2 giugno di 80 anni fa «Un Paese distrutto, che ebbe la forza di rinascere»

In occasioni delle celebrazioni del 2 giugno, intervistiamo Barbara Bracco, professoressa di Storia contemporanea dell’Università Bicocca, che ci racconta il clima sociale, i passi istituzionali compiuti e il profilo politico dei protagonisti di ottanta anni fa
Discussioni dopo l'esito del referendum del 2 giugno del 1946.

di Stefano Ferri e Guglielmo Landi

 Professoressa, qual era il clima politico e sociale che portò al voto del 2 giugno 1946?

«Era un clima teso, preoccupato da una transizione bellica molto difficile. La convocazione per il referendum e l’assemblea costituente avviene dopo una lunga stagione in cui gli italiani avevano perso l’abitudine al libero dibattito e all’esercizio del voto. L’talia era un paese distrutto fisicamente, economicamente, politicamente, dove larghe fasce dellapopolazione facevano fatica  a mangiare. Un paese sconfitto, come verrà sancito dal Trattato di pace di Parigi del febbraio del ‘47, nonostante il ruolo della Resistenza e i tanti tentativi dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi di dare un profilo diverso all’Italia».

Quando è stata presa la decisione di indire il referendum istituzionale?

«Nel marzo del 1946 il governo De Gasperi decide che sarà il popolo, attraverso un referendum istituzionale, a scegliere quale, tra monarchia e repubblica, sarà la forma di governo della futura Italia. Consultazione a cui fu affiancata l’elezione di una Costituente, per scrivere la nuova Costituzione, visto che lo Statuto albertino, formulato nel 1848, si era rivelato assolutamente inadeguato alla tenuta democratica del paese».

Quale fu l’esito del voto?

Il 2 giugno 1946 votarono circa 25 milioni di persone dei 28 milioni aventi diritto, quindi l’89 percento: 12,7 milioni per la Repubblica, 10,7 per la Monarchia. Di queste persone, la maggioranza, circa un milione in più, furono donne, il cui diritto al voto fu sostenuto da molte associazioni femminili e accolto dal front antifascista».

Chi furono i protagonisti di questa rinascita democratica?

«Ci fu la felice presenza di tanti attori. In particolare i partiti che avevano fatto parte del Comitato di Liberazione Nazionale: da destra fino a sinistra, pur con presupposti ideologici e politici diversi, tutti concorsero alla rinascita del Paese. Senza quel patto costituente tra Democrazia Cristiana, socialisti, comunisti e i partiti più piccoli, come il Partito repubblicano e il Partito d’azione non ci sarebbe stata questa rinascita».

Come si svolsero i lavori?

«Una volta insediata, l’Assemblea Costituente svolse una funzione paragonabile a quella del Parlamento: elesse il Capo dello Stato Enrico De Nicola, diede la fiducia al governo, approvò procedimenti, i decreti, le leggi. Fu un lavoro immane quello dei 556 costituenti che nel contempo dovettero, in una complicata rete di commissioni e sottocommissioni, elaborare gli articoli della nuova Costituzione. Tra di loro ci furono anche le cosiddette madri costituenti, cioè le ventuno donne, nove provenienti dalla Democrazia Cristiana, nove dal Partito Comunista, due socialiste e una rappresentante dell’Uomo qualunque».

La prima volta delle italiane

“Una lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari”.
Anna Garofalo, giornalista (1903-1965)

Le parole della giornalista Anna Garofalo fotografano le emozioni di tante donne che nel 1946 si recarono al seggio elettorale per la prima volta. Giornalista antifascista di matrice laica e liberale, giovanissima si dedica alla cura dei soldati mutilati della Grande Guerra, come infermiera volontaria e collabora a Il Mondo di Giovanni Amendola. Conduce la trasmissione radiofonica Parole di una donna, voluta dalle forze alleate e andata in onda dal settembre 1944, per tre giorni alla settimana. La trasmissione diede voce a tutte le donne, madri, mogli, sorelle che, durante la guerra, attendevano il ritorno dei propri uomini e intanto mandavano avanti la famiglia. Il tema del suffragio ricoprì un posto centrale fin dalle prime puntate nella trasmissione così come si occupò di divorzio, di violenza sulle donne, di adulterio, di prostituzione, di disuguaglianza dei coniugi nel Codice civile, di dramma dei figli illegittimi, di sperequazione salariale e delle discriminazioni di genere sul lavoro.
Paola Blandi

Poco dopo l’elezione della Costituente entrò in vigore l’amnistia, come fu accolta?

«L’amnistia per i reati comuni, politici e militari avvenuti durante il periodo dell’occupazione nazifascista, voluta dal Ministro di Guerra e Giustizia, Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, entra in vigore il 22 giugno 1946 sotto il governo provvisorio De Gasperi, prima dell’insediamento dell’Assemblea Costituente, che avviene il 25 giugno. Il provvedimento fu pensato per favorire la pacificazione del Paese, ma ebbe un costo certamente molto alto in termini di trasparenza e giustizia.

