Sui social è partita la consueta reazione con annessa lista dei “locali caduti” negli ultimi anni. Le Scimmie, la Salumeria della Musica, il Rolling Stone, il Capolinea, ogni volta che chiude qualcosa di “identitario”, Milano si ferma un momento a dire che sta perdendo se stessa. Poi passa. Cambia post, gira il social e stop.
Stavolta però credo valga la pena fermarsi su un dettaglio che troppo spesso abbiamo ignorato in passato.
Socialità e consumo
Al baretto dello Spirit, la sera, c’era una regola scritta nero su bianco nel menù. Dalle 21:30 prima consumazione obbligatoria: minimo 6 euro. Non si fanno conti separati. Nel ristorante, coperto 3 euro, risotto a 14, cotoletta a 20 e il tipico ossobuco con risotto giallo a 25.
Niente di strano, nessuno di questi numeri è scandaloso. Per uno spazio così curato, di recupero, di archeologia industriale di quelle dimensioni sono cifre e costi che sono nella norma e i dieci anni di vita dello Spirit testimoniamo che il modello funzionava e reggeva.
Ma quei numeri raccontano anche qualcos’altro: per sederti lì, dovevi aprire il portafoglio, entrare senza consumare non era previsto. E chi quella sera non se lo poteva permettere – o semplicemente non voleva spendere – molto probabilmente non si avvicinava a quell’angolo di Bovisa.
Questa città funziona così. Le città in generale funzionano così.
Vuoi incontrare qualcuno? Prenoti. Vuoi passare del tempo fuori casa? Ti siedi da qualche parte e ordini. Vuoi occupare uno spazio per un paio d’ore? Tieni il bicchiere davanti, anche se è vuoto, perché senza quello non hai titolo per stare lì.

Gli spazi esisterebbero ma noi dove siamo?
Non è giusto o sbagliato, è semplicemente come funziona. Bar, locali, circoli e coworking sono tutti posti dove la compagnia e l’aggregazione si affittano con una consumazione. È la forma normale della socialità urbana, al punto che non ci facciamo più caso, almeno finché non chiude qualcosa e ci rendiamo conto di quanto poco esista al di fuori di quella logica.
I parchi si svuotano dopo il tramonto, spesso malmessi, rari in certi quartieri. Le biblioteche sono chiuse la domenica, chiuse la sera, in molti casi chiuse il sabato pomeriggio. Le piazze: quelle del centro sono occupate da dehors, flussi turistici, tavolini prenotati. Quelle in periferia sono attraversate, non abitate, e al massimo ci aspetti un tram.
L’offerta gratuita c’è, ma è fragile, ridotta negli orari, lontana da dove la gente vive la sera e non risulta essere un’alternativa reale alla socialità che si compra.
La chiusura dello Spirit e la mancanza di spazi pubblici gratuiti sono due problemi che esistono insieme, ma non sono lo stesso problema.
Il primo riguarda come questa città tratta chi produce cultura e socialità in spazi privati: una proprietà che non rinnova un affitto perché intravede un utilizzo più redditizio non è un’eccezione, è un meccanismo, già visto tante altre volte. Il destino è che finché non cambia qualcosa nelle tutele per chi si impegna in quegli spazi con funzioni culturali, la lista delle chiusure continuerà ad allungarsi.
Il secondo riguarda cosa offre la città a chi non può o non vuole pagare per stare insieme. È una domanda che il lutto collettivo per lo Spirit, legittimo e sincero, tende però a coprire invece di sollevare.
Probabilmente lo Spirit tornerà, in qualche altra forma e in qualche altro posto, l’interessamento di Coima per quello spazio lo lascia presagire, e questo sarebbe sicuramente un bene, ma nel frattempo, la Bovisa – e la città – perdono un punto di riferimento.
Milano quindi si ritrova con la stessa domanda a cui non riesce però a rispondere: dove vai, se la grana non ce l’hai?


