Parla l’avvocata: «Conoscevo Mansouri. Voleva denunciare il poliziotto. Salvini ora si scusi»

Avvocata Debora Piazza.

Intervista all’avvocata Debora Piazza, legale della famiglia Mansouri, che parla di Abderrahim Mansouri, dell’omicidio del 26 gennaio a Rogoredo e delle indagini in corso

L'avvocata Debora Piazza, legale della famiglia Mansouri.
L’avvocata Debora Piazza, legale della famiglia Mansouri.

A quasi un mese dai fatti di Rogoredo, il caso di Abderrahim Mansouri, 28 anni, ucciso il 26 gennaio durante un controllo antidroga in zona sud di Milano, continua a interrogare la città. A sparare è stato l’assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate, Carmelo Cinturrino, oggi indagato per omicidio volontario.

Ne parliamo con l’avvocata Debora Piazza, legale della famiglia Mansouri.

«Grazie della disponibilità», esordiamo. «Rispetto ai fatti e a quello che sta emergendo, quali sono stati gli elementi che l’hanno portata a dubitare della ricostruzione iniziale?».

Mi aveva parlato di Cinturrino

L’avvocata non esita: «Innanzitutto io lo conoscevo. Era venuto in studio da me. I miei assistiti si fidano di me, e io sapevo purtroppo che spacciava. Ma non era un amante delle armi, anzi. Non mi ha mai parlato di armi. Non era un ragazzo violento. Era sempre molto gentile, ben pulito, ordinato. Si era confidato con me anche parlando di questo poliziotto, e quindi io sapevo tutto».

Il primo elemento, spiega, è umano: «Denunciare un poliziotto quando sei un pregiudicato marocchino, uno spacciatore, è quasi impossibile. Io gli avevo detto: devi trovare delle prove. Non puoi denunciare un appartenente alla Polizia di Stato senza prove».

Abderrahim Mansouri, 28 anni.

Prima ricostruzione inverosimile

Poi il punto cruciale: «Non è possibile che una persona che spaccia punti un’arma finta contro un poliziotto che conosce, che sa essere armato, mentre stanno facendo un arresto. Cosa fai? Punti una pistola finta contro un altro poliziotto lì vicino? Sei un pazzo suicida?».

La ricostruzione iniziale parlava di legittima difesa. «Se una persona mi punta una pistola, è chiaro che io mi difendo. Ma la domanda è: è davvero andata così?».

Lavoro esemplare del Pm e della Squadra mobile

Oggi l’indagine sta seguendo un’altra direzione. «Devo essere sincera: la Squadra mobile con il pubblico ministero Tarzia stanno facendo un lavoro pazzesco, esemplare. All’inizio ero molto titubante: la polizia che indaga su un poliziotto non mi piaceva. Sono andata dal Pm e gliel’ho detto. Mi ha tranquillizzata. E devo dire che un lavoro migliore credo non si potesse fare».

Stiamo aspettando le scuse da Meloni e Salvini

Non risparmia critiche alla politica: «All’inizio Meloni e Salvini dicevano che era un caso pacifico di legittima difesa, che non bisognava neanche indagare, che bisognava dare un premio al poliziotto. Io e la famiglia Mansouri stiamo ancora aspettando le scuse. Nessuno si è premurato di dire: mi sono sbagliato, chiedo scusa».

La verità va cercata. Sempre

Questo caso è emblematico: essere garantisti significa lasciare indagare magistrati seri. Un caso così poteva diventare la “pistola fumante” per cambiare leggi, per introdurre scudi penali. Invece la verità va cercata con rigore senza facili scorciatoie mediatiche».

Le chiediamo quanto sia difficile difendere persone fragili, facilmente additabili come  “colpevoli” dall’opinione pubblica. «È un periodo storico devastante. Tutto è difficile all’ennesima potenza. Combattere per far emergere la verità significa combattere contro tutto e tutti. Quando la persona è fragile – uno spacciatore, una transessuale, uno straniero – diventa ancora più complicato».

Per la famiglia resta il dolore, ma anche l’attesa. «Non chiedono privilegi. Chiediamo solo che venga accertato cosa è successo davvero quella notte a Rogoredo».

Garantismo non è uno slogan

Le indagini vanno avanti anche rispetto al contesto in cui Cinturrino si è mosso.

In un momento storico in cui le parole “legittima difesa” e “sicurezza” dividono l’opinione pubblica, il caso Mansouri ricorda che il garantismo non è uno slogan, ma un metodo. E che la ricerca della verità, soprattutto quando riguarda una vita spezzata, rimane sempre la priorità.

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