Il dolore non deve restare solo: nasce “Camminiamo Insieme”

Dietro ogni incidente ci sono famiglie che affrontano lutti, processi, solitudine e una vita che cambia per sempre. Dal Municipio 5 prende il via "Camminiamo Insieme", il progetto di mutuo aiuto promosso da AFVS. Ne abbiamo parlato con volontari, familiari e professionisti che accompagneranno il ...
il dolore non deve restare solo: nasce “Camminiamo Insieme” - locandina gruppo di mutuo aiuto
locandina gruppo di mutuo aiuto

«Dopo un incidente il mondo va avanti, il dolore no»: a Milano nasce “Camminiamo Insieme”, il gruppo che aiuta i familiari delle vittime della strada

locandina gruppo di mutuo aiuto dell’Associazione Familiari Vittime della Strada.

Dietro ogni incidente ci sono famiglie che affrontano lutti, processi, solitudine e una vita che cambia per sempre. Dal Municipio 5 prende il via il progetto di mutuo aiuto promosso da Afvs. Ne abbiamo parlato con volontari, familiari e professionisti che accompagneranno il percorso

Quando si parla di incidenti stradali l’attenzione si concentra quasi sempre sui numeri: morti, feriti, statistiche. Molto più raramente si racconta ciò che accade dopo. Dopo i funerali, dopo i titoli dei giornali, dopo l’emergenza. È in quello spazio spesso invisibile che nasce “Camminiamo Insieme”, il nuovo gruppo di mutuo aiuto promosso da Afvs nel Municipio 5 di Milano. Un progetto che punta a contrastare la solitudine dei familiari delle vittime e a costruire una rete di sostegno fondata sull’ascolto e sulla condivisione.

Quando il dolore resta senza parole

Ogni incidente stradale produce conseguenze che vanno ben oltre il momento dell’impatto. Dietro ogni vittima ci sono genitori, figli, fratelli, compagni di vita e amici che si trovano improvvisamente a fare i conti con un’assenza destinata a modificare profondamente il loro futuro.

Eppure questa dimensione rimane spesso invisibile.

Se nelle prime settimane dopo una tragedia si attivano reti di sostegno, vicinanza e solidarietà, con il passare del tempo l’attenzione inevitabilmente si sposta altrove. Per chi resta, invece, inizia una fase molto più lunga e complessa: quella della convivenza con il dolore.

È da questa consapevolezza cheil 18 giugno ha preso il via a Milano “Camminiamo Insieme”, il nuovo gruppo di mutuo aiuto promosso da Afvs – Associazione Familiari e Vittime della Strada Ets – ospitato presso lo Spazio Gentile del Municipio 5.

Gli incontri si svolgono ogni quindici giorni e sono rivolti ai familiari delle vittime della strada e alle persone che vivono le conseguenze di eventi traumatici legati agli incidenti stradali.

Il dolore non deve restare solo: nasce “Camminiamo Insieme” - I primissimi familiari di vittime accolti giovedì 18 giugno 2026
I primissimi familiari di vittime accolti giovedì 18 giugno 2026.

L’idea nasce dall’esperienza diretta di chi quel dolore lo conosce bene.

«Quando si vive una tragedia di questo tipo, il bisogno di essere sostenuti esiste sempre, anche quando non si riesce a riconoscerlo o a dargli un nome – racconta Maria Gambino, familiare di vittima della strada e volontaria Afvs -. È un bisogno silenzioso che si scontra con la mancanza di punti di riferimento e con tempi interiori profondamente diversi da persona a persona».

Milano, una città che continua a fare i conti con gli incidenti stradali

La nascita del gruppo si inserisce in un contesto che continua a presentare numeri significativi.

Secondo i dati richiamati da Afvs, la provincia di Milano registra il numero più elevato di incidenti, feriti e vittime della Lombardia. Ogni anno migliaia di persone vengono coinvolte in sinistri stradali e centinaia di famiglie si trovano ad affrontarne le conseguenze.

«Un terzo delle vittime della strada della Lombardia perde la vita proprio nella provincia di Milano – osserva Silvia Frisina, vicepresidente dell’associazione -.

Numeri che raccontano una questione non solo legata alla mobilità e alla sicurezza urbana, ma anche alla tenuta sociale delle comunità chiamate a confrontarsi con lutti improvvisi e traumi profondi.

