Speciale 25 Aprile de il SUD Milano

il SUD Milano celebra il 25 Aprile con due storie vere di coraggio e identità italiana
Riunione di redazione de il SUD Milano: il direttore Stefano Ferri e una dozzina di giornalisti, nella sede del Centro Culturale Conca Fallata Circolo Arci di via Barrili 21, discutono: come celebriamo quest’anno il 25 aprile cercando come sempre, e ogni volta in maniera diversa, di evitare un approccio puramente rituale? Raduniamo le idee, discutiamo, ciascuno dice la sua.
Le storie dimenticate di Primo Savarè e Mario Bonacchi, due italiani che dissero NO
E fra le proposte che vengono fuori dal piccolo gruppo scopriamo con sorpresa due storie nascoste, diverse ma unite dal ricordo della tragedia che grava sullo sfondo di entrambe. Le vicende di due italiani, Primo Savarè e Mario Bonacchi, che come migliaia di giovani italiani dovettero prendere una decisione e vivere, ciascuno a modo suo, lo sfascio seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943. Assumendosi tutta la responsabilità personale di un NO a comandi sciagurati e al disastro di un popolo lasciato allo sbando.
Nipote e figlia raccontano: la Resistenza silenziosa dei due italiani dopo l’armistizio
Primo e Mario sopravvissero grazie alla loro tenacia e al desiderio di creare una nuova Patria. Marco, nipote di Primo, e Isa, figlia di Mario, entrambi nella redazione de il SUD Milano, con gratitudine e commozione ne raccontano le storie ai nostri lettori.

MARIO BONACCHI, classe 1917.
Dopo la ritirata di Russia, a Lucca diventò capo della formazione partigiana che, cacciando i nazisti, sventò il bombardamento alleato. Una storia emblematica di tantissime altre che hanno fatto l’Italia libera.
Leggi l’articolo qui: Dalla sacca del Don al salvataggio di Lucca
PRIMO SAVARÈ, classe 1907.
La dolorosa odissea, durata
due anni e mezzo, di un soldato radiotelegrafista lasciato allo sbando con i suoi commilitoni sull’isola di Rodi. Dai lavori forzati nei campi tedeschi, ai paesi balcani fino all’Austria.
Tra fughe, fame, tremende malattie e il rischio della fucilazione.
Leggi l’articolo qui: Internato, militare, italiano. L’altra faccia della Resistenza

Bastò uno sciopero per morire a Mauthausen

Vera Paggi, Lorenza Pleuteri
E poi torno anch’io
La storia di cinque operai deportati a Mauthausen
Mimesis Edizioni, 2026
258 pp, 18 euro – con podcast
Presentazioni:
– 15 aprile, ore 17,30 Casa della Memoria
via F. Confalonieri 14, organizzata dall’ANED
– 29 aprile, ore 21,
Arci Bellezza, via G. Bellezza 16/A,
organizzata dal PD
“Ragazze, non fatevi male da sole”, avvertì bonariamente il commissario capo Franco Barone all’ispezione della cartiera Cini in via Arnolfo, a Firenze, dove il 7 marzo 1944 gli operai avevano incrociato le braccia, allineandosi allo sciopero generale nelle fabbriche del Nord. O meglio: gli operai avevano seguito l’esempio delle loro compagne, esaurite da una guerra bastarda e da una vita di stenti.
Ne furono portate via 72, più cinque uomini, Bruno Anichini, Cesare Mori, Guido Cambi, Tommaso Ciullini, Carlo Lumini, scelti in base a un criterio di desolante banalità. Le donne furono rilasciate, i cinque uomini arrestati, deportati a Mauthausen e, nonostante la rassicurazione di uno di loro alla moglie disperata – “E poi torno anch’io” – non tornarono più.
Ancora una volta Vera Paggi, già giornalista Rai, qui insieme a Lorenza Pleuteri, 25 anni a Repubblica, mostra l’importanza di un giornalismo vero, lucido nei contenuti e di lettura agile, con l’occhio costantemente rivolto agli esseri umani.
La lunga e capillare ricerca di documenti storici, archivi, biblioteche, addirittura parrocchie, e le testimonianze di familiari che hanno mantenuto viva la memoria dolorosa, ha nutrito un libro di Storia – con la maiuscola – raccontata con rigore ma che si legge come un romanzo ed è tracciato, in modo profondo, addirittura solenne, dalle storie di cinque operai. Brave persone, con le loro passioni, le piccole manie – la Moto Guzzi per Guido Cambi, le scarpe lucidissime di Cesare Mori – la vita semplice di chi si contenta di poco.
E ancora oggi fa male scoprire di nuovo la banalità del male, la pochezza morale di chi li prelevò e decise la loro sorte con l’ottusa obbedienza e la insipiente superficialità di chi aspira soltanto alla propria carriera. Come pure l’incapacità di fare giustizia come accadde al magistrato Gian Paolo Meucci. Il commissario Barone fu assolto perché aveva obbedito a un ordine superiore – art. 51 del Codice penale – morì nel 1965.
Oggi cinque pietre d’inciampo sui marciapiedi di Firenze ricordano i cinque operai. Nel libro, un cammeo ricorda il giovane ragioniere ebreo Goffredo Paggi, tradito, deportato e ucciso, a cui Vera Paggi ha già dedicato La Breve estate. Storia di Goffredo che nessuno potè salvare (ed. Panozzo, 2023).
Isa Bonacchi
