Dal 28 gennaio al 21 giugno 2026, Milano ospita Metafisica/Metafisiche, Modernità e malinconia, un progetto diffuso che si sviluppa nelle sedi museali di Palazzo Reale, Museo del Novecento, Grande Brera Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia
Città silenziose, ombre che si allungano, manichini senza volto, oggetti sospesi e fuori contesto, spazi urbani deserti che si popolano di rovine, archi, portici, angoli di strada, muri, edifici, statue: elementi familiari che, sottratti al loro contesto abituale, emergono con una forza nuova, trasformandosi in presenze enigmatiche, cariche di mistero. L’arte metafisica invita a oltrepassare la superficie delle cose, trasformando il quotidiano in un enigma da decifrare. Nata agli inizi del Novecento, rompe con la rappresentazione tradizionale per aprirsi a una dimensione più ambigua e sospesa della realtà, in un dialogo continuo tra visibile e invisibile
Una mostra per quattro musei
Dal 28 gennaio al 21 giugno 2026, Milano ospita Metafisica/Metafisiche, Modernità e malinconia, un progetto diffuso che si sviluppa in quattro importanti sedi museali — Palazzo Reale, Museo del Novecento, Grande Brera Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia. Curata da Vincenzo Trione e promossa dal Ministero della Cultura e dal Comune di Milano, la mostra celebra la Metafisica attraverso oltre 400 opere, offrendo uno sguardo ampio e articolato sulle sue molteplici declinazioni tra linguaggi diversi: arte, architettura, design, moda, musica, cinema e letteratura.

La nascita dell’arte Metafisica
La nascita della Metafisica viene convenzionalmente fatta risalire al 1910, anno in cui Giorgio De Chirico (Volos, 10 luglio 1888 – Roma, 20 novembre 1978) realizza L’enigma di un pomeriggio d’autunno. Su uno sfondo azzurro, nel vuoto di una piazza emergono un tempio, una statua e la colonna di un edificio che vediamo solo in parte, due piccole figure che parlano. Al di là di un muro di cinta, si intuisce quella che potrebbe essere la vela di una barca. Sarà lo stesso artista, in uno scritto del 1912, a raccontare la genesi di quest’opera destinata a inaugurare una nuova corrente pittorica, presentata per la prima volta a Parigi al Salon d’Automne dello stesso anno: era seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce a Firenze. E vede le cose sotto uno sguardo nuovo. Il Duomo, da edificio gotico, si trasfigura in un tempio greco, mentre la statua di Dante assume le sembianze di una scultura antica. In questo slittamento di forme e significati, la realtà viene alterata e ricomposta in una dimensione sospesa, enigmatica e profondamente straniante, anticipando i tratti distintivi dell’estetica metafisica.
Il legame con Milano di Carrà, de Chirico e Savinio

Al Museo del Novecento, la mostra Milano Metafisica approfondisce in particolare il legame di de Chirico, Savinio e Carrà con il capoluogo lombardo e le loro collaborazioni con importanti istituzioni culturali cittadine, attraverso una selezione di circa 50 lavori tra disegni, bozzetti di scenografie, maquette, costumi teatrali realizzati per il Teatro alla Scala negli anni Quaranta e Cinquanta, insieme a fotografie d’epoca, materiali d’archivio, disegni preparatori dei Bagni Misteriosi progettati per la Triennale di Milano. Milano ha avuto un ruolo non trascurabile nelle vicende della pittura metafisica. Qui de Chirico vive alcuni mesi con la madre e il fratello nel 1919-1920, mentre Carrà, di cui in questo 2026 ricorrono anche i 60 anni dalla sua scomparsa (nasce nel 1881 a Quargnento, in provincia di Alessandria dalla famiglia di un ciabattino) dopo un soggiorno giovanile nel 1895 -1898 dove qui lavora come apprendista decoratore e garzone muratore, vi si stabilisce definitivamente nel 1904. La città ha rappresentato il fulcro della sua formazione, nel 1905 frequenta i corsi della Scuola Serale d’Arte Applicata al Castello Sforzesco e l’anno seguente si iscrive all’Accademia di Brera, nel 1910 firma il “Manifesto dei pittori futuristi“. Dopo la velocità e il dinamismo futurista, arriva la folgorazione metafisica, in seguito a all’incontro nel 1917 con Giorgio de Chirico, Alberto Savinio e Filippo de Pisis, durante un soggiorno all’ospedale militare di Ferrara. E nel dicembre 1917 espone per la prima volta i suoi quadri metafisici nello studio milanese del fotografo Paolo Chini. È stato docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera (dal 1941 al 1951), muore nel capoluogo lombardo nel 1966. Carlo Carrà è presente (a Palazzo Reale) con 5 opere, tra le quali la celebre Composizione TA (Natura morta metafisica) che presenta al centro della scena un’enigmatica testa femminile, una squadra, un compasso e un bastone, disposti come elementi onirici, geometrie pure e prospettive ambigue. Gli oggetti sono immersi in una luce cristallina che li congela in un tempo sospeso, all’interno di uno spazio chiuso e immobile, creando un vero e proprio “paesaggio” di cose silenziose e statiche. Se de Chirico stupisce e inquieta, Carrà sospende e armonizza, con un simbolismo metafisico più leggero e poetico, meno perturbante.
Nel 1917 dipinge anche Madre e figlio. Al centro della stanza due figure simili a due manichini. Sullo sfondo si intravede una porta, una parete con un metro stampato sopra. Attorno elementi stranianti: Il tubo di una stufa che va a confluire in un libro, creando un accostamento surreale. In basso, alcuni oggetti come un dado, un rullo della stampa e un pallone colorato. Questi elementi, pur evocando il mondo infantile, contribuiscono invece a rafforzare il senso di distacco e di inquietante immobilità.