La solitudine che arriva dopo

Tra i temi che emergono con maggiore forza dalle testimonianze raccolte c’è quello dell’isolamento. Molte persone descrivono la sensazione di essere state catapultate in una realtà parallela, incomprensibile a chi non ha vissuto la stessa esperienza.

All’inizio l’isolamento può sembrare una forma di protezione. Col passare del tempo, però, rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso. «Da rifugio può diventare una prigione – spiega Gambino -. Si perde il contatto con gli altri, ma anche con parti di sé stessi. Il rischio è che il dolore occupi tutto lo spazio disponibile».

Una condizione che può incidere sulla salute mentale, sulle relazioni, sulla capacità di lavorare e persino di immaginare il futuro.

Il tempo del dolore e il tempo della società

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda proprio il rapporto tra il tempo del dolore e il tempo della società. Le istituzioni e la comunità tendono ad attivarsi nell’immediato, ma raramente riescono a intercettare ciò che accade nei mesi e negli anni successivi.

«Il dolore per una perdita improvvisa e violenta non segue tempi lineari» – spiega Gambino -. Spesso si intensifica proprio quando tutto intorno sembra tornare alla normalità».

È in questa fase che molte persone rischiano di sentirsi invisibili. Da qui la scelta di creare uno spazio permanente di ascolto e condivisione, accessibile anche a distanza di anni dall’evento traumatico.

Una casa per chi cerca qualcuno che comprenda

Nelle parole dei promotori ricorre spesso un concetto: quello della casa. Non un luogo fisico soltanto, ma uno spazio umano dove sentirsi accolti senza dover spiegare ogni volta il proprio dolore.

«È un incontro di sguardi, un incontro di cuori che fanno i conti con una ferita del tutto diversa da altri dolori e per sempre – racconta Irene Parapetti -. Una possibilità di ricucirsi insieme, un luogo, una casa». Per chi arriva all’associazione, spesso, le parole mancano.

«Si arriva per aggrapparsi – racconta ancora Parapetti –. A volte non si trovano le parole, solo silenzi. Si cerca qualcuno che possa aiutare a contenere qualcosa che appare incontenibile».

Come funzioneranno gli incontri

Il gruppo sarà facilitato dalla counselor Noris Anselmi. Gli incontri si svolgeranno ogni quindici giorni e potranno accogliere fino a dodici partecipanti, per garantire un clima di fiducia e riservatezza. «Sarà uno spazio accogliente, riservato e protetto, dove ciascuno potrà condividere la propria esperienza e metterla a servizio degli altri» – spiega Anselmi.

Il dolore non deve restare solo: nasce “Camminiamo Insieme” - Noris Anselmi, Counselor del Progetto Camminiamo Insieme con Raffaele Magnotta del Municipio 5
Noris Anselmi, counselor del Progetto Camminiamo Insieme con Raffaele Magnotta del Municipio 5.

Il suo ruolo non sarà quello di fornire soluzioni. «Il compito del facilitatore è favorire il confronto e la condivisione affinché ciascuno possa sentirsi ascoltato in uno spazio libero dal giudizio».

Dal dolore può nascere anche una cultura della prevenzione

Per Afvs il progetto non rappresenta soltanto un servizio di sostegno. L’obiettivo è che possa diventare nel tempo anche uno strumento di sensibilizzazione.

«Il gruppo può trasformarsi in un presidio educativo sul territorio – sottolinea Silvia Frisina -. Le esperienze di chi ha vissuto queste tragedie possono contribuire a diffondere una maggiore cultura della sicurezza stradale».

Un lavoro che potrebbe coinvolgere scuole, enti locali, associazioni, Polizia Locale e realtà impegnate nell’educazione alla mobilità.

Una responsabilità che riguarda tutti

Nelle riflessioni diIrene Parapetti emerge anche un messaggio rivolto all’intera comunità. «La strada è il luogo del noi, non dell’io – afferma. – Quando una vita viene spezzata è un fallimento per tutti».

Il dolore non deve restare solo: nasce “Camminiamo Insieme” - Raffaele Magnotta, Presidente Commissione Sicurezza e coesione sociale, Commercio e attività produttive, Politiche del lavoro Municipio 5 con Irene Parapetti, referente AFVS Milano Ovest
Raffaele Magnotta, presidente Commissione Sicurezza e coesione sociale, Commercio e attività produttive, Politiche del lavoro Municipio 5 con Irene Parapetti, referente Afvs Milano Ovest.

