50 anni di droga al Corvetto

Cambiano i tempi ma non le condizioni di disagio che generano spaccio, consumo do droga e reati. Questo nonostante le grandi energie positive che da sempre il Corvetto è in grado di esprimere.
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Questi sono estratti di cronaca che riguardano Milano e, in particolare, il Corvetto. Sembrano scritti oggi. Non lo sono. Sono articoli di oltre quarant’anni fa, tra la metà degli anni Settanta e gli anni ottanta.
Non cambia se prendiamo un pezzo di cronaca degli anni Novanta. È il 1999 quando una donna, dopo essere stata aggredita nell’indifferenza dei passanti, racconta ai giornali la sua paura: «Qui lo Stato non esiste. Nella mia casa popolare del Corvetto non voglio più tornare. Ho troppa paura. Non c’è un poliziotto o un carabiniere a proteggerci. E allora si scatena la malavita, con ogni tipo di violenza, sotto gli occhi terrorizzati dei nostri bambini».

Forze dell’ordine: mancanza di uomini e mezzi

Nello stesso anno, però, un’intervista al comandante dei Carabinieri restituisce un’altra immagine della città. «Milano ha due facce», spiegava. Da una parte la moda, la finanza, lo Smau. Dall’altra la criminalità diffusa: furti, scippi, microcriminalità. Alla domanda su come riscattare la reputazione di città insicura, la risposta è netta: «I cittadini hanno bisogno di vederci, di sapere che, se c’è bisogno, noi siamo dietro l’angolo». E quando gli viene chiesto cosa servirebbe davvero, il comandante ammette: «Altri uomini e altri mezzi sarebbero graditi». Una frase che, letta oggi, suona incredibilmente attuale.

Locandina del film Nuovo Cinema Paradiso, uscito al cinema nel 1988

Cronaca di un’altra epoca: al cinema uscivano Nuovo Cinema Paradiso e Scarface. i Pooh vincevano Sanremo e un allora sconosciuto Vasco Rossi saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston. Eppure, rileggendo quelle pagine, la sensazione è inquietante: i problemi sembrano gli stessi.

Sofferenza legata alla droga.

Cambiano le droghe ma resta lo spaccio nei quartieri popolari

Cambiano le provenienze delle famiglie — ieri l’immigrazione arrivava soprattutto dal Sud Italia, oggi prevalentemente dall’estero — ma restano le difficoltà di integrazione, le fragilità sociali e la povertà. Cambiano i volti, ma rimane identica quella sensazione di abbandono raccontata da chi vive
nelle periferie. I numeri, però, raccontano una realtà più complessa di quella spesso rappresentata nel dibattito pubblico. La criminalità complessiva, rispetto agli anni Ottanta e Novanta, è diminuita in modo significativo. Tra la fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta Milano
era una città in cui si sparava per strada in pieno giorno. Secondo le ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche dell’epoca, si arrivava a circa 150 omicidi all’anno. Nel 2023 gli omicidi volontari registrati in città sono stati 14.


Anche la criminalità organizzata è cambiata profondamente. Oggi le mafie sparano molto meno per il controllo del territorio e preferiscono muoversi attraverso infiltrazioni economiche e finanziarie, spesso invisibili. Una parte consistente degli omicidi attuali avviene in ambito
familiare, mentre molti altri casi sono legati a liti degenerate in contesti di forte marginalità sociale. Il problema è che il disagio tende a concentrarsi.
Milano, però, nel frattempo è cambiata radicalmente dal punto di vista sociale e demografico. Oggi quasi un residente su cinque è straniero e nei quartieri popolari della periferia sud-est la presenza di cittadini con background migratorio è ancora più alta. Il Corvetto è diventato così uno dei quartieri più multiculturali della città. Comunità provenienti dal Nord Africa, dall’America Latina, dall’Est Europa e dall’Asia convivono negli
stessi isolati costruiti quasi un secolo fa per ospitare la classe operaia milanese. Il problema è che questa trasformazione si è innestata su fragilità già esistenti.

Veduta di via Mompiani nel cuore di Corvetto.

