Si può abitare l’intelligenza senza trasformarla in distanza. Si può essere profondi senza perdere il contatto con la terra, con le persone, con il tempo che si sta vivendo e parlare al grande pubblico mantenendo un tono aulico, raffinato, mai indulgente.
E, soprattutto, si può viaggiare tra i territori del suono, della filosofia e del misticismo senza smarrire un’identità precisa. Essere sperimentatori e insieme narratori popolari, esploratori dell’assoluto con i piedi ben piantati nella contemporaneità. Questo equilibrio raro ha un nome e un cognome: Franco Battiato. Raccontarlo significa confrontarsi con una figura che ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio come un viaggiatore dello spirito.

Il Lungo Viaggio, diretto da Renato De Maria, prova a restituirne la complessità senza ingabbiarla in una narrazione didascalica. E riesce nell’impresa più difficile: evocare senza ridurre. Il film costruisce un percorso per quadri emotivi, come una suite. Dalla Jonia natale alla Milano delle avanguardie, dalla stagione sperimentale degli anni Settanta – tra minimalismo ed elettronica – fino all’esplosione pop degli Ottanta, quando Battiato dimostra che si possono scalare le classifiche citando Gurdjieff e la fisica quantistica.
La sua è stata un’operazione radicale: portare l’ermetismo nel mainstream senza tradirne la sostanza. De Maria sceglie l’ellissi come cifra stilistica. Alcuni passaggi sono condensati, ma la scelta è coerente: Battiato non è mai stato lineare. La sua traiettoria è fatta di deviazioni, ritorni e silenzi. Una cronologia esaustiva avrebbe tradito l’idea di ricerca continua che lo ha definito.Il cuore del racconto resta l’uomo: il rapporto con la madre Grazia, l’amicizia con Juri Camisasca, i sodalizi con Alice, Giuni Russo, Giusto Pio. Non semplici collaborazioni, ma veri laboratori creativi dove la canzone si apriva alla spiritualità orientale e alla musica colta.
Battiato è stato un autore totale, capace di dialogare idealmente con Brian Eno o David Bowie, ma con una radice profondamente mediterranea. Straordinaria la prova dell’attore Dario Aita, che evita ogni caricatura e lavora per sottrazione: nei semitoni, nello sguardo. Non imita Battiato, lo evoca. Il Lungo Viaggio non è un’agiografia, ma un invito all’ascolto.
Ricorda quanto sia attuale l’opera di Battiato: per la tensione etica, l’apertura interculturale, la ricerca di elevazione mai disgiunta dalla realtà. Più che un documentario, è un’esperienza sensoriale. Una “terapia Battiato”: sospesa, necessaria. Già trasmesso su Rai1 e disponibile su RaiPlay, è un’opera che non si guarda soltanto — si attraversa. E, come ogni vero viaggio, lascia qualcosa di irreversibile in chi lo compie.
