di Stefano Ferri e Guglielmo Landi
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Aiuto, arrivano i nuovi mostri! E non è un bel film
Impatto ambientale, consumo di suolo agricolo, acqua ed energia. Emissione di calore e rumore. Nessun dato certo sulle possibili ricadute. Lo spiegano due ricercatrici del Politecnico Cristina Mattioli e Alice Franchina
Data centers and the city. The territorial impacts of the growing data economy, with a focus on Italy (I data center e la città. L’impatto territoriale dello sviluppo della data economy, con un focus sull’Italia) è il titolo di un articolo scritto dalle dottoresse Cristina Mattioli e Alice Franchina, ricercatrici del DAStU (Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano) impegnate nella ricerca ProdAction insieme al professor Eugenio Morello. Un lavoro che si concentra sullo studio dei molteplici impatti che l’economia digitale, in rapida espansione, ha e potrebbe avere in futuro sui territori, con particolare attenzione al contesto italiano e all’implementazione dei data center. A loro abbiamo posto alcune domande.
Nella zona sud attorno a Milano gli insediamenti dei data center aumentano a una velocità incredibile. Fino a pochi mesi fa quasi non si parlava di questi impianti, mentre oggi si susseguono uno dietro l’altro, come nei casi di Opera, Zibido San Giacomo o Lacchiarella. Come si valuta l’impatto ambientale di queste strutture e quanto sono fondate le affermazioni dei costruttori su consumi d’acqua e impatto ambientale?
«Come ricercatrici in urbanistica e pianificazione del territorio rileviamo innanzitutto un grande ostacolo che riguarda la mancanza e l’opacità dei dati, soprattutto per quanto riguarda gli impatti territoriali. Gli studi scientifici accademici a disposizione sono ancora pochi e spesso riferiti a contesti statunitensi, su strutture molte grandi o dedicate all’Intelligenza Artificiale, che richiedono potenze di calcolo molto elevate. Esiste inoltre una resistenza da parte degli operatori a condividere le informazioni, solitamente giustificata con motivazioni di privacy e sicurezza delle infrastrutture, nonostante le direttive europee a riguardo».
Esistono dei dati sul consumo di suolo? Le aree dismesse rappresentano davvero una soluzione?
«Il consumo di suolo è l’unico impatto che possiamo misurare con precisione attraverso i documenti ufficiali. Si tratta di 270 ettari occupati dai data center attualmente in costruzione o in progetto, di cui circa 130 su aree permeabili. Per minimizzare l’impatto, i data center dovrebbero sorgere esclusivamente su aree dismesse, i cosiddetti brownfield, cioè ex zone industriali o centrali energetiche in disuso. Nella legge regionale lombarda si indica come priorità l’uso delle aree dismesse per questi impianti, senza però porre un obbligo vincolante per gli operatori. Poiché i data center sono considerati urbanisticamente compatibili con la destinazione d’uso industriale, il rischio concreto è che vengano realizzati sulle ancora numerose aree di espansione industriale contenute nei Piani di Governo del Territorio, attualmente agricole o permeabili».
Si parla molto della capacità della rete elettrica di reggere questa domanda massiccia. La tenuta dell’infrastruttura di Terna è una preoccupazione reale?
«Dalle valutazioni tecniche a disposizione, Terna afferma che la rete sia solida e stabile, per cui, a loro avviso, non dovrebbero esserci problemi di tenuta generale. La vera criticità riguarda la connessione dedicata per convogliare enormi quantità di energia in punti specifici. Per questo motivo Terna sta programmando nel Milanese circa dieci nuove stazioni elettriche o ampliamenti di quelle esistenti. Queste stazioni costituiscono un impatto indiretto notevole per quanto riguarda il consumo di suolo: essendo opere di interesse pubblico, possono andare in deroga alla pianificazione urbanistica locale, e sono solitamente realizzate su terreni agricoli, anche vincolati, per costi e tempi inferiori».
Per quanto riguarda il consumo d’acqua, le emissioni e l’impatto termico degli impianti, quali sono gli impatti?