Il Corvetto nasce attorno ai grandi complessi di edilizia popolare costruiti tra gli anni Venti e Sessanta. Case nate per dare una risposta all’emergenza abitativa dell’epoca e che oggi, in molti casi, mostrano tutti i segni del tempo. Intere aree del quartiere — da via Polesine a via
Comacchio, fino agli stabili attorno a piazzale Ferrara e viale Omero — hanno concentrato nel corso dei decenni migliaia di famiglie fragili negli stessi caseggiati.

In alcuni complessi popolari vivono centinaia di persone nelle stesse condizioni precarie. Ascensori guasti per settimane, appartamenti sovraffollati, umidità, infiltrazioni, dispersione termica, cortili degradati e continui cambi di inquilini rendono difficile costruire relazioni stabili e senso di comunità. A tutto questo si aggiungono salari bassi, lavori precari, pensioni minime e un costo della vita milanese sempre più difficile da sostenere.
È dentro questo contesto che crescono tensioni sociali e disagio. Non si tratta soltanto di criminalità. Il problema è più profondo e riguarda dispersione scolastica, povertà educativa, isolamento linguistico, fragilità familiari e assenza di spazi aggregativi.

Le periferie diventano così luoghi dove il disagio tende ad alimentarsi da solo

In alcune scuole della zona la presenza di studenti con background migratorio supera abbondantemente la media cittadina, mentre molte famiglie italiane, quando possono, scelgono di iscrivere i figli in scuole di altri quartieri. È la scelta che ha fatto Marta, madre di un ragazzo delle scuole medie e residente a Corvetto: «Mio figlio era sempre indietro col programma. Gli insegnanti passano metà del tempo ad aiutare chi non parla bene italiano. Alla fine l’ho spostato in una scuola del centro». Un fenomeno silenzioso che rischia di aumentare ulteriormente la segregazione sociale e
scolastica. Le periferie diventano così luoghi dove il disagio tende ad alimentarsi da solo. Chi ha maggiori possibilità economiche spesso lascia il quartiere; chi resta vive una crescente sensazione di solitudine e abbandono. Ed è in questo vuoto che trovano spazio
microcriminalità, spaccio e illegalità diffusa. Questo non significa negare i problemi. Riconoscere le fragilità sociali non significa negare
responsabilità individuali o problemi di sicurezza reale. Alcuni episodi recenti vedono protagonisti anche giovani di prima o seconda generazione
cresciuti nelle periferie milanesi. Ma leggere tutto esclusivamente in chiave etnica rischia di nascondere il nodo centrale: povertà, marginalità sociale e assenza di opportunità continuano a essere il terreno ideale su cui attecchiscono criminalità e degrado.

Eppure il Corvetto non è soltanto questo

Negli ultimi anni il quartiere ha visto nascere associazioni, doposcuola, laboratori artistici, spazi culturali e reti di volontariato che cercano ogni giorno di ricucire un tessuto sociale fragile. Accanto agli episodi di cronaca convivono nuove energie: atelier, progetti culturali, iniziative sociali, esperienze educative.

Murales davanti al Laboratorio di quartiere Mazzini.
Spazio del Comune che ospita le riunioni e tante iniziative della rete Corvetto delle Associazioni.

Una doppia anima che racconta bene le contraddizioni di Milano: città globale e ricca da una parte, periferia che spesso fatica a sentirsi parte dello stesso sviluppo dall’altra. Ed è forse proprio questa la vera continuità con il passato. Non soltanto la cronaca nera, ma
l’incapacità cronica di affrontare in modo strutturale i problemi delle periferie. Rileggendo gli articoli degli anni Settanta, Ottanta e Novanta emerge una sensazione precisa: cambiano le parole del dibattito pubblico, cambiano le paure, cambiano le provenienze delle persone. Ma tra le case popolari del Corvetto restano identiche alcune parole: sicurezza, abbandono, povertà, marginalità.
Una domanda allora resta sospesa.
Tra quarant’anni leggeremo degli articoli che raccontano ancora gli stessi identici problemi?

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