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L’Italia ha fatto la storia del calcio, ha vinto quattro Campionati mondiali e due europei. Eppure, oggi, siamo al terzo Mondiale consecutivo senza la Nazionale italiana. Nel frattempo le squadre di serie A ingaggiano sempre più giocatori stranieri, nonostante gli under nostrani stiano giocando benissimo. Come venirne fuori? C’è lavoro per tutti. Dalla Federazione ai Comuni, ai municipi
“Il ricordo comincia con una cicatrice”. L’affermazione, di origine filosofica, è l’epigrafe scelta da Giovanni Arpino per il suo libro Azzurro tenebra, secondo alcuni critici il più bel romanzo sul calcio concepito da un autore italiano.
E la cicatrice che per sempre garantisce il ricordo, era quella per l’eliminazione al primo girone del Campionato mondiale del 1974, allenatore Ferruccio Valcareggi e in campo gente come Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Gigi Riva, Fabio Capello.
Una squadra vicecampione del mondo reduce in gran parte dalla celeberrima partita di quattro anni prima in Messico contro la Germania (4-3), poi sconfitta in finale dal Brasile di Pelé (1-4). Una squadra che aveva ormai acquisito tutto il sacrosanto diritto di percorrere il viale del tramonto.
Ora, dopo aver visto il mese scorso i ragazzi dell’Under 21 di Silvio Baldini con la squadra “dei grandi” (e l’Under 17 laureatasi campione d’Europa), vedere in questi giorni i mondiali americani senza gli Azzurri è incubo calcistico di tutt’altra natura, e un nuovo Arpino altro che cicatrice si troverebbe a raccontare: forse l’importante non è vincere, ma dal 2014 in poi non riusciamo nemmeno a partecipare.
Saltiamo tre Mondiali di fila: 2018, 2022 e 2026. Unico, anomalo sprazzo di luce, l’Europeo vinto nel 2021.
Né ci può consolare il fatto che, in proporzione, vadano un po’ meglio le donne, ancora lontane, in termini di audience, dagli standard maschili. Ed eccoci qui a vedere e commentare il Mondiale degli altri e dei fenomeni degli altri. Eccoci a tifare gli allenatori italiani (Ancelotti, Cannavaro, Montella), con le loro squadre straniere, anziché tifare Italia.

Perché questa eclissi totale? Ma com’è potuto succedere? Com’è possibile un’eclissi totale di questo genere? E in un paese che ha fatto la storia del calcio, con quattro Mondiali e due Europei vinti, dove la stragrande maggioranza della popolazione stravede per questo sport, tanto da generare pure fenomeni negativi e socialmente intollerabili, quasi sconosciuti ad altre discipline (in estrema sintesi e su piani differenti, dalla violenza degli ultras alle liti fra genitori durante le partite dei più piccoli).
Certo non c’è più, nel bene o nel male, il mondo di una volta, quando nelle periferie urbane, in piccole aree non custodite, ma anche nei giardini e nei cortili del centro, ogni rettangolo d’asfalto o di sterrato diventava uno stadio.
E si facevano le porte segnando i pali con i cappotti, si giocava sognando d’essere i campioni. Si giocava, sì. Tutti i giorni. Senza scarpe griffate, senza le tute dello sponsor. Ma ci si divertiva un sacco. Qualcuno, poi, iniziava a fare sul serio e continuava.

Perfino Gabriele Gravina, ex presidente della Figc, dimissionato dopo la disfatta maturata in Bosnia, adesso dice che bisogna far recuperare ai bambini la dimensione del gioco, del divertimento. Già, ma come? E dice anche che bisogna incentivare le squadre dei club a far giocare i giovani italiani. Già, ma come?
Abbiamo girato alcune di queste domande a Paolo Maggioni, già giornalista di Radio Popolare, inviato di Rai News, conduttore con Simona Rolandi de La nuova domenica sportiva su Rai 2 (ora in pausa in attesa della ripresa del campionato di serie A).

