Il Vino Vino fa bere il quartiere da più di 100 anni

In corso San Gottardo, un’enoteca storica guidata dalla famiglia Gaviglio e 100mila bottiglie selezionate con passione.

di Cristina Viggé

Una storia lunga più di cent’anni. «Siamo stati e continuiamo a essere un punto di riferimento per il quartiere. Che nel tempo è cambiato, mentre noi restiamo fedelmente gli stessi», afferma Andrea Gaviglio, terza generazione di enotecari. La loro insegna brilla più che mai, dal lontano 1921: Vino Vino, in corso San Gottardo.

«È sempre stata una zona molto viva, di continuo passaggio, presidiata da artigiani. Provenienti specialmente dal sud del Piemonte, facilitati dal collegamento ferroviario con la stazione di Porta Genova», continua Andrea. Classe 1980, nipote di quel Sebastiano (e di Angelina, mondina di Mortara) che proprio dalla Cantina di Nizza Monferrato spediva qui le botti caricate su un camion. «Nonno Sebastiano, da semplice garzone, era riuscito a diventare proprietario di questo spazio. Proponeva vini in mescita.

Il riconoscimento storico del Comune di Milano

«Sono felice, soprattutto per Andrea. E sono orgoglioso che mio figlio Andrea sia riuscito a portare avanti con passione la nostra lunga eredità familiare», racconta Giuseppe Gaviglio, dopo che Vino Vino ha ricevuto a Palazzo Marino, il 25 maggio e alla presenza del sindaco Giuseppe Sala, il prestigioso riconoscimento di Bottega Storica di Milano.

È la medaglia distintiva data a un riferimento storico della città, dove i clienti arrivavano con brocca e schiscetta ogni giorno. Poi, negli anni Sessanta, l’insegna è diventata enoteca nelle mani dei figli: Luigi, Pierina e Giuseppe, mio padre. Che tutte le mattine viene ancora qui». Nel locale premiato fra le Attività Storiche dalla Regione Lombardia. Giuseppe, 90 anni e non sentirli: «Perché fra le bottiglie si sta bene. Pensare che una volta si apriva alle 7 e si chiudeva alle 22», dice sorridendo. Fra le bottiglie è cresciuto

Andrea, sotto gli occhi di papà e di mamma Nora, dopo che gli zii avevano aperto altre due insegne in città. «Tornava dall’asilo e si metteva seduto qui. Ascoltava, osservava, imparava con curiosità», racconta Giuseppe Gaviglio, cognome-toponimo con palese riferimento alla frazione di Alice Bel Colle, nell’Alessandrino. Sugli scaffali, stanno in fila nettari piemontesi, specialmente Barbera.

«Abbiamo sempre lavorato privilegiando i rapporti diretti e il fattore umano. Incontrando i produttori, a uno a uno. Per noi sono amici», suggella Gaviglio senior.

La forza della rete

«Io voglio dialogare con i viticoltori sui luoghi di lavorazione o frequentando le fiere di settore. Anche perché è solo interagendo con loro che si crea fiducia e si dà vita a uno scambio propositivo – concorda il figlio Andrea -. Spesso è il vignaiolo stesso che mi segnala questa o quella novità, persino di un altro viticoltore. È la forza della rete. Abbiamo sempre preferito realtà piccole e meno cLa forza della reteonosciute, che un’enoteca ha il sacrosanto dovere di rendere note. Così come ha il dovere di valorizzare un’economia di filiera. Le nostre etichette vengono da tutta Italia, ma pure da Francia, Portogallo, Slovenia e dai luoghi che posso raggiungere». Andrea ha frequentato i corsi dell’Associazione Italiana Sommelier, fa parte di Vinarius (Associazione Enoteche Italiane), è uno dei fondatori di Aepi (Associazione Enotecari Professionisti Italiani, di cui è vicepresidente), ha fatto della sua insegna un punto d’affezione Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), ha firmato Il Manifesto della Bottega Italiana ed è parte attiva dell’associazione dei commercianti Borgo San Gottardo. «A Natale, abbiamo collaborato con la Pasticceria Caravaggio di via Meda, accompagnando il loro panettone con il vino aromatizzato alle visciole dell’azienda marchigiana Olivetti Orlando».

La casera oggi è un caveau

«In un mondo di wine bar, noi siamo rimasti un’enoteca, con una sua identità. Oggi più che mai, una bottega di prossimità deve specializzarsi e sapersi distinguere. L’e-commerce non l’ho voluto e non lo voglio. I nostri clienti sanno quel che vogliono, sanno quel che trovano e sanno che se desiderano altro non devono venire qui.

È una clientela che negli anni si è trasformata. Un tempo c’erano tante famiglie, vendevamo i bottiglioni. Ora entrano generazioni diverse: dagli studenti alle persone più mature. Lavoriamo con un 30 per cento di turisti, il resto è gente del quartiere. Che spesso arriva con un’idea, ma poi si lascia consigliare». La selezione è ampia. «Abbiamo circa 900 etichette di vino, con una bella profondità di annate. A cui se ne aggiungono 6-700 di distillati, da sempre il mio pallino. La nostra forza è non avere scadenze.

Per esempio, teniamo il gin ma non le acque toniche. E comunque, qui le referenze analcoliche non entrano», confessa Andrea, svelando la sua passione per il whisky e il suggestivo caveau. Dove al buio, al silenzio e alla temperatura costante di 13-14°C dimorano 100mila bottiglie, sorvegliate da un’imponente botte da 55,52 ettolitri e sistemate con cura meticolosa da Eduardo “Eddi” Sanchez: classe 1996, natali meneghini e origini peruviane. «Un tempo era una casera, ora è il nostro polmone.

Stocchiamo tutto sulle assi dove si affinavano i formaggi che, trasportati lungo i Navigli, giungevano dal Lodigiano. Anche il pavimento è prezioso: blocchi in pietra con la dicitura “auf, ad usum fabricae”, acronimo che siglava i materiali esenti da dazi. E nell’area di vendita gli scaffali sono realizzati con vecchi tombini in cemento e sulle pareti le bottiglie stanno su supporti di metallo, provenienti da un mollificio di via Ripamonti», precisa patron Andrea. Così la storia di Milano scorre fra i muri di un’enoteca.

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