Gino Paoli e quel caffè fatto male

Il Cielo, La Gatta, i Quattro amici, i tanti versi in un elenco Senza fine. Per Enzo Jannacci, Gino Paoli era il più grande di tutti. I ricordi di un fan stregato fin dalla prima canzone, trasmessa in coda alla cronaca di una Sei Giorni del 1960 di Michele Mozzati “Eh… quando uno si alza […]

Il Cielo, La Gatta, i Quattro amici, i tanti versi in un elenco Senza fine. Per Enzo Jannacci, Gino Paoli era il più grande di tutti. I ricordi di un fan stregato fin dalla prima canzone, trasmessa in coda alla cronaca di una Sei Giorni del 1960

di Michele Mozzati

“Eh… quando uno si alza alla mattina e scrive Il cielo in una stanza, non deve più fare niente altro nella vita. Perché ha già fatto tutto.” Enzo me lo diceva convinto.

Jannacci considerava Gino Paoli il più grande di tutti, e nell’iperbole jannacciana l’autore del Cielo in una stanza avrebbe dovuto fermarsi dopo aver composto quel capolavoro. “Perché ha scritto la più bella canzone di sempre.” Eppure ci sono arrivate manciate di altri capolavori di Paoli, da Che cosa c’è a Sapore di sale, da Senza fine, a Quattro amici. Da Due ombre lunghe a Come si fa (le avevate dimenticate queste ultime due?). E potrei andare avanti tanto.

Ma il buon Enzo amava esagerare e a volte dimenticava, modificandole, anche le sue migliori intuizioni. Così mantenne col tempo il concetto, cambiando la canzone. Non gli dicemmo niente perché il nuovo esempio era anche più bello. Successe questo, un giorno disse a freddo: “Paoli? Uno che scrive nel 1960 ‘Sassi che il mare ha consumato sono le mie parole d’amore per te’ non deve scrivere più niente nella vita… Sassi consumati come parole… d’amore… Genio”. Aveva ragione, Jannacci. Paoli era un genio. Solo che Sassi pare che Paoli l’avesse scritta qualche settimana prima del Cielo in una stanza. Quindi se è così, Il cielo in una stanza Paoli non avrebbe potuto più scriverla. E noi non l’avremmo mai ascoltata. Mah.

UNA RIVOLUZIONE COI BAFFI, POI I SASSI PRIMA DEL CIELO

Bene. Ho tralasciato volutamente La gatta, vera rivoluzione, a partire dal testo, della canzone italiana. Era anche quella del 1960. Fu la sua prima canzone incisa. Subito dopo pubblicò Il cielo in una stanza. E poi Sassi (che aveva scritto tra Gatta e Cielo).

Mio papà, pur appartenendo a una categoria abbastanza vicina al mondo degli intellettuali, amava tantissimo le cose “frivole”, tra cui le canzonette, la box, l’Inter, Jerome Klapka Jerome, la Sei giorni ciclistica, tutti amori che aveva cercato di trasmettermi. Un giorno, avevo dieci anni – mio padre non era in casa – ascoltai in coda a un giornale radio, un servizio dalla Sei giorni: naturalmente, pensando a mio padre, prestai attenzione massima: era un servizio in cui si parlava non solo di biciclette, ma anche di un giovane cantante genovese che era autore dei suoi pezzi e che avrebbe partecipato quella sera allo spettacolo musicale legato alla corsa ciclistica. Tale Gino Paoli. E fecero sentire il pezzo che avrebbe cantato: La gatta. Seguì una breve intervista. Beh, quella canzone d’amore per una gatta, quella voce un po’ strana, quasi afona, mi rimasero impressi. Lo ammetto, sono cresciuto sognando la “macchia nera sul muso” e la “vecchia soffitta vicino al mare”.

CANTAVA IN UN DANCING, E IO ERO LÌ TUTTE LE SERE

Anni dopo, non molti, girovagando preadolescente alla sera tra Cervia e Milano Marittima (mia ultima vacanza sull’Adriatico prima di approdare al Ligure) mi imbattei in Gino Paoli e il suo gruppo. Suonava in un dancing tutte le sere. Occasione strepitosa: dall’alto della strada lo potevo vedere e sentire, piccolo ma non così lontano. E poi la musica si sentiva bene. Inutile dire che tutte le sere dalle dieci a mezzanotte ero lì. E dire che l’avevo invece immaginato in interminabili tournée in giro per il mondo. Era lì a mia disposizione, naturalmente inconsapevole. Le estati successive le passai a Sestri Levante. Intanto Paoli era finalmente tanto tanto tanto famoso e veniva un paio di volte ogni estate alla Piscina ai Castelli di Sestri, il locale più di moda di quegli anni. Che costava un botto. Insomma, mai visto dal vivo cantare da pagante in platea. Figurarsi, e dove li avrei presi i soldi? Meglio così, non so se avrei retto all’emozione… Gino Paoli l’ho poi incontrato un paio di volte al Club Tenco e una volta ospite di una nostra trasmissione. Ma avevo perso ormai la magia di poterlo ascoltare e applaudire da fan. Gli incontri furono cordiali e professionali, anche perché di più non potevo pretendere: non avevo mai avuto il coraggio di scrivergli o di dirgli quello che ho scritto qui oggi.

Grazie Gino Paoli, per quello che mi hai dato nella vita.

E QUESTO È IL VERSO CHE RICORDO SEMPRE

Oh, sono d’accordo, nessun dramma: a 91 anni si può anche dire ciao e andarsene. Hai amato e sei stato amato tanto. Hai raccontato l’amore.

Mi hai fatto innamorare dell’amore.

Hai cantato la straordinarietà della normalità.

Qual è il verso che mi ricordo sempre? Il verso che si è nascosto in un angolino della memoria (e del mio cuore)? Uno tra i meno conosciuti di sicuro: “In un caffè/ con i camerieri maleducati/ per la prima volta ci siamo amati.” Anno 1961. Banale? Per nulla. La straordinarietà della normalità, appunto.

Alcune canzoni citate da Michele:
In un Caffè
Il cielo in una stanza
La gatta
Sassi
Come si fa
Due ombre lunghe

Segnaliamo anche:
Intervista a Che tempo che fa

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