Nei disegni di Ascari, Milano e la sua anima sociale

«Milano infinita», l'ultimo libro edito da Nuages di Giancarlo «Elfo» Ascari, tra i più grandi illustratori e fumettisti milanesi: 51 disegni a china e pennino nei quali ritroviamo scorci, cartoline, piccole storie di strada di una Milano in perenne movimento.

Graphic novel – Nell’ultimo libro scorci, cartoline, piccole storie di strada di una città in perenne movimento

Per l’autore, Elfo: «Occorre un profondo ripensamento delle modalità di creazione degli spazi, mettendo i bisogni degli individui al centro del processo di progettazione. Che dovrebbe essere più partecipato»

di Cristina Tirinzoni

Via Bellezza: il Circolo Arci

Con cinquantuno disegni, eseguiti a china e pennino da Giancarlo Ascari, classe 1951, noto da sempre come Elfo, la nostra città è ancora una volta la protagonista.

Giancarlo Ascari. Foto di Nicola Marfis

Il palcoscenico è “Milano infinita“, il bel volume edito da Nuages, la casa editrice fondata da Cristina Taverna, gemella ed omonima della galleria d’arte di via del Lauro, punto di riferimento per eccellenza in Italia per gli appassionati di illustrazione, fumetto e graphic novel.

I disegni sono la trama di questo racconto, che ha origine da foto scattate durante le infinite passeggiate per la città da parte dell’autore, che poi le trasforma e reinterpreta, con una vena d’ironia e leggerezza, senza giudizio e senza intento celebrativo, nei suoi mutamenti.

Ascari ha scelto soggetti che hanno una memoria del passato o del futuro: antiche società di mutuo soccorso, architetture che resistono alla rigenerazione urbana, vecchi ponti, graffiti, i grattacieli di CityLife, Fondazione Prada, le cucine economiche in viale Monte Grappa, nate a fine Ottocento per nutrire i poveri e chi arrivava in città in cerca di lavoro. I murales di via Carlo D’Adda e via Gola. La Torre Gorani nell’area archeologica di via Brisa, la serranda di un negozio, un’edicola, gondole veneziane e robot giapponesi. Scorci, cartoline, piccole storie di strada e di incontri: atmosfere da cui trapela un affetto sincero per questa città mutante.

La Darsena quando era ancora un porto.

Elfo, perché Milano infinita?

«In questi anni, il dibattito su Milano è sempre stato in bilico tra l’apocalittico e il trionfale. Non ci sono vie di mezzo: o è la locomotiva d’Italia o il deposito a tutte nefandezze, o è finita o infinita. Ogni tema cittadino diventa motivo di polemica tra apologeti e detrattori; dalla riapertura dei Navigli al monumento a Pertini, dallo smantellamento delle insegne in piazza Duomo alla foresta di nuovi grattacieli. Insomma, Milano è una città in perenne movimento. Contradditoria e loquace. Di tutto questo dire e fare rimane poi traccia nell’urbanistica, nell’architettura, nella topografia. E, dato che Milano è piccola, per crescere ha sempre distrutto l’antico per costruirci sopra il moderno, suscitando polemiche e discussioni. Molti interventi attuali sono brutali ma questo a Milano è sempre successo, ad esempio con la copertura dei Navigli negli Anni Trenta».

Naviglio Grande

Come è nata la passione per il disegno?

«Mio padre insegnava storia dell’arte al liceo e dipingeva molto bene, così sono cresciuto tra colori, tavolozze e libri di pittura. Disegnavo su qualunque pezzo di carta, sulle buste, sui fogli che trovavo in giro. Alle elementari riuscivo a scambiare con gli altri ragazzini i miei disegni con le figurine. Nel 1976 mi sono laureato in Architettura con una tesi sull’insediamento degli immigrati a Milano, una ricerca sul campo per capire come si erano inseriti prima i meridionali negli anni Cinquanta e Sessanta e poi gli stranieri; un lavoro di due o tre anni nei quartieri a fare mappe e intervistare la gente. Un incrocio tra urbanistica e sociologia, per analizzare come la città si comporta nei confronti di chi arriva».

Dalle case popolari al fumetto, come ci è arrivato?

«Mi sarebbe piaciuto progettare case popolari, ma già negli anni Settanta ormai si facevano solo arredamenti, villette e lampade: non era il mio genere. Per questo ho deciso di trasformare la mia passione per il disegno in un lavoro: mi interessava raccontare storie».

Via Vigevano

Come vede la Milano di oggi?

«Forse si è tirato un po’ troppo la corda con l’espansione edilizia. La città resta quella dei comitati di quartiere, delle associazioni di strada, dei centri sociali. Milano ha un’anima fortemente “sociale” e con i giusti stimoli, riaffiora. Come scrive Italo Calvino: “Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, sono luoghi di scambio, non soltanto di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi”. Occorre, un profondo ripensamento delle modalità di progettazione degli spazi, mettendo i bisogni degli individui al centro del processo partecipativo della progettazione urbana».

Cosa le piace di Milano?

«Amo il dialetto milanese, una lingua che mi consola, con quell’impasto di bonarietà, malinconia e ironia stralunata. Anche se il milanese praticamente non è più parlato in città, continuo a sentirlo come un suono di sottofondo che accompagna ogni discorso».

Ha un luogo del cuore?

«Il quartiere Ticinese tra gli anni Settanta e Ottanta, irripetibile, magico, da malavita e da osteria, poco frequentato. Un quartiere che comunque anche oggi, nonostante l’invasione dei turisti, sa ricrearsi in piccoli angoli speciali. E Chinatown, una specie di luna park a cielo aperto che mi diverte e mi rilassa».

Ripa Ticinese

Cosa le manca di più?

«Non so se la nebbia o i miei vent’anni».

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