La responsabilità delle parole e la deriva dell’odio

«La responsabilità personale comincia dal linguaggio che usiamo ogni giorno. Non esistono parole innocenti quando queste deumanizzano l'altro» (Liliana Segre)
La prima pagina de La Verità del 21 luglio

Il numero di agosto de il SUD Milano, che stiamo chiudendo in questi giorni (in uscita il 29 luglio), sarà  ampiamente dedicato al tempo libero e allo svago. Tante notizie utili e un nostro piccolo contributo a un periodo il più possibile di serenità e riposo. In questi giorni però siamo di fronte a crescenti tensioni ed episodi di violenza che stanno attraversando il dibattito pubblico e che non rappresentano un fenomeno improvviso, bensì il risultato diretto di un clima sociale inasprito da tempo da narrazioni divisive. In questo scenario di forte polarizzazione, la stampa e i media in generale si trovano al centro di un duro esame di coscienza sulle proprie responsabilità informative per la tendenza a spettacolarizzare la cronaca, riducendo le questioni complesse a tifoserie contrapposte pur di catturare l’attenzione del pubblico. Quando l’odio diventa il motore degli eventi, il limite tra il semplice dovere di cronaca e la diffusione dell’incendio sociale rischia di azzerarsi.

In questo senso ricordiamo il pensiero di Gariwo (la fondazione che ricerca e ricorda i “Giusti dell’umanità”) che insegna che il male e i totalitarismi non nascono mai dall’oggi al domani con le armi o con le leggi liberticide: nascono nelle parole, dal linguaggio che usiamo ogni giorno. Se la stampa accetta il registro del “noi contro di loro”, se trasforma le persone in categorie bersaglio e il dissenso in tradimento, si rende complice della preparazione culturale dell’odio. La responsabilità dell’informazione, oggi, sta nel recuperare la lezione dei Giusti: esercitare la memoria, rifiutare l’indifferenza e, soprattutto, scegliere la complessità al posto della semplificazione urlata.

Accanto alla dimensione etica del linguaggio proposta da Gariwo, si impone una riflessione di carattere sociale e morale che affonda le sue radici nell’insegnamento di Papa Leone XIV e nell’enciclica Magnifica Humanitas, che pone i media di fronte a una responsabilità morale improcrastinabile. Il richiamo all’etica informativa e alla centralità della persona si impone dunque non come una mera riflessione teorica, ma come una guida necessaria per orientare il futuro dei media. L’informazione non è un attore neutrale; ha il dovere etico di valutare l’impatto delle proprie parole per evitare di diventare un “incendiario inconsapevole” delle tensioni sociali.

In sintesi l’unica risposta al degrado dell’odio è il recupero della verità, della dignità umana e del coraggio della sfumatura.

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