«Secondo quanto affermato dagli operatori, l’uso sempre più diffuso di circuiti di raffreddamento idrici chiusi sembra consentire risparmi d’acqua, ma per i motivi detti prima, di opacità di dati e mancanza di studi scientifici è difficile capire quale sia il reale impatto quando il data center è in funzione. Per quanto riguarda le emissioni, i data center devono garantire un funzionamento senza interruzioni. In caso di blackout, si azionano decine di generatori a diesel, che devono però essere testati anche mensilmente. L’adozione di filtri specifici su questi generatori sarebbe una misura mitigativa fondamentale. Più in generale, tuttavia, sarebbe importante avere un monitoraggio pubblico e indipendente della qualità dell’aria, soprattutto quando diversi data center di grandi dimensioni si concentrano in un’area limitata. Sul tema dell’isola di calore urbana, le stime variano da 0,1 °C fino a diversi gradi, perché vengono utilizzati metodi di calcolo differenti. Non esiste ancora una letteratura specifica e consolidata. Inoltre, bisogna tenere presente che qualsiasi area industriale cementificata genera un effetto isola di calore. Gli studi citati dagli operatori, come quello presentato per il progetto di Opera, stimano un impatto inferiore a 1 °C, basandosi su modelli forniti da società di consulenza. Ancora, in assenza di centraline interne o adiacenti agli impianti privati e di un monitoraggio pubblico indipendente, come quello di Arpa, è difficile stabilire con certezza l’impatto termico effettivo dei data center».

È fattibile riutilizzare il calore di scarto prodotto dai data center per il teleriscaldamento civile?
«Il recupero del calore è una soluzione interessante ma presenta diversi limiti tecnici e logistici, per esempio l’efficienza si mantiene entro un raggio massimo di circa 3 km; se il Data Center si trova in aperta campagna, il calore fatica a raggiungere le abitazioni. Inoltre, a differenza dei paesi nordici, la rete di teleriscaldamento a Milano e nell’hinterland non è capillare e richiede enormi investimenti pubblici. Il calore generato dai server non è ad altissima temperatura e per essere utilizzato necessita, infine, ulteriori pompe di calore per essere immesso in rete. È da tenere poi presente che legare un servizio pubblico primario, come il riscaldamento, a un operatore privato comporta rischi strategici nel caso in cui l’azienda decida di dismettere o trasferire altrove l’impianto».
Trattandosi quasi sempre di multinazionali estere, esiste il rischio che tra qualche anno queste strutture vengano abbandonate lasciando “cattedrali nel deserto” sul terreno agricolo?
«Il tema della sovranità digitale europea e della dipendenza dai colossi Big Tech americani o asiatici è oggi al centro del dibattito politico, come dimostrano alcune iniziative del Comune di Amsterdam. Per quanto riguarda il rischio di dismissione, i grandi data center sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale hanno l’obbligo di presentare un piano di dismissione a carico dell’operatore. Per i piccoli impianti questo obbligo, invece, non esiste. Il rischio concreto però è di trovarsi in futuro con imponenti strutture dismesse o sottoutilizzate sul territorio, nate per soddisfare esigenze di spazio ed energia oggi sovrastimate. Il settore è sottoposto a innovazioni tecnologiche così veloci e dirompenti che i modelli costruttivi attuali potrebbero diventare presto obsoleti. Per esempio, si parla già di data center diffusi, piccole strutture ad alta densità o moduli flessibili e reversibili, da realizzare nelle abitazioni private. Forse i due modelli coesisteranno, ma per il momento è molto difficile fare previsioni».
Giganteschi. Concentrati in tre piccoli comuni vicinissimi
A Opera, Lacchiarella e Zibido San Giacomo sono stati approvati altrettanti progetti per strutture “hyperscale”, che svilupperanno immense connessioni di server

“Crescono come funghi”: l’antico adagio popolare calza perfettamente con quanto sta accadendo con i data center nel Milanese. A oggi sono 33 quelli già attivi, a cui se ne aggiungeranno altri 10 attualmente in costruzione e poi altri 23, oggi in fase di valutazione o progettazione. Investimenti miliardari, prevalentemente provenienti da aziende e fondi stranieri, che concentrano intorno a Milano il 6,5% dei data center attivi in Italia, che muovono però – data la loro dimensione – 68% della potenza energetica nominale complessiva a livello nazionale, sviluppando una enorme capacità di calcolo, molto oltre la media nazionale (dati Politecnico di Milano).
In questo contesto, nel sud Milano, nei comuni di Opera, Lacchiarella e Zibido San Giacomo stanno per crescere, uno accanto all’altro, tre data center hyperscale, ovvero molto grandi, che stanno suscitando perplessità e proteste fra i cittadini e, in alcuni casi, anche nelle amministrazioni.
