Arianna Scommegna e Mattia Fabris al Teatro Studio Mariangela Melato mettono in scena fino al 15 marzo “Resto qui” diretto da Francesco Niccolini e tratto dall’omonimo romanzo di Marco Balzano
Un cielo notturno avvolge il palco come un velluto profondo, punteggiato di bagliori. Dalle ombre affiorano le travi di legno delle palafitte, simili a radici sospese, che sorreggono modellini di casette e un campanile: tutto è immerso in una luce tenue come se fluttuasse sull’acqua immaginaria del lago di Resia. Al centro, compare Arianna Scommegna, fra massi di ruderi, la figura piegata dal tempo eppure salda nella presenza scenica, il volto colpito da un controluce, volge lo sguardo verso un lago invisibile, quello della memoria. È Trina, custode della storia di Curon, una donna segnata dallo sconforto e dal dolore, la sposa ormai anziana che torna a rivivere il passato ogni volta che il lago artificiale si prosciuga per lavori di manutenzione, mostrando le macerie delle case.


Al Teatro Studio Mariangela Melato

Con questo incipit poetico e malinconico, sospeso tra sogno e ricordo, al Teatro Studio Mariangela Melato di Milano — fino al 15 marzo — va in scena Resto qui , lo spettacolo diretto da Francesco Niccolini e tratto dall’omonimo romanzo di Marco Balzano (Einaudi, 2018), interpretato da Arianna Scommegna e Mattia Fabris.
La storia di Trina ed Erich
Il racconto prende forma attraverso due figure centrali: Trina ed Erich, moglie e marito, testimoni di un’intera comunità cancellata: quella di Curon Venosta (Graun im Vinschgau), piccolo paese dell’Alto Adige.
Il loro dialogo, tra ricordi, confessioni e frammenti di vita, ricostruisce decenni di storia europea: il passaggio dell’Alto Adige all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, la forzata italianizzazione imposta dal fascismo, la dolorose lacerazione delle ‘opzioni’ del 1939, quando molti sudtirolesi furono costretti a scegliere se restare italiani o trasferirsi in Germania. Fino all’evento che segna in modo definitivo il destino del paese: nonostante la forte opposizione della popolazione locale, negli anni ‘50 viene progettata una grande diga idroelettrica destinata a creare un bacino artificiale di 120 milioni di metri cubi. Un’opera imponente, simbolo di modernizzazione, ma dal costo umano altissimo: gli abitanti costretti ad abbandonare tutto — case, campi, terre e animali — mentre le loro proprietà venivano espropriate per far posto al nuovo lago artificiale.
La distruzione di Curon Venosta
Curon viene demolita con gli esplosivi, insieme alle sue 163 case scompaiono la valle e i vasti prati che per generazioni avevano sostenuto la vita di uomini e animali. Poco a poco, ogni cosa viene sommersa, inghiottita dall’acqua. A restare in piedi è soltanto l’antico campanile della chiesa, che ancora oggi emerge solitario dal lago, come una memoria verticale del paese perduto, come una memoria ostinata che rifiuta di scomparire.
Parla Claudio Longhi, direttore del Piccolo
Una vicenda dolorosa che, pur appartenendo al passato, continua a interrogare il nostro presente, ricordandoci come la cosiddetta modernizzazione sia troppo spesso costruita a scapito dei più deboli. Lo ha sottolineato il direttore del Piccolo Teatro, Claudio Longhi, durante la presentazione dello spettacolo: «La storia “sommersa” che Marco Balzano ci consegna, con una partecipata tensione affabulatoria intrisa di pietas e sobrietà nel suo omonimo romanzo, ripercorsa dal Francesco Niccolini e incarnata nelle parole, nei gesti e nei corpi di Arianna Scommegna e Mattia Fabris, diventa un limpido esempio di teatro di narrazione civile e comunicativo. Le sofferenze, le vicissitudini e l’ingiustizia vissute dalla coppia formata da Trina ed Erich si affrancano da una dimensione privata per acquistare, invece, una valenza comunitaria che non smette di interrogarci».
L’idea che sostiene l’allestimento, nasce da un’immagine concreta: ogni due anni il bacino artificiale viene svuotato per manutenzione, lasciando riemergere per qualche tempo i resti del paese sommerso. Il regista Niccolini immagina allora che Trina, ormai anziana, torni proprio in quella notte sul fondo del lago prosciugato, lì dove sono rimaste le pietre della casa che condivideva il marito e i figli, la radici di pietra della loro terra. “Circondata da fotografie, quaderni e oggetti del passato, la donna viene letteralmente “invasa” dai fantasmi del passato. In questa dimensione sospesa, il tempo non è più lineare, i ricordi affiorano in frammenti».
L’interpretazione di Scommegna e Fabbris

