar per mare subito dopo il diploma.
Ma ben presto sarebbe passato alla Marina Mercantile e infine avrebbe lasciato anche quella, decidendo di navigare e viaggiare per puro piacere, per divertimento. Nulla di futile, però. Ciò che lo appassionava era l’insaziabile desiderio di conoscere. E per conoscere bisognava partire.
Nel 1871 è il primo comandante di nave mercantile italiana a passare il Canale di Suez inaugurato due anni prima. Fa rotta sull’India, da dove tornerà con un cucciolo di tigre del Bengala (poi, cresciutello, prudentemente regalato allo zoo). Ma è solo l’inizio, perché d’Albertis sogna di essere l’armatore di sé stesso, di andare dove vuole e fare quello che gli aggrada.
Nel frattempo si concede diversivi incredibili, come il record di percorrenza Genova–Torino (1872) su un velocipede pesantissimo, con ruota anteriore grande dotata di pedali, più piccola la posteriore, entrambe di legno cerchiate in ferro.

Tre volte il giro del mondo scattando migliaia di foto
Da giovane uomo fortunato e infaticabile, sembra uscito più dalla penna di Jules Verne che da quella di Emilio Salgari, aggiungendo poi come vedremo un pizzico di Indiana Jones.
Anna d’Albertis, pronipote e biografa appassionata del suo antenato, ne racconta le gesta in più di un libro. La carriera a lui più congeniale, scrive, era “quella del gentleman of leisure, che viaggia per conto proprio, senza dover rendere conto a nessuno”. Nel 1874 “si fa costruire il suo primo cutter, il Violante, lungo 12 metri, e inizia il divertimento, anche se non privo di pericoli, della navigazione da diporto.” Utile dulci è il motto scelto per l’imbarcazione: utile e dilettevole.
Nel 1879, con Augusto Vittorio Vecchi (marinaio e scrittore detto Jack La Bolina) e alcuni aristocratici fra cui il marchese Andrea Doria, discendente del celebre omonimo ammiraglio, fonda il Regio Yacht Club Italiano, antesignano di quello tutt’ora operante, pur se alleggerito del richiamo ai Savoia. Di fatto il Violante, sostiene Anna, “è la prima barca da diporto italiana”.
Navigavano i militari, navigavano i mercanti, navigavano i pescatori, non navigavano i turisti e i viaggiatori, a quei tempi, non su piccole barche di proprietà. Il Capitano promuove “crociere in lungo e in largo per il Mediterraneo”, prima con il Violante, poi dal 1882 con il Corsaro già citato e infine, disarmato questo, con navi di linea e mezzi d’ogni tipo, cavalli e cammelli inclusi.
Nel corso della sua vita farà il giro del mondo via mare e via terra per ben tre volte (1877, 1896, 1910) scrivendo diari puntigliosi. Sale fino a Capo Nord, si addentra in Africa, conosce Giappone e Cina, visita l’India, la Malesia, il Borneo, l’Australia, la Nuova Guinea, la Nuova Zelanda, entrambe le Americhe. Raccoglie cimeli d’ogni tipo. Scatta un’enorme quantità di fotografie.
Un grande vecchio e il Castello che ha voluto regalare a Genova
Essendo un patito della misurazione del tempo, indispensabile per fare il punto in navigazione, diventa un abilissimo costruttore di meridiane (ne produrrà più di un centinaio, anche su commissione).

Si stenta perfino a credere che sopravviva a malattie, pericoli d’ogni sorta, selvaggi ostili, animali letali. Senza antibiotici, senza vaccini. Eppure, dopo aver fatto della vita un fantastico hobby, alla ricerca di un tempo non perduto, ma costantemente guadagnato, riesce a scamparla e a invecchiare bene.
Così ci appare negli ultimi ritratti: un gran vecchio con la barba bianca, la giacca e il cappello del comandante, che vive di ricordi, anzi fra i ricordi, nel castello in stile neogotico che si è fatto costruire nel fiore degli anni, tra il 1886 e il 1993, dove può accogliere personaggi importanti, nobili, artisti, signore della buona società.

Foto: © Castello d’Albertis Museo delle Culture del Mondo, Genova.
Si reca a Caprera a conoscere Garibaldi (gli fa dono dei celebri canditi di Romanengo e riceve in cambio una bottiglia di vino prodotta dal Generale). In Egitto fa ricerche archeologiche insieme a Ernesto Schiaparelli. Due volte lo viene a trovare Giuseppe Verdi, di cui è grande ammiratore. E quando restituisce la visita, recandosi a Sant’Agata di Busseto, con la sua amata Kodak a soffietto scatta quella che sarà l’ultima foto del Maestro prima della morte (avvenuta a Milano, il 27 gennaio 1901).
Cimeli antichi e nuove collezioni nella casa – castello – museo
Il suo castello è arroccato sull’altura di Montegalletto in posizione dominante, quasi verticale, sopra la Stazione ferroviaria di piazza Principe, via Pré, l’angiporto e la Stazione Marittima.

Vista dal castello sulla Stazione Marittima e la Lanterna. Foto © Freemedia.
Il progetto, plasmato sui desideri del proprietario, è attribuito ad Alfredo D’Andrade, lo stesso architetto del Borgo Medievale al parco del Valentino (Torino). Varcare l’arco a sesto acuto sotto le alte merlature delle mura, tra i due leoni in pietra istriana posti a guardia, è come avventurarsi verso un viaggio metaforico “in lungo e in largo”, non a caso proprio lì dove al Capitano non mancava proprio nulla per iniziare ogni viaggio vero.
Riportato allo stato attuale con il restauro del 2004, il maniero, che il Capitano alla morte donò alla città, oggi è infatti Museo delle Culture del Mondo, interamente proprietà del Comune, inserito nella rete dei Musei Civici genovesi.
Ma innanzitutto questa era e resta la dimora del Capitano, forgiata a sua immagine e somiglianza. Uno spazio che contiene, ma che ancor più guarda fuori, a cominciare da quel che si vede davvero, perché da lassù si domina l’intera Genova, dal promontorio di Portofino alla Lanterna. Ed è dalla casa, che inizia la visita.