Le parole chiave che sceglie sono tre: prima, noi e gentilezza. Prima, perché la prevenzione si costruisce prima della tragedia. Noi, perché la sicurezza stradale è una responsabilità collettiva. Gentilezza, perché anche un gesto apparentemente piccolo può fare la differenza.
«Un gesto gentile salva una vita».

🎤 L’intervista a Maria Gambino, Silvia Frisina, Noris Anselmi e Irene Parapetti

di Alessandra Palma

«Il bisogno di essere sostenuti esiste sempre, anche quando non si riesce a riconoscerlo»

Sul progetto e sulla sua nascita: le riposte di Maria Gambino, familiare di vittima della strada e volontaria AFVS

Come nasce l’idea di creare proprio ora un gruppo di mutuo aiuto a Milano?

«L’idea di creare un gruppo di mutuo aiuto per le vittime della strada a Milano nasce oggi dalla consapevolezza delle dimensioni enormi del problema e delle sue conseguenze.

Milano è una città dinamica, in continuo movimento, inevitabilmente le occasioni di rischio aumentano in modo esponenziale. Gli incidenti stradali, di conseguenza, non sono solo eventi isolati, ma esperienze che coinvolgono persone, famiglie e intere reti relazionali, lasciando segni spesso invisibili ma profondi e distruttivi.

In questo scenario emerge con forza un vuoto: dopo un sinistro si ricevono cure mediche, si affrontano pratiche burocratiche e questioni legali, ma spesso manca uno spazio in cui poter elaborare davvero ciò che è accaduto. Chi ha vissuto un incidente – direttamente o attraverso la perdita o la sofferenza di una persona cara – si trova a fare i conti con emozioni difficili: dolore, rabbia, senso di ingiustizia, solitudine. È proprio da questa solitudine che comincia a prendere forma l’idea del mutuo aiuto. Si comprende di non essere gli unici ad affrontare certe esperienze e, allo stesso tempo, di avere bisogno di incontrare chi può comprendere senza bisogno di troppe spiegazioni.

Condividere il proprio vissuto con persone che hanno attraversato situazioni simili permette di sentirsi meno soli, di riconoscersi negli altri e, progressivamente, di trasformare il proprio dolore in qualcosa che può anche aiutare chi è appena all’inizio di quel percorso.

Oggi c’è una maggiore attenzione sia alla sicurezza stradale sia alla salute mentale. Chi ha vissuto questi eventi sprofonda in mille fragilità, parlare di fragilità e chiedere supporto non deve essere vissuto come un segno di debolezza, ma come un passaggio necessario per prendersi cura di sé. Inoltre, si vuole far crescere la sensibilità collettiva verso le storie delle vittime della strada, che sempre più spesso vengono raccontate, condivise e riconosciute.

Milano, in particolare, rappresenta un terreno fertile per la nascita di iniziative di questo tipo. La presenza di realtà associative, la disponibilità di spazi e la propensione a costruire reti dovrebbero favorire la conversione di un’idea in un progetto concreto. Abbiamo deciso di fare il primo passo, spinte purtroppo da esperienze personali, per dare vita a qualcosa che può poi coinvolgere molti altri. In questo senso, un gruppo di mutuo aiuto diventa anche un gesto sociale e culturale: un modo per dire che nessuno dovrebbe affrontare da solo le conseguenze di un incidente, e che anche da esperienze dolorose può nascere uno spazio di ascolto, sostegno e condivisione».

Esisteva già una richiesta da parte delle famiglie o è stata l’associazione ad individuare questo bisogno?

«Quando si vive una tragedia di questo tipo, il bisogno di essere sostenuti esiste sempre, anche quando non si riesce a riconoscerlo o a dargli un nome. È un bisogno silenzioso, spesso confuso, che si scontra con la mancanza di punti di riferimento e con tempi interiori profondamente diversi da persona a persona. Ogni reazione è unica, fragile, e merita rispetto, ascolto e delicatezza.

Chi ha vissuto questo dolore sulla propria pelle, come i membri dell’Associazione, sviluppa una sensibilità particolare: uno sguardo più attento, capace di cogliere anche ciò che non viene detto. Da questa consapevolezza nasce la capacità di riconoscere i bisogni degli altri e di immaginare forme di supporto autentiche, che possano davvero fare la differenza.

