
Decidere di sfidare opere che hanno segnato l’estetica dell’horror somiglia sempre a una profanazione,. Soprattutto quando si tocca l’immaginario creato da un autore come Stephen King. Eppure, proprio qui sta il fascino di un’operazione rischiosa ma audace. Può infatti contare su un universo narrativo ricco, capace di generare continue espansioni e nuove prospettive.
È in questo contesto che prende forma IT: Welcome to Derry. La serie in otto episodi che prova a sondare le “origini” di Pennywise e delle paure sedimentate nella cittadina del Maine già protagonista del romanzo. Una località solo in apparenza tranquilla che negli anni ha dimostrato di essere la cornice ideale per ospitare rabbia sotterranea, tra violenze taciute e presagi di morte. Ingredienti che hanno reso iconico il primo IT degli anni ’90 con Tim Curry, e poi i due remake del 2017 e 2019.
Oggi, nell’autunno 2025, Jason Fuchs e Brad Caleb Kane portano lo spettatore nei primi anni ’60, costruendo un prequel distribuito da Sky in contemporanea con gli USA. Dietro la macchina da presa torna Andy Muschietti, garanzia di continuità con il tono dei film recenti e con l’immaginario orrorifico kinghiano. Il racconto si apre ancora una volta con un gruppo di adolescenti, “nell’adolescenza più inquieta”, alle prese con la scomparsa di un amico.
Vivono vicino a una base aeronautica che ospita un bunker dedicato a progetti speciali: uno scenario perfetto per far germogliare paura, visioni e allucinazioni. Le creature che li inseguono, le voci che sgorgano dai lavandini, gli incubi che si addensano nelle loro case. Tutto ciò prepara l’ingresso di Pennywise, la cui assenza prolungata diventa un efficace motore di suspense.
Sul fondo, la serie innesta con decisione anche una dimensione politica. Il clima teso della Guerra Fredda, le contraddizioni interne del Paese e i pregiudizi razziali. In questo contesto arriva il maggiore Leroy Hanlon, quattro mesi dopo gli eventi iniziali, con la moglie Charlotte e il figlio dodicenne Will, uno dei giovani protagonisti. Il cast, quasi interamente giovanile, risponde bene alle esigenze di una narrazione che punta meno sull’effetto nostalgia alla StrangerThings e più su un realismo inquieto.
La Derry di Fuchs e Kane è un paradosso vivente: ordinata e quasi elegante in superficie, ma pronta a rivelare i suoi abissi dietro ogni angolo. Una direzione interessante per un titolo che avrebbe potuto limitarsi alla pura “paura” o alla ricostruzione storica, e che invece sceglie la strada del perturbante psicologico. Gli effetti speciali non fagocitano mai la narrazione: restano strumenti, non protagonisti. L’allucinazione è il vero motore del racconto. La cittadina del Maine si rivela ancora una volta un giardino elegante che nasconde radici profondissime di terrore. Benvenuti, in questo nuovo incubo.
