Affrontare in forma seriale le zone più profonde e controverse dell’animo umano – in particolare la dimensione religiosa – equivale, per autori e registi, a muoversi su un terreno ad alto coefficiente di rischio narrativo. Unchosen, la nuova miniserie Netflix di matrice britannica, accetta questa sfida collocandosi nel solco di quel social drama anglosassone capace di coniugare tensione diegetica e riflessione etica.
Un approccio che la piattaforma ha già valorizzato con titoli come Adolescence, costruito su un impianto realistico e documentale. Anche in questo caso, il concept affonda le radici in una problematica concreta dell’Inghilterra contemporanea post-Brexit: la proliferazione di comunità religiose anglicane isolate (oltre 2000), fondate su principi di integralismo e rifiuto della modernità. Un ecosistema chiuso, dove tecnologia, consumismo e cultura mainstream sono percepiti come elementi corruttivi.
Unchosen costruisce così un impianto thriller a forte densità psicologica, in cui il conflitto principale non è esterno ma interiore: desiderio, repressione e fuga diventano i veri motori narrativi. Ambientata nella “Confraternita del Divino”, la serie segue Rosie (Molly Windsor), figura femminile intrappolata in una dinamica patriarcale con il marito Adam (Asa Butterfield), mentre sullo sfondo si sviluppa la tensione con il fratello Isaac, portatore di una visione più laica.
L’evento scatenante – la scomparsa della piccola Grace durante un temporale – introduce una frattura nel sistema chiuso della comunità, amplificata dall’arrivo di Sam (Fra Fee), elemento destabilizzante che agisce come catalizzatore narrativo. Dal punto di vista registico, Jim Loach dimostra una solida padronanza del linguaggio visivo, ereditando – ma senza esserne schiacciato – il Dna autoriale paterno (il regista e attivista Ken). La sua mise-en-scène è sobria, quasi ascetica, ma costantemente attraversata da una tensione latente che si traduce in una critica sociale coerente.
La co-regia di Philippa Langdale nella seconda parte mantiene una continuità stilistica efficace, evitando fratture tonali. La sceneggiatura firmata da Julie Gearey evidenzia un buon equilibrio tra character development e plot progression, pur concedendosi alcune derive più romanzate rispetto a lavori recenti come la miniserie Baby Reindeer. Il risultato è un prodotto ibrido: meno crudo sul piano realistico, ma capace di intercettare un pubblico trasversale, dai fruitori più esigenti agli spettatori alla ricerca di un thriller emotivamente coinvolgente. Nel complesso, Unchosen conferma la vitalità del panorama britannico all’interno dell’ecosistema Netflix, soprattutto nella capacità di integrare analisi sociale e storytelling ad alta intensità.