Quel Colombo giovinetto conteso tra l’America e i selfie
Già nel parco prospiciente, molte delle essenze arrivano dai viaggi del Capitano o ne sono ispirate. Scrive Anna d’Albertis: “All’interno c’è di tutto: panoplie di armi africane, orientali, europee, fucili, statue, mobili, strumenti musicali. Tutti ricordi di una vita di viaggi (…)
Nella vetrina al primo piano, nella cosiddetta (spettacolare) Sala Colombiana, c’è un esempio di come d’Albertis esponeva i suoi cimeli: tutti insieme, senza differenza di provenienza, datazione, importanza. Si trovano per esempio la sabbia di San Salvador, un sandalo africano, un ornitorinco, pipe da oppio, un pezzo del Tempio del Cielo di Pechino, collane polinesiane, una coda di elefante…”.
A un certo punto un cartello posto a copertura di una bacheca avverte di non sollevare se si è persone impressionabili. Difficile resistere alla curiosità di scoprire cosa nasconde: un teschio con un copricapo rituale. “Ovviamente solo amici, parenti e personalità erano ammessi alla visita”. Oggi è per tutti.
Clou di questa parte del museo è la loggia panoramica, abitata dalla statua di un giovane Cristoforo Colombo seduto su una bitta, realizzata da Giulio Monteverde nel 1872. Scruta il mare e l’orizzonte in direzione dell’America. Ma pochi visitatori resistono al selfie incrociando quello sguardo (e il primo a concederselo fu il Capitano).

La vista oltre il loggiato è superba, appunto, come il soprannome dell’antica Repubblica marinara. Troverete ancora un salotto turco che vi fa immergere in un’atmosfera quasi dannunziana, e una curiosa cabina nautica che ricreava in casa l’ambiente della barca, uno spazio minuscolo ma delizioso, con cuccetta per dormire, scrittoio, lavabo ed oblò, perfino un salvagente. Immaginiamo frequentato dal Capitano per sognare e ricordare, negli anni della vecchiaia.
Uomini e culture del mondo venite a incontrarvi qui
Proprio lì si chiude la prima parte dell’itinerario, si esce definitivamente dalla “casa” e si passa al museo moderno, collocato però nella parte più antica, cinquecentesca, corrispondente a una cinta muraria sopra il Sestiere di Pré che nell’Ottocento era interrata e inagibile. In questi ambienti, vi sono esposizioni dedicate alle popolazioni indigene precolombiane di Nord e Sud America, Australia e Oceania.
Se parte dei pezzi esposti provengono dal lascito d’Albertis, la gran parte sono acquisizioni e donazioni successive e le scelte tematiche ed espositive sono assai suggestive e coinvolgenti.
Fiore all’occhiello la sezione dedicata alle musiche dei popoli, allestita dall’associazione Echo Art, dove si realizzano stage, concerti, attività didattiche, incontri con musicisti e ricercatori. Un altro corposo capitolo è dedicato alle medicine tradizionali (cinese, indiana, tibetana, arabo-islamica).
In conclusione non si può che convenire con la direttrice del museo Maria Camilla De Palma (a sua volta autrice di testi sul Capitano) quando sostiene che questo non è solo uno spazio da visitare, è “la nostra stessa casa, la casa delle nostre pulsioni e fascinazioni, delle nostre paure ed esplorazioni, delle domande che segnano il nostro rapporto con il mondo”. Perché è qui che “uomini, arti, simboli e musiche dei cinque continenti si incontrano”.
All’uscita, piacevolissima la pausa al bistrot, con i tavolini nel verde del giardino, ripensando il tutto davanti a un drink e uno spuntino, già con un pensiero all’orario del treno per il ritorno.
Arrivate in treno, bus o auto, ma non perdetevi l’ascensore

Nel 1929 entrò in funzione l’ascensore vero e proprio; il 16 dicembre del 2004 fu inaugurato il tratto in piano su rotaia (che prima era una lunga galleria pedonale). Foto: © Castello d’Albertis Museo delle Culture del Mondo, Genova.
Da Milano Centrale a Genova Piazza Principe è un viaggio in treno che i milanesi conoscono benissimo.
Si può fare anche con i bus che, partendo da Lampugnano, sbarcano davanti alla Stazione Marittima.
O si può arrivare in automobile, uscendo a Genova Ovest e parcheggiando al comodissimo parking della stessa Stazione Principe, che si paga con il telepass.
Percorrendo pochi passi (un centinaio di metri dalla stazione ferroviaria e dal parking, massimo il triplo dalla fermata se siete arrivati con il pullman), si arriva all’inizio di via Balbi: lì c’è l’ingresso all’ascensore di Montegalletto, pressoché sconosciuto ai “foresti”.
È forse l’unico al mondo che parte come un mini-tram in galleria, poi viene agganciato e sale come un ascensore, in verticale.
E dove sbuca? In corso Dogali, Circonvallazione a Monte, esattamente davanti all’ingresso del parco di “Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo”. Percorso inverso al ritorno.
Uno spasso per i più piccoli. Viaggio che meno stressante e più veloce è difficile da immaginare, ovviamente salvo imprevisti.