La vita milanese tra Porta Romana e Brera
«Mi sono rimesso al lavoro qui a Milano», scrive Giorgio de Chirico a Ottone Rosai il 6 novembre 1919. L’artista è arrivato in città da pochi giorni e alloggia presso il fratello Alberto Savinio, stabilitosi da alcuni mesi in viale (oggi corso) Porta Romana 76, in una casa poi distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Milano non gli è nuova: vi aveva già soggiornato nel 1906, rimanendo profondamente colpito dalle opere di Previati e Segantini alla grande Esposizione Internazionale. Nel dicembre 1919, i due fratelli lasciano l’abitazione di viale Porta Romana per trasferirsi con la madre in via Lauro 2, non lontano da Brera, nel cuore della vita culturale milanese, dove resterà fino all’aprile 1920, quando si sposta a Firenze. Nello stesso stabile vive l’avvocato allora famoso Riccardo Luzzatto. Tra i suoi clienti figura Amleto Selvatico, noto per il sostegno alla Galleria “Arte”, mentre tra i praticanti dello studio si trova un certo Mazzolà, che abita con la moglie nel mezzanino del palazzo. «Noi vedevamo attraversare il cortile fratelli De Chirico, tristi, chiusi in se stessi, vivevano più che modestamente, senza particolari mezzi». Fu proprio Mazzolà a suggerire il nome di de Chirico, per la personale che de Chirico inaugurò il 29 gennaio 1921 alla Galleria “Arte”, che però passò quasi inosservata negli ambienti milanesi, come ricorda la critica d’arte e curatrice Elena Pontiggia.a. Solo Margherita Sarfatti le dedicò un lungo articolo sul Popolo d’Italia, lodando la “singolare tempra” di de Chirico e l’originalità del suo percorso espressivo. Nel frattempo, de Chirico aveva ormai lasciato Milano e vi sarebbe tornato a vivere solo negli anni Trenta.
Savinio, artista poliedrico
Un capitolo speciale della mostra è dedicato ad Ascolto il tuo cuore, città (1944), una delle opere più celebri di Alberto Savinio, profondamente legata alla città di Milano. Artista poliedrico e raffinato, Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico), meno noto al grande pubblico rispetto al fratello maggiore, ma non meno geniale, fu scrittore, pittore, musicista, drammaturgo e critico. A questo testo risponde oggi, sul piano visivo, l’artista e regista con i dieci fogli raccolti sotto il titolo Disegni per Savinio, in cui atmosfere e situazioni del romanzo si trasformano in sequenze simili a quelle di un vero e proprio film disegnato. In bilico tra adesione al testo e libera reinterpretazione, Paladino accoglie la parola di Savinio e la rielabora, facendola diventare, nelle sue mani, cromatismo verbale. Ricca la selezione di dipinti di Alberto Savinio, tra i quali spiccano Notturno (1939) e Nascita di Venere (1939). Tra il 1948 e il 1951 Savinio collaborò attivamente con il Teatro alla Scala curando gli allestimenti scenici di Oedipus Rex, I racconti di Hoffmann, L’uccello di fuoco e il balletto Vita dell’uomo (parole e musica di Savinio). Due costumi teatrali, figurini a tempera ad acquerelli e maquette di scena sono qui esposti in mostra.

L’architettura milanese del Novecento
Il percorso metafisico si conclude a Palazzo Reale con uno sguardo rivolto all’architettura milanese del Novecento: dalla Ca’ Brutta di Giovanni Muzio, in dialogo con il classicismo di ascendenza dechirichiana, ai Palazzi Montecatini di Gio Ponti, fra il verde della Triennale di Milano con i Bagni Misteriosi: un’opera che racchiude tutta la forza dell’immaginario metafisico di Giorgio de Chirico e che ancora oggi incanta chi la scopre, nel cortile del Palazzo dell’Arte. Realizzata (1973) in pietra di Vicenza, da un de Chirico ormai ottantacinquenne, ma pervaso da una giovinezza dello sguardo, si configura come una vera e propria apparizione onirica: due bagnanti, una cabina, un trampolino, una palla, un cigno, un pesce, una fonte. Il tutto si dispone sopra una vasca rettangolare che evoca una piscina immobile, ma anche un palcoscenico teatrale silenzioso, sospeso tra realtà e rappresentazione, illuminata da una leggerezza di colori che si fanno smaltati. Per evocare l’effetto visivo dell’acqua, de Chirico volle che il pavimento della vasca fosse composto da listelli di marmo disposti come un parquet, creando un’illusione ottica liquida e cangiante. Il titolo e il soggetto richiamano i ricordi d’infanzia dell’artista a Volos, in Tessaglia, Grecia, dove nacque il 10 luglio 1888 da genitori italiani di nobili origini (suo padre, Evaristo, ingegnere, era allora in Grecia per lavoro).Un ritorno ai temi metafisici con spirito rinnovato.
Il cortocircuito percettivo è di grande suggestione. Milano, città tradizionalmente associata all’efficienza e al pragmatismo, rivela, in questa occasione, una dimensione più sfuggente e ambigua: un paesaggio urbano che, si fa rarefatto, quasi sospeso fuori dal tempo, in cui la città smette temporaneamente di essere soltanto una macchina funzionale e si trasforma in un territorio enigmatico, attraversato da tensioni silenziose tra presenza e assenza. Dove anche ciò che appare familiare si carica di un’inquieta estraneità.
Un omaggio a una stagione artistica straordinaria, ma anche un invito più profondo e incisivo a ripensare il nostro modo di percepire la realtà che ci circonda. Possiamo cominciare passeggiando per le vie di Milano. Con lo sguardo rinnovato: come de Chirico davanti al Duomo in piazza Santa Croce.