È proprio da questo vissuto condiviso, da questa empatia profonda, che l’Associazione Familiari e Vittime della Strada ha scelto di creare uno “Spazio Gentile”: un luogo di accoglienza, ascolto e cura, dove chi attraversa il dolore possa sentirsi meno solo e trovare, con i propri tempi, un primo fragile spiraglio di sostegno».

Quante persone avete intercettato sul territorio che potrebbero beneficiare di questo servizio?

«Come si può facilmente immaginare, sul territorio di Milano i numeri di questa realtà sono purtroppo rilevanti: dietro ogni dato ci sono storie, volti, vite spezzate o profondamente cambiate. Per questo, le persone che potrebbero beneficiare di questo servizio sono molte più di quelle che oggi riusciamo a raggiungere.

Siamo ancora nella fase più delicata: quella di far conoscere il progetto, di far arrivare la sua esistenza proprio a chi, spesso, fatica anche solo a chiedere aiuto. È uno step complesso, perché il dolore tende a isolare e il bisogno, per essere espresso, ha bisogno prima di tutto di sentirsi accolto. È proprio qui che avremmo più bisogno di sostegno, per amplificare la voce di questo progetto e renderlo davvero accessibile.

Ad oggi, grazie al passaparola e alla comunicazione sui social, abbiamo raccolto una decina di richieste di adesione. Un numero che può sembrare piccolo, ma che per noi ha un valore immenso: sono le prime porte che si aprono, i primi segnali di fiducia. Sappiamo però che rappresentano solo una piccola parte di un bisogno molto più ampio, ancora silenzioso, che aspetta solo di essere intercettato».

Ci sono già iniziative simili attive in altre città italiane promosse da AFVS?

«AFVS promuove da anni attività di prevenzione stradale e offre supporto alle vittime e ai loro familiari su tutto il territorio nazionale; per questo motivo, iniziative analoghe sono già presenti in diverse città italiane.

Nel caso specifico, però, l’esperienza dei gruppi di mutuo aiuto rappresenta una novità importante: si tratta di un progetto che sta muovendo i suoi primi passi proprio in questo periodo, nato all’interno della realtà milanese per rispondere in modo ancora più diretto e umano al bisogno di ascolto e condivisione delle persone coinvolte.

L’idea è quella di costruire, passo dopo passo, uno spazio sicuro in cui chi ha vissuto esperienze simili possa sentirsi accolto, compreso e meno solo. Con il tempo, l’obiettivo è far crescere questa esperienza, rafforzarla e renderla accessibile anche ad altre realtà, affinché sempre più persone possano trovare un sostegno concreto e una rete di vicinanza sul territorio».

Perché avete scelto di partire dal Municipio 5?

«Abbiamo scelto di partire dal Municipio 5 perché, fin dai primi confronti, abbiamo trovato nei referenti istituzionali un ascolto attento e una forte sensibilità verso il tema. Non si è trattato solo di una condivisione formale, ma di una reale adesione ai valori e agli obiettivi dell’iniziativa: la tutela delle persone, l’importanza del supporto alle vittime e ai loro familiari, e la volontà di rafforzare la cultura della prevenzione.

Questo clima di apertura e collaborazione ha reso possibile avviare il progetto su basi solide, creando fin da subito un dialogo costruttivo e una rete di fiducia. Il Municipio 5 si è mostrato disponibile non solo ad accogliere l’idea, ma anche a sostenerla attivamente, comprendendone il valore umano e sociale.

Partire da qui significa quindi dare vita a un’esperienza che nasce già radicata nel territorio, con l’obiettivo di crescere insieme alla comunità e diventare un punto di riferimento per chi ha bisogno di ascolto, supporto e condivisione».

Sui bisogni delle famiglie: le riposte di Maria Gambino, familiare di vittima della strada e volontaria AFVS

Quali sono le difficoltà più frequenti che incontrano i familiari dopo la perdita di una persona in un incidente stradale?

«Le difficoltà che i familiari incontrano dopo la perdita di una persona cara in un incidente stradale sono molteplici e spesso difficili anche solo da descrivere. Riguardano diversi piani della vita: quello pratico, legato alla gestione improvvisa di incombenze burocratiche e organizzative; quello legale, spesso complesso e lungo; e quello economico, che può diventare particolarmente gravoso.