A Opera, un impianto da 100 MW vicino alle case
A Opera il progetto di realizzare un data center sul territorio è letteralmente spuntato come un fungo. Il primo atto è una delibera di giunta del 1° agosto 2025, in cui viene dato mandato al sindaco Ettore Fusco di interloquire con EdgeConnex MCN Italy S.r.l, di proprietà di un fondo svedese. Il luogo scelto per l’insediamento degli impianti è in via Vigentina 2, dove si trovava un’azienda di trasporti e ora dismessa, su un’area di quasi 3 ettari (pari a 4 campi di calcio). Dopo una serie di interrogazioni delle opposizioni e prima di un Consiglio comunale in cui i vertici di EdgeConnex hanno dato le prime informazioni sul progetto, nel maggio di quest’anno il Consiglio dei ministri ha dichiarato l’opera “infrastruttura di preminente interesse strategico”. In sostanza, vengono semplificati e accelerati tutti i procedimenti e, in caso di dissensi, le decisioni sono prese da un Commissario straordinario.
Il data center di Opera, secondo quanto dichiarato dal costruttore, avrà un potenza di 60 MW (con capacità di picco di 100 MW), un consumo elettrico pari a quello di 20mila abitazioni, tale quindi da richiedere la realizzazione da parte di Terna di una sottostazione elettrica dedicata, collegata direttamente alla rete nazionale ad alta tensione. Il sistema idrico di raffreddamento dei server utilizzerà sistemi che riducono al minimo il consumo d’acqua, così come l’impatto acustico sarà minimo, pari a quello prodotto da due altoparlanti a basso volume. Sempre secondo EdgeConnex, il data center darà lavoro a 400 persone.
«Abbiamo ricevuto molti messaggi preoccupati da parte dei cittadini di Opera, che sono venuti a conoscenza della costruzione del data center solo ad aprile ’26, quando l’attuale amministrazione ha iniziato le interlocuzioni con il costruttore EdgeConneX molto tempo prima, il 1° agosto 2025 – ha dichiarato Giuseppe Calcagno, capogruppo del Centrosinistra di Opera in consiglio comunale –. Come al solito noi siamo dalla parte dei cittadini, quindi faremo in modo che vengano rispettate tutte le leggi e le regole attualmente in vigore, vigilando su eventuali bolle di calore, consumo di acqua, inquinamento acustico e ci batteremo affinché non venga deturpato il territorio. A tal proposito da poco si è costituito il comitato cittadino Orizzonte Opera – ha concluso Calcagno –, a dimostrazione del fatto che un data center hyperscale preoccupa molto i cittadini e che è cosa ben diversa da quanto aveva dichiarato il sindaco Fusco appena eletto, quando parlava solo di impianti di ridotte dimensioni per Opera».
A Lacchiarella arrivano due data center, totale: 700 MW
Se ci spostiamo a Lacchiarella, a pochi chilometri da Opera, la situazione assume una dimensione paradossale, paradigmatica di uno sviluppo senza controllo. Apto, per conto del fondo americano Pinco, sta progettando un campus data center da 300 MW, con una riserva di 160 generatori diesel di emergenza, considerato il più grande d’Italia. Gli impianti, che conterranno 5 grandi edifici, si svilupperanno su un’area greenfield – cioè vergine – di quasi 23 ettari. Attualmente il progetto è un fase di Valutazione d’Impatto Ambientale (Via) da parte del ministero dell’Ambiente.
Come se questo non bastasse per una piccola cittadina di meno di 10mila abitanti, il 5 agosto il Consiglio dei ministri ha decretato, come opera di interesse strategico – quindi come per Opera avocando a sé ogni decisione definitiva – il programma di K2 Strategic Infrastructure Italy S.r.l, detenuta da K2 Strategic Pte. Ltd. (“K2”) , un soggetto internazionale con sede a Singapore, che prevede la realizzazione di un data center da 400 MW. L’investimento di circa 5 miliardi si svilupperà su un’area tra Lacchiarella e Zibido San Giacomo, anch’essa classificata come greenfield.
«Siamo contro questo assembramento mostruoso di data center sul territorio del nostro comune. Se tutti i progetti andassero in porto avremmo impianti per oltre 1.000 MW e una richiesta di elettricità corrispondente che Terna sta già studiando come produrre – spiega Enrico Duranti del Comitato cittadino Ciarlasco –. Non solo tutti gli impianti in progettazione sono su greenfield, ma produrrebbero, date le loro dimensioni, un impatto devastante sulla prima falda, su temperature, mobilità e sicurezza. Il nostro territorio cambierebbe per sempre, e certamente non in meglio».
