Siamo italiani, dopotutto. Forse per questo cerchiamo una lettura consolatoria della realtà, soprattutto nel poliziesco. Al netto delle produzioni ispirate a tragici fatti di cronaca, la fiction nostrana ha quasi sempre privilegiato una dimensione umana dell’indagine, mettendo in primo piano sentimenti, relazioni e sfumature tragicomiche che complicano la vita anche agli agenti più integerrimi. Ci siamo abituati a narrazioni sospese tra action e commedia, da Distretto di Polizia in poi. In questo scorcio degli anni Duemila il contesto è cambiato, ma resta intatta la necessità di affrontare il crime con introspezione, mantenendo l’equilibrio tra investigazione e dinamiche psicologiche.
Il protagonista
In questo senso, Buonvino – Misteri a Villa Borghese, proposta da RaiPlay in quattro episodi pilota e tratta dai romanzi di Walter Veltroni (Marsilio), rappresenta un compromesso riuscito. Protagonista è Giorgio Marchesi, che offre un’interpretazione misurata nei panni del commissario Buonvino: ironico, anticonvenzionale, appassionato di buon vino e incline a privilegiare l’ascolto rispetto all’azione. È un uomo riflessivo, amante di Lucio Dalla, capace di commuoversi per due gatti abbandonati e afflitto da una fobia per i rettili. Un personaggio dalla psicologia ben definita, che sostiene con eleganza l’intero impianto narrativo.
La squadra
Dopo un trasferimento forzato, Buonvino approda nell’insolito scenario di Villa Borghese, luogo raffinato e quasi fuori dal tempo. Qui si trova a guidare una squadra da rilanciare dopo un lungo periodo di inerzia: l’informatico Pierluigi Portanova (Francesco Colella), il ribelle Daniele Cecconi (Matteo Olivetti), la giovane Ginevra Robotti (Daniela Scattolin) e il disorientato Gozzi (Ivan Zerbinati). A loro si aggiunge Veronica Viganò (Serena Iansiti), vecchia fiamma del protagonista e agente di grande esperienza.
L’ambientazione e la regia
I tasselli sono pronti per una narrazione che ruota attorno a due omicidi nel perimetro della Villa. Sarebbe però un errore aspettarsi i ritmi serrati del crime americano. La regia di Milena Cocozza punta a costruire atmosfera, restituendo una Roma poetica e disincantata, quasi una Parigi della Nouvelle Vague, dove emozioni e riflessioni si intrecciano tra parchi, strade e memorie cinematografiche. Riusciti i momenti in cui la città diventa specchio dei pensieri di Buonvino, evocando la grande Roma del cinema e trasformando alcune sequenze in un affettuoso omaggio alla settima arte. Una scelta efficace, che conferisce alla serie una sottile dimensione metacinematografica. L’adattamento di Salvatore De Mola e Michela Straniero conserva le atmosfere di Veltroni, costruendo quattro episodi su misura per Marchesi, attore capace di ottenere molto senza mai eccedere. Notevoli anche gli scambi con il questore Musiello (Alberto Gimignani), che regalano i momenti più brillanti. Se cercate adrenalina, siete nel posto sbagliato. Buonvino abita il territorio dell’equilibrio: quello dei rapporti complessi, del disorientamento esistenziale e della ricerca di un posto nel mondo. In una Roma più riflessiva che popolare, la serie sceglie la misura al posto dell’eccesso. In tempi dominati dalla frenesia narrativa, è una scelta che possiede una sua precisa seduzione.