Ma la dimensione più difficile da affrontare è senza dubbio quella emotiva e personale. Si tratta di imparare, giorno dopo giorno, a sopravvivere a un’assenza che cambia radicalmente l’equilibrio della propria vita e di quella familiare. Le vittime della strada —siano esse dirette o indirette —si trovano spesso a vivere una condizione nuova, che le porta a sentirsi diverse, quasi appartenenti a una realtà a parte, segnata da un dolore profondo e da un mondo interiore difficile da condividere con chi non ha vissuto esperienze simili.

Ci si trova così davanti a un bivio: da una parte la possibilità, se si trova la forza e il sostegno necessari, di intraprendere un percorso di elaborazione e di ricostruzione; dall’altra il rischio concreto di rimanere schiacciati dal peso della perdita. È proprio per questo che diventa fondamentale creare spazi di ascolto, condivisione e supporto, in cui le persone possano sentirsi comprese, accompagnate e meno sole nel loro».

Quali aspetti del dolore vengono spesso sottovalutati dalla società e dalle istituzioni?

«Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda la dimensione del tempo del dolore. L’evento traumatico viene generalmente gestito nell’immediato: c’è attenzione, presenza, supporto istituzionale e sociale nei giorni o nelle settimane successive. Tuttavia, con il passare del tempo, questa attenzione tende a diminuire drasticamente, fino a lasciare le persone sole ad affrontare un percorso lungo e complesso.

Il dolore per una perdita improvvisa e violenta non segue tempi lineari né prevedibili. Anzi, spesso si intensifica proprio quando tutto intorno sembra tornare alla normalità. In questa fase, i familiari si trovano a dover ricostruire un equilibrio senza avere più una rete di sostegno adeguata, con il rischio di sentirsi invisibili e dimenticati.

Un altro aspetto poco compreso è la profondità e la persistenza delle conseguenze psicologiche. Non si tratta solo di “superare” un lutto, ma di convivere con un trauma che può incidere sull’identità, sulle relazioni, sulla capacità di lavorare e di progettare il futuro. Le persone cambiano profondamente e spesso faticano a ritrovare un senso di normalità, sentendosi distanti da chi non ha vissuto esperienze simili.

Le istituzioni e la società, pur con le migliori intenzioni, tendono a non intercettare questa fase più silenziosa e prolungata del dolore. Il risultato è che molte persone restano sospese, senza punti di riferimento, nel tentativo di recuperare lucidità e stabilità emotiva. In alcuni casi, questa solitudine può portare a un progressivo isolamento o a una perdita di fiducia nel futuro.

Per questo diventa essenziale riconoscere che il bisogno di supporto non termina con l’emergenza iniziale, ma continua nel tempo. È proprio nella continuità dell’accompagnamento, nella possibilità di trovare ascolto, condivisione e comprensione anche a distanza di mesi o anni, che si può fare davvero la differenza nel percorso di chi resta».

Quanto pesa il senso di isolamento per chi vive un lutto di questo tipo?

«Il senso di isolamento pesa in maniera enorme su chi vive un lutto di questo tipo. Spesso, all’inizio, è una forma di difesa: ci si chiude per riuscire a contenere l’impatto dell’accaduto, per trovare uno spazio in cui il dolore possa esistere senza dover essere spiegato o giustificato. È un meccanismo naturale, quasi necessario.

Tuttavia, con il tempo, questo isolamento può trasformarsi e diventare qualcosa di molto più pervasivo. Da rifugio, rischia di diventare una prigione. Progressivamente, si perde il contatto con gli altri, ma anche con parti di sé stessi: le relazioni si affievoliscono, il mondo esterno appare distante, a volte incomprensibile. È come se si venisse risucchiati in una dimensione parallela, in cui il dolore occupa tutto lo spazio e lascia poco margine alla vita.

In molti casi, si sviluppa anche una sensazione profonda di estraneità: ci si sente “diversi”, incapaci di essere compresi davvero da chi non ha vissuto la stessa esperienza. Questo può portare a una sorta di autoesclusione, ma anche a un graduale allontanamento da parte degli altri, spesso non per mancanza di affetto, ma per difficoltà nel sapere come stare accanto a chi soffre così profondamente.

