Paolo e Maurizio: quando il mondo crolla in un attimo e rinasce in un gesto

Paolo Forti (a sinistra) e Maurizio

Una storia che racconta come una persona “normale” possa in poco tempo diventare un fantasma sociale, ma anche di come un gesto di attenzione possa cambiare tutto

Per servizio, come guardia ecologica, ho percorso chilometri e chilometri del nostro territorio, che conosco molto bene per averlo perlustrato in lungo e in largo per anni. Uno dei miei itinerari mi conduceva attraverso un parco nei pressi del Naviglio Pavese.

Diverse volte avevo notato un tizio che, seduto sempre sulla stessa panchina, sembrava noncurante di ciò che gli si muoveva attorno. Leggeva un libro per ore. Al suo fianco aveva due grosse borse che immaginavo contenessero tutti i suoi averi. Come dire: la sua casa. Dopo alcuni giorni avevo iniziato a salutarlo con un “Buongiorno!” a cui rispondeva educatamente, senza distrarsi dalla lettura.

Un giorno, incuriosito, gli chiesi se gli servisse aiuto. «No, grazie, non ho bisogno di nulla», rispose. E non nascondo che mi sorprese perché, guardandolo, sembrava il contrario. Forse un aiuto gli occorreva: ore e ore trascorse da solo, leggendo su una panchina, al freddo, a volte sotto la pioggia… Lo rividi ancora molte altre volte sempre seduto sulla stessa panchina con un libro in mano.

Al mio saluto, rispondeva con un cenno. Finché un giorno, posato il libro, mi fissò senza dire niente. Ne approfittai per domandargli: «Come va? Posso chiederle che cosa sta leggendo di interessante?». Mi mostrò, squadrandomi, la copertina del libro, di cui ora non ricordo il titolo; ma questo non importa. L’importante era l’aver superato la barriera che apparentemente lo separava dal mondo circostante. Seguirono altri incontri con brevi scambi di convenevoli.

«Poi un giorno mi raccontò la sua vita»

Poi, inaspettatamente, una volta mi invitò con un cenno della mano a sedermi. E iniziò a raccontarmi che cosa lo aveva portato a quella panchina. Maurizio, questo era il suo nome, quindici anni prima aveva subito un intervento grave a cui era seguito un mese di ricovero e due mesi di riabilitazione in un centro specializzato.

Nel frattempo, suo padre, con il quale abitava, venne a mancare. Non ancora completamente ristabilito, al termine del percorso terapeutico ritornò a casa, scoprendo che il suo appartamento era stato occupato: la porta era stata cambiata e la nuova targa indicava un nome sconosciuto. Per lui, ancora debilitato dai postumi dell’intervento, dalla perdita del padre e ora, come un fulmine a ciel sereno, anche dell’abitazione (arredamento, oggetti e ricordi compresi), lo scoramento fu tale che il mondo gli crollò addosso.

La disperazione lo annientò, portandolo a rinunciare a impegnarsi per riprendere ciò che gli spettava e a isolarsi dal mondo. Per quindici anni era vissuto con il sostegno di fondazioni benefiche, soggiornando sulle panchine e rifiutandosi di dormire nei centri di accoglienza dove erano frequenti le prepotenze e i furti. Tutte le notti dormiva su una panchina in muratura, sotto le torri di via Saponaro da dove, quando si svegliava alle cinque del mattino, poteva vedere le finestre del suo appartamento occupato.

Privo di documenti, il suo patrimonio stava tutto nei due borsoni che si portava appresso. Per la società e le istituzioni era diventato un “non esistente”. Vissuto alle intemperie per anni, dopo l’intervento non era più stato visitato da nessun medico. Sbigottito, rifiutavo l’idea che una persona non in grado di difendersi, potesse essere annullata a questo modo, ridotta all’inesistenza. Così mi diedi da fare.

«Ottenemmo documenti e Reddito di cittadinanza»

Riuscii a fargli rifare i documenti personali (quelli che aveva prima del tracollo gli erano stato rubati), lo fecero ritornare nel mondo dei vivi. Riottenute carta d’identità e tessera sanitaria, poté percepire il reddito di cittadinanza e farsi visitare da un medico. Finalmente il suo umore cambiò, lo vedevo rinfrancato e felice, animato da un profondo senso di gratitudine. Dopo tanti anni di sofferenza e solitudine viveva la nuova situazione come una liberazione.

Nonostante la vita dura e le ingiustizie subite, Maurizio non nutriva rancore verso chicchessia. Era una persona colta, dolce ed educata. La ritrovata serenità non lo distolse però dalla lettura: continuò a leggere alcune ore al giorno sull’abituale panchina. A volte si recava da un suo amico rimasto senza gambe per aiutarlo nelle faccende domestiche. Continuai a frequentarlo nel suo “ufficio open space”, come lui chiamava la sua panchina, sulla quale, in un’occasione festeggiammo assieme il suo compleanno – che cadeva nel giorno di Pasqua – con una fetta di dolce e un bicchiere di spumante. Una volta, armatosi di coraggio, mi chiese se potessimo darci del tu.

Mi confidò anche, con gli occhi che gli brillavano, che con il reddito di cittadinanza avrebbe potuto permettersi finalmente di invitare il figlio, con il quale da tempo non aveva più rapporti, a mangiare una pizza insieme, come ai vecchi tempi. Finché, un venerdì di fine aprile fu colpito da emorragia cerebrale. Privo di conoscenza fu trovato a terra fradicio di pioggia.

Arrivata l’ambulanza, i due operatori, giovani e inesperti, probabilmente scambiandolo per ubriaco – biascicava parole incomprensibili – gli dissero che non l’avrebbero portato all’ospedale se non avesse dato il suo esplicito consenso. In quelle condizioni, come avrebbe potuto? All’ospedale ci finì comunque, e ci rimase alcuni mesi dopo essere stato operato d’urgenza. Periodicamente, un’infermiera, in videochiamata, mi mostrava il suo viso immobile, comatoso. Ero l’unica persona che Maurizio conosceva.

Al termine della degenza in ospedale, fu inviato a una Rsa, dove spirò dopo una breve agonia. In solitudine, come aveva vissuto tanti anni della sua vita.

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