Anche per questo non fu assolutamente popolare e divise le stesse forze di sinistra. Il mio invito però è a contestualizzare. Il Paese era in una fase delicatissima, in cui il vecchio regime istituzionale non era ancora del tutto morto e le istituzioni repubblicane non erano ancora solide. Era attraversato da spaccature figlie di 20 anni di dittatura e di una guerra disastrosa che aveva portato sul suolo nazionale eserciti stranieri, e dove una parte degli italiani, spesso dissimulando,

era ancora legata culturalmente, politicamente, emotivamente al vecchio regime. Un Paese diviso, che viveva nel caos dei profughi, truppe che si ritiravano, dove l’impunità era molto diffusa e si moriva in scontri tra fazioni diverse. A Napoli per esempio, all’indomani del referendum, ci furono dei morti negli scontri tra monarchici e la Polizia ausiliaria, messa in campo dal ministro Giuseppe Romita».

Molti funzionari della repubblica provenivano però dai ranghi dello Stato fascista.

«Certamente, l’amnistia consente agli apparati dello Stato, anche a quelli che erano stati conniventi, di rimanere al loro posto. Ma bisogna tenere conto che tutti gli Stati, quando passano a una nuova forma istituzionale, hanno bisogno di figure che garantiscano una continuità amministrativa. I militari, il prefetto e il questore, per esempio, sono detentori di conoscenze preziosissime per l’ordine pubblico e la sicurezza. Rinunciarvi per un nuovo Stato può essere fatale».

Eppure alla Liberazione, in soli 3 anni, si completò il processo democratico. Come fu possibile?

«Quella era una generazione che aveva tra le proprie fila persone che avevano fatto la lotta clandestina e la guerra. Moltissimi avevano fatto anche la Prima Guerra Mondiale. E non erano uomini e donne necessariamente provenienti da un’élite intellettuale o sociale. Giuseppe Romita, per esempio, ministro dell’Interno, veniva da una famiglia di contadini, si laurea con grande sacrificio e si alimenta costantemente di letture e studi. Era una classe di dirigenti, questo vale per tutti, anche per la destra, che aveva un bagaglio comune di carattere post risorgimentale, in cui la politica era intesa come una forma di pedagogia delle masse. Anche la formazione culturale era comune, nonostante divergenze politiche ideologiche fortissime: tutti avevano letto Carducci o conoscevano Dante. Questo, unito alla gravità del momento, spinse tutti a riscoprire la politica essenzialmente come servizio a favore del Paese e dello Stato. E questo ha fatto la differenza».


Le tappe della rinascita

La nascita della Repubblica Italiana è una delle storie di ricostruzione politica e sociale più straordinarie del Novecento. Da un Paese in macerie, dopo vent’anni di dittatura fascista e una guerra civile devastante, si scrive una delle carte costituzionali più progressiste, bilanciate e moderne del mondo. Ecco le tappe fondamentali di questo viaggio.

Agosto 1943, la Galleria Vittorio Emanuele II gravemente danneggiata dai bombardamenti americani.

25 aprile ‘45, il punto di partenza

Con la Liberazione e la fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia è libera ma divisa: al Nord l’esperienza della Resistenza partigiana, al Sud una transizione sotto l’amministrazione alleata. A guidare il Paese sono i partiti del Cln (Comitato di Liberazione Nazionale), una coalizione eterogenea unita dall’antifascismo, composta da comunisti, socialisti, democristiani, liberali e azionisti.

2 giugno ‘46, la grande svolta

Si vota per la prima volta a suffragio universale il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica e per l’Assemblea Costituente, l’affluenza sfiora il 90%. Prima volta al voto anche per le donne. I risultati sanciscono la vittoria della Repubblica, con circa 12,7 milioni di voti contro i 10,7 milioni per la monarchia, e il conseguente esilio dell’ultimo re, Umberto II.

1º gennaio ‘48, entra in vigore la Costituzione

Dopo mesi di accesi dibattiti e votazioni articolo per articolo, i 556 deputati eletti approvano la Costituzione. ll 27 dicembre del ’47 viene promulgata dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola ed entra in vigore il 1° gennaio del ’48. I contributi fondamentali alla sua redazione provengono dalle tre grandi famiglie politiche italiane: la Democrazia Cristiana, porta la dignità della persona, la tutela della famiglia, il principio di sussidiarietà e l’importanza delle formazioni sociali; i Socialisti e Comunisti, la centralità del lavoro, l’uguaglianza sostanziale, la rimozione degli ostacoli economici e sociali; i Liberali e Azionisti, la tutela dei diritti civili individuali, la netta separazione dei poteri e un sistema di pesi e contrappesi istituzionali per evitare per nuove derive autoritarie. Prima di entrare in vigore la Carta è sottoposta a un attento lavoro di revisione letteraria, per garantire uno stile chiaro, elegante e comprensibile a tutti i cittadini.

18 aprile ‘48, le elezioni politiche

Si svolgono le prime elezioni politiche. Votano quasi 27 milioni di persone, il 92,23 percento degli aventi diritto. Vince la Democrazia Cristiana con oltre il 48,5 percento dei voti, il Fronte popolare, composto da comunisti e socialisti, si ferma al 30,9 percento.

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