Quando l’isolamento non viene riconosciuto e accompagnato per tempo, il rischio è che diventi cronico, creando situazioni molto difficili da recuperare. Può incidere sulla salute mentale, sulla capacità di lavorare, di mantenere relazioni, di immaginare un futuro. In alcuni casi, può togliere persino la percezione del proprio valore e del proprio diritto a sentirsi ancora parte della comunità.

Per questo è fondamentale intervenire precocemente, offrendo spazi di ascolto e condivisione in cui l’isolamento possa essere lentamente spezzato. Ritrovare una connessione, sentirsi visti e riconosciuti, anche attraverso il confronto con chi ha attraversato esperienze simili, può rappresentare il primo passo per non restare intrappolati nel dolore, ma iniziare, con tempi e modi personali, a riaprirsi alla vita».

Esistono differenze tra il sostegno che ricevono le vittime sopravvissute e quello destinato ai familiari delle vittime?

«Si tratta di un tema molto complesso, che meriterebbe il contributo di professionisti e specialisti del settore. In generale, però, è possibile dire che esistono differenze nel tipo di sostegno, legate ai bisogni specifici delle persone coinvolte.

Le vittime sopravvissute, infatti, necessitano spesso di un supporto articolato su più livelli: medico, riabilitativo, psicologico e, in molti casi, anche sociale ed economico. Devono affrontare non solo le conseguenze fisiche dell’incidente, ma anche un trauma profondo che può incidere sulla loro identità, sull’autonomia e sulla capacità di riprendere una vita quotidiana.

Allo stesso tempo, questo non esclude —anzi rende ancora più necessario —un sostegno parallelo ai familiari. I familiari si trovano infatti a vivere una duplice difficoltà: da un lato devono elaborare il proprio vissuto emotivo legato all’evento traumatico, dall’altro devono imparare a sostenere e accompagnare la persona sopravvissuta in un percorso spesso lungo e complesso. Questo può generare stress, senso di inadeguatezza e un forte carico emotivo, che non sempre viene riconosciuto o adeguatamente supportato.

In molti casi, il rischio è che l’attenzione si concentri giustamente sulla vittima diretta, lasciando però in secondo piano i bisogni dei familiari, che invece rappresentano una risorsa fondamentale nel percorso di recupero. Per questo è importante promuovere un approccio integrato, capace di prendersi cura dell’intero nucleo coinvolto, riconoscendo che il trauma investe tutte le persone che ne fanno parte, seppur in forme diverse.

Quanto tempo può trascorrere prima che una persona senta il bisogno di confrontarsi con chi ha vissuto la stessa esperienza? Abbiamo già accennato al fatto che la reazione a un dolore così straziante è profondamente personale e soggettiva. Non esiste un tempo uguale per tutti: ogni persona attraversa il proprio percorso in modo unico, influenzato dalla propria storia, dalle risorse interiori e anche da eventi apparentemente casuali che possono incidere in modo determinante.

Si parla spesso di “tempi del dolore”, ma in realtà è difficile definirli in modo preciso. Più che seguire tappe lineari, il dolore si trasforma nel tempo, a volte in modo crudele e imprevedibile. Cambia la sua intensità, cambia il modo in cui si manifesta, e nel farlo modifica anche la persona che lo vive: il corpo, la mente, il modo di sentire e di relazionarsi agli altri.

È proprio all’interno di questa trasformazione che può nascere, prima o poi, il bisogno di confronto. Per alcuni accade relativamente presto, per altri dopo molto tempo, quando magari si percepisce che il proprio vissuto è diventato troppo difficile da sostenere da soli. In certi casi, è un incontro, una parola, un’esperienza imprevista a far scattare il desiderio di aprirsi.

Arriva un momento in cui riconoscersi nello sguardo di chi ha vissuto qualcosa di simile può diventare fondamentale: non tanto per trovare risposte, ma per sentirsi meno soli, meno “diversi”. Perché, in fondo, il dolore di questa natura porta con sé una trasformazione profonda, che fa sentire persone nuove, a volte estranee a sé stesse. E proprio da questo riconoscimento reciproco può iniziare, lentamente, un percorso di condivisione e di possibili ricostruzioni».

Sul patrimonio milanese: le riposte di Silvia Frisina, vicepresidente Afvs

Il dolore non deve restare solo: nasce “Camminiamo Insieme” - Dottoressa Silvia Frisina - Vicepresidente AFVS
Dottoressa Silvia Frisina – vicepresidente Afvs.

