iGirl, la tragica vicenda dell’Homo sapiens

Con iGirl al Teatro Fontana Federica Rosellini conferma il suo talento poliedrico in uno spettacolo di arte contemporanea che fonde teatro, videoarte e musica e ripercorre la storia di violenza dell’Homo sapiens e della condizione delle donne Capelli rasati cortissimi, le lunghe gambe infilate in...
Federica Rosellini. Foto Andrea Macchia.

Con iGirl al Teatro Fontana Federica Rosellini conferma il suo talento poliedrico in uno spettacolo di arte contemporanea che fonde teatro, videoarte e musica e ripercorre la storia di violenza dell’Homo sapiens e della condizione delle donne

Federica Rosellini. Foto Andrea Macchia.
iGirl, Federica Rosellini. Tutte le foto dell’articolo sono di Andrea Macchia.

Capelli rasati cortissimi, le lunghe gambe infilate in una tuta che a poco a poco toglierà lasciandola completamente esposta. Il corpo di Federica Rosellini si offre nudo, decorato di tatuaggi: immagini dai colori vivissimi degli Arcani maggiori dei Tarocchi. Un corpo fragile e sacro, su cui la memoria della storia dell’Homo Sapiens, intrisa di violenza, si incide come una scrittura bruciante. Trasformato in archivio vivente, attraversato da figure femminili molteplici del mito, della storia, da Antigone (“che morì perché discusse come un uomo”) a Giovanna d’Arco (“che fu bruciata sul rogo”) Giocasta, Persefone che ritornano a reclamare la propria voce. Si arrampica su una passerella di assi di legno poggiate sulle poltrone delle prime file; a tratti resta in piedi, cammina avanti e indietro, mentre tiene stretta e accarezza una gallina meccanica. Si avvicina alla loop station, a creare mashup musicali tra brani di canzoni anni ’80 e ’90 (Sweet dreams degli Eurythmics, I will always love you di Whitney Houston e diversi altri) e nuove sonorità. Si stende a terra. Parla, urla, racconta, ricorda. Guarda: e attraversa mondi, dalla preistoria delle caverne all’epoca contemporanea con i pixel luminosi. È un mondo insieme arcaico e terminale: là dove un tempo cresceva il bosco, ora l’erba è secca, e il cielo in fiamme annuncia il giudizio. Fino all’inondazione finale: l’acqua troppo a lungo trattenuta, costretta, si alza e travolge tutto, come un ritorno alle origini o una fine del mondo.

Il cast degli autori di iGirl al Teatro Fontana

Sotto i chiostri cinquecenteschi di Santa Maria alla Fontana, il Teatro Fontana di Milano ha ospitato dal 17 al 22 marzo 2026 una delle proposte più audaci della stagione contemporanea: iGirl (2025), opera di Marina Carr, drammaturga irlandese tra le voci più innovative del teatro contemporaneo, tradotta da Monica Capuani e Valentina Rapetti e portata per la prima volta sulla scena italiana da Federica Rosellini, nel doppio ruolo di regista e unica interprete-performer.

Una performance multimediale che riflette l’orientamento del Teatro Fontana che sotto la direzione artistica di Ivonne Capace dal 2024, ne fa uno spazio dedicato alla sperimentazione e alla drammaturgia contemporanea: un luogo dove creatività, tecnologia e ricerca si intrecciano, dando vita a forme performative nuove e inedite, come dimostra per l’appunto la stessa audacia della performance di Rosellini.

Federica Rosellini, attrice poliedrica

L’attrice, classe 1989, due volte Premio Ubu come Miglior attrice/performer under 35, ha lavorato con registi come Luca Ronconi, Federico Tiezzi, Antonio Latella e Andrea De Rosa. Recentemente è stata nominata condirettrice artistica del Festival delle Colline Torinesi, uno dei festival storici più attenti al teatro internazionale e alla contaminazione tra i generi, insieme a Isabella Lagattolla. Al cinema, l’abbiamo vista diretta da Daniele Luchetti in Confidenza, accanto a Elio Germano.

iGirl, Federica Rosellini. Foto Andrea Macchia.
iGirl, Federica Rosellini.