L’intervista a Paolo Maggioni, conduttore con Simona Rolandi de La nuova Domenica Sportiva su Rai 2
In attesa dei Mondiali senza l’Italia aspettiamo anche la promessa di una rivoluzione nel nostro calcio.
«Non c’è dubbio che ci sia bisogno di una rivoluzione immediata, una rivoluzione non più rimandabile. Rivoluzione è un termine molto forte, ma ben venga se provoca lo shock necessario per ripartire. Un bellissimo segnale lo ha dato la Nazionale di Baldini, vincendo contro il Lussemburgo e la Grecia. Una Nazionale giovane, con dei valori, una Nazionale che parla di sogni, che mette in luce un tecnico con un percorso molto particolare, molto affascinante.
Occorre una rivoluzione che non guardi solo alla poltrona o a chi va a dirigere la Federcalcio, ma deve abbracciare sia il management che il modo in cui giochiamo. L’ultimo campionato di Serie A è stato molto povero dal punto di vista calcistico. Anche questo rappresenta un problema, perché il massimo livello esprime esempi non positivi. Bisogna lavorare molto anche su questo aspetto».
Quali dovrebbero essere, secondo te, i tratti essenziali di questa rivoluzione?
«Occorre agire su più piani, contemporaneamente. Farlo in maniera utile, intelligente, veloce dal punto di vista delle regole. Investire su un talento italiano rispetto a un talento straniero deve essere “conveniente”. E questo lo si può fare con il ribaltamento di un principio di fiscalità che in questo momento premia i giocatori che vengono da fuori».
In questo senso – aggiungiamo noi – il ribaltamento presuppone non soltanto abolire del tutto i vantaggi fiscali per chi arriva dall’estero (cosa in gran parte già avvenuta con le modifiche al Decreto crescita, nel 2023), ma premiare fiscalmente chi investe sul talento italiano, invertendo completamente la logica degli incentivi..
«C’è poi una questione strutturale legata alla riorganizzazione degli stadi e bisogna dare un’accelerata forte per risolverla. Si può parlare anche di riformare i campionati, di redistribuzione delle risorse e di diritti televisivi, però più in generale secondo me c’è un problema di tutela dei talenti.
Le squadre vanno bene, anche le nazionali, fino all’Under 19 – Under 21, poi fanno più fatica. Fanno più fatica perché poi i talenti non vengono messi nelle condizioni di esprimersi al meglio nei campionati maggiori. In qualche modo i talenti vanno difesi, tutelati, sostenuti, vanno protetti e questo è un percorso sportivo ma anche un percorso culturale. Poi ovviamente bisogna garantire a tutti i ragazzi l’accesso al calcio: è un tema che anche nel nostro territorio conosciamo bene».
Molti lamentano che i bambini non giocano più per strada, ma oggi le strade non sono più quelle di una volta. Cosa si può fare con i più giovani, come si può correggere lo stato delle cose a cominciare dai pulcini, dalle scuole in generale, dalle scuole calcio e poi via via dai settori giovanili?
«Bisogna fare in modo che nella scuola dell’obbligo l’accesso al calcio e allo sport in generale venga vissuto come un diritto. Le scuole calcio devono essere accessibili anche alle classi sociali meno abbienti. Questo consentirebbe anche a chi magari non sogna il pallone di cominciare a crearsi un immaginario e di potersi esprimere sul campo. Sappiamo quanto è importante il valore sociale dello sport in contesti complicati. Allora questa è una bellissima domanda che interroga anche e soprattutto i comuni, i quartieri, i luoghi di accesso sociale allo sport».
Cosa si può fare concretamente a questo livello?
«Un lavoro importantissimo per ribadire che lo sport è un diritto, per trovare fondi anche con collaborazioni pubblico-privato per reperire gli spazi. Bisogna garantire a tutti i bambini che vogliono giocare la possibilità di farlo anche attraverso dei progetti, per esempio, che consentano a tutti di avere una visita medico-sportiva di buon livello, che spesso è l’unica visita medica che i bambini fanno, non essendoci più quella scolastica. Serve ad accertare l’idoneità sportiva, ma è anche uno screening preventivo di forte impatto socio-sanitario.
Più in generale bisogna ripartire anche dall’immaginario, cioè da come raccontiamo lo sport e da come lo facciamo sognare, in particolare la maglia azzurra ai più piccoli. Esattamente ciò che non è stato possibile fare con le ultime generazioni di bambini»..
Possiamo imparare qualcosa da alcuni paesi stranieri, almeno da quelli per certi versi più simili o paragonabili all’Italia?
«Inghilterra, Francia e Spagna hanno regole e numeri diversi, soprattutto Inghilterra e Spagna dove hanno trovato forme di partecipazione dei tifosi nel progetto dei club (in Spagna proprio i club maggiori sono associazioni governate democraticamente dai tifosi – Ndr).
Però io ti rispondo con la Norvegia, che ha poco più della metà della popolazione della Lombardia, ma va ai Mondiali con merito, con una squadra forte che secondo me può arrivare ai quarti, perfino a prescindere da Erling Haaland. Ma la Norvegia è un paese dove tutti i bambini affiancano all’attività scolastica quella sportiva e questo consente di non disperdere talento.
Si tratta di una situazione di welfare state, di infrastruttura completamente diversa dalla nostra. Però, forse, bisognerebbe prendere qualche spunto da questi casi virtuosi, perché ai Mondiali vanno nazioni che sono infinitamente più piccole e meno rilevanti nella storia del calcio rispetto a noi. Ci vanno perché hanno progetti, hanno idee mentre noi brancoliamo in una situazione confusa dove si fatica a riconoscere obiettivi e strategie».
C’è poi il paradosso degli stranieri. L’unico campo – alla lettera – dove l’immigrato non fa paura è quello di calcio. Però ci sono squadre italiane che quasi non hanno giocatori italiani, vedi il pur bellissimo Como. In compenso lo ius soli rivela la sua bontà sul piano umano e dell’integrazione proprio nello sport. E anche nel calcio ci coccoliamo volentieri i nostri Kean, Ekhator, Fini, Koleosho…
«Basta guardare le nazionali di pallavolo, come sono composte i cognomi delle nazionali, i campioni del mondo maschili e femminili per capire che c’è un paese già oltre le leggi, più avanti. Io ricordo Mario Balotelli, che era il più grande talento del calcio mondiale quando aveva 18 anni: ebbene, non poté giocare le olimpiadi in Cina nel 2008 perché non aveva ancora i documenti, essendo figlio di genitori stranieri. Non li aveva e, pur essendo nato a Palermo, cresciuto tra Palermo e Brescia, pur parlando italiano e pensando italiano, non poteva rappresentare l’Italia.
Qualcosa sicuramente si è fatto in questo senso, però bisogna lavorare molto, molto di più su questi temi, per cui sicuramente lo ius soli sportivo può essere una soluzione. Però soprattutto serve far capire che ogni campo da calcio, ogni luogo in cui si fa sport, ogni luogo in cui c’è una rete sociale che cresce attraverso lo sport è un presidio di cittadinanza, per cui come tale va tutelato, a maggior ragione per i talenti che rischiamo di perdere».