Avete dati o stime sul numero di famiglie coinvolte ogni anno a Milano e nell’area metropolitana da incidenti mortali?

«I dati ISTAT confermano che Milano continua a rappresentare una delle aree più critiche della Lombardia sotto il profilo della sicurezza stradale. La provincia di Milano registra infatti il numero più elevato di incidenti, feriti e vittime rispetto alle altre province lombarde.

In Lombardia si contano mediamente circa 30.000 incidenti stradali all’anno, che causano oltre 350 morti e decine di migliaia di feriti. Un dato particolarmente significativo è che circa un terzo delle vittime dell’intera regione perde la vita proprio nella provincia di Milano.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento del numero di incidenti e delle persone ferite. Il dato relativo alle vittime, invece, è rimasto sostanzialmente stabile. Tuttavia, questo non può essere considerato un risultato soddisfacente: se da un lato è positivo che il numero dei decessi non sia aumentato, dall’altro non siamo ancora riusciti a ottenere quella riduzione significativa che dovrebbe rappresentare l’obiettivo di ogni politica di sicurezza stradale».

Milano presenta particolari criticità sul fronte della sicurezza stradale?

«Sì, soprattutto per quanto riguarda la convivenza tra automobilisti, pedoni e gli altri utenti vulnerabili della strada. Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda ancora oggi il mancato rispetto della precedenza del pedone, in particolare sulle strisce pedonali e negli attraversamenti regolati da semaforo.

Troppo spesso assistiamo a comportamenti rischiosi: veicoli che arrivano agli attraversamenti senza rallentare adeguatamente, automobilisti che tentano di passare quando il semaforo sta cambiando o è già rosso, persone che utilizzano il telefono alla guida proprio nei momenti in cui è richiesta maggiore attenzione, oppure conducenti che ripartono prima che i pedoni abbiano completato l’attraversamento.

È importante però evitare una contrapposizione tra categorie: anche i pedoni possono adottare comportamenti scorretti, come attraversare fuori dagli spazi consentiti o ignorare il semaforo. La differenza fondamentale è che chi guida un veicolo ha una responsabilità maggiore, perché controlla un mezzo che, se utilizzato in modo non corretto, può trasformarsi in una fonte di grave pericolo. Per questo la tutela degli utenti più fragili deve essere sempre una priorità».

Sono previste collaborazioni con scuole, enti locali o altre associazioni?

«Lo sportello di mutuo aiuto nasce con l’obiettivo di inserirsi in una rete di collaborazioni già consolidate e di svilupparne di nuove. Il sostegno del Municipio V del Comune di Milano, che ha messo gratuitamente a disposizione uno spazio dedicato all’ascolto e all’incontro, rappresenta un elemento fondamentale per garantire continuità al progetto e una presenza concreta sul territorio.

Sono previste collaborazioni con enti locali, scuole e realtà associative, perché riteniamo che la sicurezza stradale possa essere promossa efficacemente solo attraverso un lavoro condiviso. In particolare, la collaborazione che da anni portiamo avanti con la Polizia Locale di Milano e con il Politecnico di Milano nell’ambito di progetti di educazione e sensibilizzazione alla sicurezza stradale potrà trovare nello sportello un ulteriore punto di riferimento, capace di raccogliere bisogni, esperienze e testimonianze da trasformare in occasioni educative.

L’obiettivo è creare una rete tra istituzioni, mondo scolastico, associazioni e cittadini, in cui l’ascolto delle persone coinvolte in incidenti stradali diventi anche uno strumento di prevenzione e di crescita della cultura della sicurezza».

Sul gruppo di mutuo aiuto: le riposte di Noris Anselmi, counselor

Come si svolgeranno concretamente gli incontri?

«Gli incontri si terranno ogni 15 giorni presso il Municipio 5 di Milano. Sarà uno spazio accogliente, riservato e protetto, dove ciascuno potrà condividere la propria esperienza e metterla a servizio degli altri. Il gruppo di mutuo aiuto si fonda sulla condivisione reciproca, offrendo ascolto, comprensione e sostegno, e permettendo di ricevere supporto da persone che vivono situazioni simili e possono comprendere realmente il percorso di ciascuno».