IGirl, parola, corpo e musica, futuro e passato remoto

iGirl è un’ibridazione estrema tra parola, corpo, musica elettronica e sperimentale, e videoarte, tra memoria ancestrale e tecnologia presente, capace di generare una densità simbolica feroce e di agire in modo diretto, quasi fisico, sulla percezione dello spettatore. È insieme urlo e riflessione sulla violenza millenaria iscritta nella storia dell’Homosapiens che ha sterminato i pacifici e silenziosi Neanderthal. “La specie sbagliata sopravvissuta, grazie ai suoi denti canini” da vampiro, che caccia, uccide e mangia altre creature”.

Federica Rosellini si dona completamente ad un testo denso, complesso, cupo, doloroso, caotico, impegnativo. Intreccia storia, mito, scienza, confermandosi ancora una volta corpo scenico radicale: un corpo che diventa vero spazio della scena: corpo-mappa, scrittura incarnata, viva e pulsante, in perenne mutazione. Perché iGirl è anche e soprattutto un’epopea dei corpi quelli diversi, annientati, esiliati, umiliati, minoritari: i corpi che la Storia ha sacrificato o relegato all’oblio.

La perfomance

ll suo lavoro sul corpo Il suo lavoro sul corpo si spinge qui fino a un’esposizione estrema nella nudità, portando ogni muscolo, ogni vertebra, a una soglia di intensità e consapevolezza. La nudità è la sua armatura e la sua vulnerabilità. La voce si fa molteplice: furiosa, lirica, sacrilega e compassionevole, rabbiosa. “C’è la rabbia di quel che è stato e che ci ha resi quel che siamo: perché siamo terrificanti, Noi homo sapiens”. La Ragazza è protagonista e al tempo stesso narratrice di un rito sciamanico. Cammina avanti e indietro sul palco. Si distende, si agita, si calma. La accompagna una gallina meccanica (Luise) che trascende la funzione di semplice oggetto di scena per farsi archetipo ancestrale. In natura, le galline possiedono condotti lacrimali, ma questi rispondono soltanto a una funzione biologica di pulizia e non al pianto. Sono creature senza lacrime: In questa impossibilità di piangere si condensa la storia delle donne che resistono al mondo, chiamate a sostenere l’insostenibile, senza potersi abbandonare né al pianto né alla rabbia. Ne nasce una partitura fisica di straordinaria potenza, e a tratti ci sconvolge questa radicalità estrema.

Video, musiche e scenografie

Sullo sfondo, proiettati su un grande schermo, scorrono i video suggestivi di Rä Di Martino, realizzati con l’intelligenza artificiale: paesaggi arcaici, desertificati e glaciali, attraversati da un occhio che incombe e osserva. Il flusso sonoro firmato da Daniela Pes e Gup Alcaro amplifica questa visione, restituendo una energia ancestrale, mistica e insieme distopica.

Gli elementi scenico-meccanici sono di Paola Villani, il light design di Simona Gallo, I tatuaggi e i costumi sono firmati da Simona D’Amico. La scelta del tatuaggio, spiega Federica Rosellini nella nota di regia, richiama direttamente la pittura parietale preistorica, un arte dei nomadi, trasformando il corpo in una vera e propria parete della caverna. 

L’attrazione della bellezza

Un viaggio sciamanico, contemporaneo, crudo e necessario, che ci immerge nel Dna primordiale della psiche 300mila anni fa: un luogo di distruzione, ma anche di creazione e bellezza. L’arte preistorica delle pareti delle caverne rappresenta uno dei primi tentativi dell’uomo di esprimere la propria esperienza del mondo attraverso la bellezza. Pitture rupestri e incisioni, raffiguranti animali, scene di caccia o simboli astratti: queste opere mostrano come fin dagli albori, l’uomo preistorico sia stato attratto dalla bellezza, cercava di catturare la forza, il movimento e la vita attorno a sé, rendendo eterna la sua meraviglia del mondo. 

iGirl, Federica Rosellini. Foto Andrea Macchia.
iGirl, Federica Rosellini.

Un mondo post apocalittico di cui siamo responsabili

Dopo 75 minuti, il teatro in cui ci troviamo sembra improvvisamente la scena di un mondo post apocalittico, che ci siamo creati da soli. Possiamo ancora ricostruire il mondo? Allora, c’è una domanda che si pone ogni qualvolta guardiamo alla fragilità delle civiltà disumanizzata che abbiamo costruito: per cosa vale la pena vivere, ancora? Che cosa sceglieremo di salvare in futuro, come autenticamente umano? Senza dimenticare chi siamo stati, e ciò che abbiamo distrutto. Meccanicamente famelici di altri esseri umani. Allora, solo allora, può avere luogo una trasformazione.

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