Anche Zibido San Giacomo sono due: uno in condivisione più un secondo direttamente da Roma
A Zibido San Giacomo, sul progetto K2 in condivisione con Lacchiarella, la sindaca Sonia Belloli, all’indomani del decreto del governo, ha chiesto approfondimenti ulteriori, dichiarando che «la tutela della salute dei cittadini, la salvaguardia del territorio, la sostenibilità ambientale e il rispetto della pianificazione territoriale rappresentano per noi principi non derogabili». Una posizione motivata anche
dal fatto che nel piccolo centro del Parco Sud, è in fase di Valutazione di Impatto ambientale già un altro data center, anch’esso considerato di rilevanza strategica nazionale, promosso da Amazon Data Services Italy. Gli impianti sono previsti nella zona di via Longarone, all’interno del quadrante logistico-territoriale tra Zibido San Giacomo, Badile e Lacchiarella e avranno una potenza di 61,9 MW. Oltre all’impatto dei due data center, amministrazione e cittadini hanno espresso forte preoccupazione anche per la sottostazione elettrica che Terna intende realizzare nei pressi del centro abitato. La sindaca Belloli ha formalizzato la richiesta di spostarla, proponendo sei localizzazioni alternative. La risposta di Terna è arrivata nei giorni scorsi ed è stata negativa: la sottostazione non si sposta. «Prendiamo atto della risposta di Terna – ha fatto sapere la sindaca – ma riteniamo che alcuni aspetti meritino chiarimenti precisi, che affideremo all’esame dei nostri tecnici e legali».

Un salto nel buio
Senza una vera legge che regoli l’insediamento dei data center sono a rischio la tutela del territorio e la salute delle persone
L’espansione dei data center in Lombardia solleva interrogativi immediati sulla sostenibilità, a partire da una condizione paradossale: si opera quasi del tutto al buio, trattando la collettività e i territori come un laboratorio a cielo aperto. La scarsa attendibilità delle analisi sui consumi reali e degli impatti ambientali, come confermato delle ricercatrici del DAStU Alice Franchina e Cristina Mattioli, rappresentano infatti il primo grande ostacolo a una governance responsabile. Anche gli effetti delle nuove tecnologie che gli operatori, sulla spinta della preoccupazione dell’opinione pubblica, intendono adottare per limitare l’impatto ambientale sono tutti da dimostrare.
Attualmente, le analisi disponibili derivano quasi esclusivamente dai dati dei privati coinvolti o da monitoraggi esterni, privi di una copertura strategica e sistemica. Inoltre, la direttiva europea che impone di rendicontare consumi idrici ed energetici, in assenza di sanzioni efficaci per chi ignora la norma, stenta a decollare: le prime rilevazioni coprono meno del 50% dei siti attivi in Europa. Una drammatica carenza di dati certi, che costringe gli enti locali a pianificare a vista, basandosi prevalentemente su stime poco attendibili.
Dietro queste enormi cattedrali digitali poi non ci sono sempre e solo i giganti della Silicon Valley. Sempre più spesso a muovere le fila è un mercato strettamente immobiliare: intermediari e sviluppatori che acquistano terreni agricoli o ex industriali, stringono convenzioni urbanistiche con le amministrazioni locali e cedono l’area “chiavi in mano” ai grandi colossi tecnologici. Un meccanismo che trasforma la pianificazione del territorio in una pericolosa operazione finanziaria a breve termine.
Il rischio più critico riguarda la prospettiva temporale. L’innovazione tecnologica corre a ritmi frenetici e i modelli di calcolo stanno già evolvendo verso soluzioni sempre più dense, compatte o persino distribuite in modo capillare all’interno dei singoli edifici.Il timore fondato è che le strutture imponenti progettate oggi – e pronte tra non meno di tre anni – nascano già obsolete o sovradimensionate.
Senza adeguate clausole di salvaguardia e rigidi piani di dismissione (attualmente obbligatori per legge solo per gli impianti di maggiore potenza termica), il territorio, sacrificato oggi, rischia di trasformarsi, tra pochi decenni, nel corrispondente digitale dei vecchi capannoni industriali abbandonati. Quindi mentre i colossi del tech e gli investitori immobiliari fanno a gara per accaparrarsi i terreni delle aree metropolitane, e la politica e le istituzioni rincorrono, emerge la necessità di analisi profonde e accurate per evitare il rischio di erigere nuove cattedrali che stravolgono il nostro territorio in modo irreversibile.