Quante persone possono partecipare a ciascun incontro?

«Per favorire un clima di fiducia e creare uno spazio intimo in cui tutti possano sentirsi accolti e ascoltati, il numero dei partecipanti non potrà superare le 12 persone. In questo modo, ciascuno avrà la possibilità, se lo desidera, di trovare il proprio spazio per condividere la propria esperienza e partecipare attivamente al gruppo».

Quale sarà il suo ruolo?

«Il mio ruolo non sarà quello di dare risposte o soluzioni, ma di facilitare il confronto e la condivisione tra i partecipanti, affinché ciascuno possa esprimersi e sentirsi ascoltato in uno spazio senza giudizio».

Sulla differenza che questo servizio può fare per le persone che vivono tale dolore: le riposte di Irene Parapetti, familiare di vittima della strada e volontaria AFVS

Ci può accennare ad un elemento che spieghi perché un servizio come questo può fare la differenza?

«Per favorire un clima di fiducia e creare uno spazio intimo in cui tutti possano sentirsi accolti e ascoltati, il numero dei partecipanti non potrà superare le 12 persone. In questo modo, ciascuno avrà la possibilità, se lo desidera, di trovare il proprio spazio per condividere la propria esperienza e partecipare attivamente al gruppo».

C’è un episodio che l’ha convinta personalmente dell’importanza di creare uno spazio dedicato ai familiari?

«Gli incontri online e/o gli incontri occasionali non bastano a creare quella comunione e continuità di cui si ha bisogno. C’è bisogno di conoscersi, di contenere il grido dell’anima, di fermarsi, di accogliere il dolore reciproco, di condividerlo, di affrontarlo insieme in tutte le sue durezze e strazianti sfaccettature. C’è bisogno di uscire da uno stordimento totale. C’è bisogno di capire quale nuova vita si è chiamati a vivere. C’è bisogno di rispondere ad un perché».

Che messaggio vorrebbe lanciare a chi ha perso una persona cara in un incidente e oggi vive questo dolore in solitudine?

«È un INVITO, viscerale, a trovare il coraggio di «bussare alla porta» di questa nuova casa. Ad affacciarsi. Non c’è una cura per ritrovare una luce. C’è un cammino proposto. C’è qualcuno che aspetta i familiari di vittime e le vittime che ce l’hanno fatta per cercare insieme di ritrovare se stessi e la speranza».

Ci sono delle parole-chiave che vorrebbe mettere in evidenza?

«La prima parola è prima: prima di ogni istante irrimediabile e definitivo. Ogni tragedia ha una sua narrazione. È prima di ogni tragica narrazione che dobbiamo essere vigili e corresponsabili.

La seconda parola è noi. Qualsiasi luogo abitiamo, sia esso una città sia un piccolo borgo, a piedi o con qualsivoglia mezzo di traporto, sulle strade c’è il noi, non l’io.

La strada è luogo di incontro per tutti e di tutti e, come un’orchestra, abbiamo il dovere di assicurare che sia luogo di vita. Abbiamo il dovere che sia sicura per tutti. Tutti siamo protagonisti. Non ci sono alibi, quando una vita viene spezzata è un fallimento per tutti, per tutta la comunità (di poche anime o milioni di abitanti).

La terza parola è gentilezza.

Dobbiamo fare, o riappropriarci del fare, esperienza di gesti gentili in strada che ci riserva incontri occasionali che possono rivelarsi unici e preziosi. Sono istanti donati per tutti. Un gesto gentile salva una vita».

Qual è la frase che si sente dire più spesso dai familiari delle vittime della strada quando arrivano all’associazione per la prima volta?

«È tale la dimensione di stordimento che si arriva in Associazione per «aggrapparsi».

E spesso non si trovano le parole, solo silenzi.

Per trovare risposte, per chiedere l’aiuto a contenere qualcosa che è incontenibile, per essere aiutati anche solo a parlare nuovi linguaggi di avvocati, giudici, processi, perizie e comprendere i tempi della giustizia che non sono certo i tempi del dolore che morde.

Dopo un tempo del dolore del tutto personale, si vive l’Associazione come Ambasciatori e testimoni di nuovi significati da consegnare, sedimenti da restituire con una nuova veste».

Guarda il video

Video social di Afvs per comunicare l’avvio del Progetto “Camminiamo insieme”.

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