Ambrogino d’oro: diabetologo di via Spaventa premiato

Vincenzo Cimino da anni fa della prevenzione e della cura personalizzate sui pazienti il proprio modo di esercitare la professione. Con un duplice obiettivo: assistere gli emarginati e trovare la terapia giusta per far regredire il diabete

Vincenzo Cimino da anni fa della prevenzione e della cura personalizzate sui pazienti il proprio modo di esercitare la professione. Con un duplice obiettivo: assistere gli emarginati e trovare la terapia giusta per far regredire il diabete

Ho conosciuto il professor Vincenzo Cimino grazie alla mia mamma e al suo modo creativo di affrontare le situazioni, specialmente quelle problematiche. Un giorno mi dice: «Ho la glicemia alta e mi ha preso in cura un dottore molto preparato, umano, disponibile e simpatico». La glicemia alta di mia mamma ha un nome che a lei non piace, si chiama diabete e il dottor Cimino è endocrinologo e diabetologo. Anzi è “Il” diabetologo, in questo momento, premiato con l’Ambrogino d’oro.

Nato e cresciuto a Santa Caterina di Villarmosa, paesino di qualche migliaio di abitanti in provincia di Caltanissetta, viene da una famiglia molto religiosa che, insieme alla passione per la cultura, gli ha trasmesso il valore fondante di “fare sempre il bene”.

Il giorno della laurea in Medicina la zia Filomena, la zia del paese, la zia di tutti, gli tirò la camicia da dietro chiedendo se, da quel momento, doveva chiamarlo “dottore”. È allora che Cimino comprende come un titolo, un camice, siano in grado di creare una distanza anche dove non è mai esistita. La risposta: «Zia Filomena, sono sempre Vincenzo». Qui il dottor Cimino ci racconta come, anche quando alcune cose cambiano, la capacità di restare quello che sei, può essere un faro per non snaturare ciò per cui sei nato. «Nel gennaio 2019 – dice – appena rientrato in Italia da un’esperienza parigina con Philippe Chanson, uno dei padri della Fisiopatologia dell’ipofisi, sono approdato al Pio Albergo Trivulzio, in una zona storica di Milano decisamente multietnica.

Nel giro di qualche mese è esplosa l’emergenza Covid e si è capito subito che i pazienti diabetici erano tra i più fragili. È stato quel momento che mi ha fatto cambiare prospettiva e modo di lavorare: ho iniziato a concentrarmi sulla prevenzione, e questo ha trasformato profondamente il mio modo di vivere la professione. La prevenzione è diventata un pilastro del mio lavoro, perché stile di vita, aria e movimento sono, a tutti gli effetti, forme di cura per chi soffre di diabete.

Ho sempre sentito, forte, il bisogno di fare il medico, curare, dedicarmi». L’attività di cura a tutto tondo, che caratterizza l’approccio del dottor Cimino, è molto conosciuta e, nelle nostre zone, ha inizio in via Spaventa, all’interno delle case popolari dove abitano numerosi esponenti della comunità dello Sri Lanka, che ha sostenuto con forza e convinzione la sua candidatura all’Ambrogino d’Oro, successivamente appoggiata anche da Confindustria e Confartigianato milanese.

«Nel drammatico periodo dell’emergenza Covid – continua – ho deciso di varcare il portone di via Spaventa 1, proprio per andare a visitare i più fragili. Mai avrei potuto immaginare una tale ricchezza: i giardinetti, le case, le scale, tante scale, tanta gente, tante storie. Ognuna diversa, ciascuna piena di umanità. I cortili, la condivisione sociale, e poi i colori, la vita e anche la disperazione, ma la comunità dello Sri Lanka vive di fratellanza, solidarietà, reciproco sussidio. Ho dedicato del tempo a costruire una rete, consapevole che fosse necessario perché è fondamento di un approccio terapeutico che mette davvero al centro il paziente e il suo bisogno di cura.

Alcune volte la rete può sembrare una trappola, ma in medicina la rete vuol dire produrre salute perché, di fatto, significa unire persone che la pensano nello stesso modo, dove nessuno è più importante degli altri. Il mio motto è diventato “Vieni e non vai”. Vieni da me e io ti ascolto, ti vedo, nella tua fragilità e ti guido attraverso strumenti di cura, di prevenzione e di presa in carico di professionisti per ciascuna patologia da identificare e curare. Il paziente può soltanto dire “curami”, e il medico ha il dovere di assumersi pienamente questa responsabilità».

Secondo il dottor Cimino ogni paziente deve essere considerato nella sua unicità e come tale deve essere curato: «Oggi è sempre più chiaro che il diabete non è una malattia identica per tutti, ma si manifesta in modo diverso a secondo l’individuo e anche la sua provenienza geografica. Ad esempio, nei pazienti originari dello Sri Lanka la prima complicanza che si verifica è spesso l’insufficienza renale. Addirittura il diabete in un paziente originario dello Sri Lanka che vive a Milano può essere diverso da quello di un connazionale che vive a Londra.

Si tratta di variazioni legate oltre che alle condizioni di vita, anche alla predisposizione genetica di ognuno di noi». In attesa del 7 dicembre, giorno in cui riceverà l’Ambrogino dalle mani del sindaco Beppe Sala, il dottor Cimino continua la sua missione di medico di tutti, con un sogno e un impegno ancora più grandi: scoprire i meccanismi di reversione del diabete e con essi una cura che lo debelli. E chissà che il prossimo riconoscimento il dottor Cimino non lo debba ritirare a Stoccolma.

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