Intervista a Flavio Ferri storico componente del gruppo sulla musica «la subiamo passivamente», sui locali dove la si faceva «scomparsi» e su come è cambiata la città «Eppure, nonostante tutto, non si riesce a odiarla davvero»

Certe canzoni non sono solo canzoni, sono specchi. Catturano un sentimento, un’atmosfera, e te la sbattono in faccia con una lucidità disarmante. È quello che è successo con “Regole a Milano”, il nuovo singolo dei Delta V.
Sulla scena dal 1995 hanno raggiunto il grande pubblico con la loro versione di “Un’Estate Fa” e ora tornano dopo 6 anni con un nuovo album dalle sfumature molto milanesi.
L’uscita dell’album “In Fatti Ostili” e del singolo “Le Regole a Milano” è il prefetto pretesto per una bella chiacchierata con Flavio Ferri, storico membro fondatore del gruppo insieme a Carlo Bertotti e ora affiancati dalla voce di Marti (Martina Albertini).
La loro canzone ha toccato un nervo scoperto, descrivendo quel sentimento complesso di “amore misto a sconforto” che chiunque, milanese di nascita, esiliato o meno, non può fare a meno di riconoscere. Da questo spunto è emerso il ritratto spietato dei nostri tempi: un’epoca in cui la musica è ovunque e, proprio per questo, non riusciamo più a trovarla.
L’intervista con Flavio non è solo l’analisi di una canzone, ma un viaggio nei cambiamenti radicali della metropoli, del ruolo dell’artista e di un’industria musicale che, in trent’anni, è stata completamente stravolta.
La vostra nuova canzone, ‘Regole a Milano’, sembra più un’analisi sociale che un semplice brano musicale. Che rapporto avete oggi con la vostra città?
«Il nostro è un rapporto di “amore misto a sconforto”. Il problema non è tanto il cambiamento architettonico, quello sarebbe il meno. È il cambiamento umano che fa male, è una pugnalata ogni volta che uno ci si trova in mezzo. Vedi una città che è mutata così tanto nelle sue dinamiche sociali da non riconoscerla più.
Eppure, nonostante tutto, non si riesce a odiarla davvero. Milano è dove risiedono le tue radici e l’unica cosa che puoi fare è provare a migliorarla, o almeno, parlare di questo cambiamento in maniera lucida. Questa canzone, infatti, ha generato un dibattito, e già questo è un risultato importante. Discutere della città significa discutere anche di noi stessi».
Passare dal fare musica a commentare la realtà che vi circonda è un dato che si può considerare politico. È una scelta o una necessità?
«È una scelta che nasce da una necessità. Ci sono periodi storici in cui, se hai una piccola voce per dire qualcosa, senti il dovere di usarla. Non puoi raccontare sempre e solo “cose poetiche”, bisogna anche guardarsi intorno. E purtroppo, la realtà che ti circonda negli ultimi anni è un po’, come dire, “colata a picco”. Anche se non vuoi, ti ci ritrovi dentro, perché vivi nel mondo e quando scrivi, scrivi del mondo che vedi».

A proposito di realtà, il video di ‘Regole a Milano’ è una carrellata malinconica di luoghi musicali scomparsi. Cosa è successo?
«L’idea è nata facendo un semplice elenco dei posti della nostra gioventù musicale che oggi non esistono più. L’elenco è diventato così lungo che ne abbiamo fatto il tema del video, concentrandoci sui luoghi più simbolici per noi, quelli dove abbiamo visto concerti o abbiamo suonato.
È una carrellata desolante: il Propaganda è diventato un supermercato, il Rolling Stone un condominio, altri locali addirittura rasi al suolo e al loro posto case residenziali di lusso.
Ma il vero dramma non è la chiusura in sé; i tempi cambiano, i gusti anche. Il dramma è la mancata sostituzione. Tutti questi spazi si sono trasformati in altro e “non c’è stato nessun ricambio”. Oggi, per un gruppo emergente, trovare un posto fisico dove suonare è infinitamente più complicato di prima».
Eppure a questo vuoto di spazi fisici si contrappone un’alluvione digitale: c’è più musica che mai. Con lo streaming e internet, non dovrebbe essere tutto più facile?
«Assolutamente no. Il paradosso è che oggi la musica non si ascolta più: la si “subisce passivamente”. È diventata un sottofondo costante in ascensore, al supermercato, mentre lavori. Si mettono su playlist di cui ormai non si conoscono nemmeno gli artisti scelti da noi attraverso un algoritmo. L’atto dell’ascolto attivo e consapevole è quasi scomparso.
A questo si aggiunge una trasformazione ancora più profonda del settore: la musica è diventato un asset finanziario, i consigli di amministrazioni delle grandi major discografiche valutano il valore di un artista di fronte agli azionisti per il numero di streaming non per delle cose veramente vendute.
Internet, che doveva essere la soluzione, si è trasformato in una “trappola per topi”. L’offerta è così smisurata che tutto si perde, e la tragedia è che di buona musica “ce n’è un casino”: ci sono “ragazzi che suonano da Dio, che scrivono delle cose bellissime”, ma non riescono a farsi largo. Affiora solo ciò che “conviene di più” a livello di algoritmo, nemmeno di vendite, lasciando tutto il resto sommerso».
In un mondo così veloce e caotico, voi siete ‘notoriamente lenti’, con due dischi in vent’anni. Come vivete questo vostro ritmo?
«È una scelta consapevole. La nostra lentezza è una forma di rispetto verso quello che facciamo e verso chi ci ascolta.
Se devi comunicare qualcosa a cui veramente tieni ci devi pensare per bene.
Non sentiamo la pressione di dover produrre a tutti i costi. Inoltre, la dinamica della band è cambiata. Marti, la nostra nuova cantante, è una “finestra sul mondo contemporaneo” che ci arricchisce enormemente e di conseguenza noi fondatori siamo felici di fare un passo indietro. Una scelta che si riflette anche visivamente, come nella copertina del nuovo album, dove a comparire è solo Marti. Non abbiamo mai voluto apparire a tutti i costi; essere sempre in primo piano, a dirla tutta, è “anche un po’ una rottura di palle”».

La riflessione finale è duplice: su Milano e sulla Musica
La chiacchierata con Flavio Ferri ci lascia con un paradosso amaro e attualissimo: viviamo nell’epoca con la maggiore abbondanza di musica della storia, ma con sempre meno luoghi, sia fisici che mentali, per scoprirla e impararla. I negozi di dischi sono spariti, i locali dove si suona dal vivo sono fantasmi e l’ascolto stesso è diventato un atto passivo, un rumore di fondo guidato da algoritmi e logiche finanziarie.
Forse, la vera domanda che ci lasciano i Delta V non è solo cosa ne è stato di Milano o della musica, ma da una parte cosa ne è stata della nostra città e dall’altra cosa sappiamo del nostro modo di ascoltare. E voi, nell’infinito rumore di fondo, avete ancora un luogo – fisico o mentale – dove la musica riesce a raggiungervi davvero?