Attraverso la sua intensa interpretazione, Arianna Scommegna restituisce con grande forza il dolore e la dignità di Trina, rendendone la presenza scenica viva che resta impressa nello spettatore. E rimane il piacere di lasciarsi sorprendere, ogni volta, dalla potenza della sua espressività, capace di mettere in gioco tutte le sue risorse artistiche, attraverso sfumature, gesti e cambi di tono.
La sua Trina sembra quasi somigliare alle montagne che circondano il paese: luoghi aspri e allostesso tempo protettivi. Una figura salda, Trina è una resistente, lo dimostra fin dall’inizio della storia quando, giovane maestra appena diplomata, le viene proibito di insegnare nella sua lingua, il tedesco. Non si arrende: diventa una maestra clandestina nelle Katacombenschulen, le scuole segrete in cui si continua a insegnare il tedesco ai bambini costretti, nelle scuole del regime fascista, a studiare soltanto in italiano. Resiste, fuggendo in montagna con il marito Erich che dopo essere stato ferito decide di disertare. Resiste anche di fronte al dolore più lacerante, quando Marica, la figlia prediletta, le viene sottratta con uno stratagemma dalla sorella di Erich e dal marito, privi di figli, e portata in Germania. Di lei rimane soltanto un breve biglietto d’addio. Da quel momento Trina non ha mai smesso di aspettarla, né di scriverle, aggrappata alla speranza che, in qualche modo, le parole possano un giorno restituirgliela.
Nella drammaturgia Erich appare quasi come una presenza fantasmatica che affiora nella mente di Trina, sospesa tra realtà e ricordo. Mattia Fabris lavora proprio su questa ambiguità scenica, restituendo al personaggio una qualità insieme evanescente e rude. Il suo Erich è un uomo comune travolto da eventi straordinari, incarnazione di una resistenza ostinata dell’individuo di fronte alla Storia e alle decisioni del potere. Il senso più profondo di Erich è racchiuso proprio nella frase che dà il titolo allo spettacolo e al romanzo: Resto qui: da quella dichiarazione nasce la sua strenua opposizione alla costruzione della diga, una battaglia destinata alla sconfitta ma combattuta comunque, con coerenza e determinazione.
Scenografia e luci strumenti narrativi
Anche la scenografia di Antonio Panzuto e il disegno luci di Alessandro Verazzi diventano autentici strumenti narrativi, perfettamente allineati con la visione del regista di ricostruire una Curon che ‘esiste e non esiste’.
Da questa idea nasce l’immaginifica e poetica estetica “notturna” dello spettacolo: la scena, magistralmente illuminata dalle luci di Verazzi, prende forma come una visione affiorata dalla memoria.
La luce non si limita a illuminare, ma costruisce spazio, tensione e profondità emotiva. Luci “intimiste” sull’attrice sembrano voler raccontare con pudore i sentimenti di Trina, proteggendola al contempo da sguardi indiscreti.
Uno degli elementi più suggestivi dello spettacolo è proprio il taglio di luce che colpisce i due protagonisti nei momenti più intensi dei singoli ricordi.
La lama luminosa, precisa e quasi immateriale, non tocca mai il pavimento del palcoscenico ma resta sospesa nello spazio, creando un perimetro fragile e poetico intorno al corpo dei due attori che diventa il vero centro visivo della scena, come racchiuso in una bolla luminosa.
E In quel fascio ritagliato con cura, il gesto e la parola acquistano una forza inattesa.
Nel finale, lentamente, le luci si spengono e il palcoscenico sprofonda nel buio mentre sul fondale si muovono tremolii di acqua. Rimane soltanto un ultimo segno luminoso: una luce calda, bianca e morbida che accarezza il campanile. L’unica testimonianza rimasta del paese. cancellato dalla diga.
Un’immagine semplice e potentissima, nel silenzio della scena. Prina dello scrocio degli applausi: meritatissimi.
