Speciale 25 Aprile de il SUD Milano

PRIMO SAVARÈ, classe 1907. La dolorosa odissea, durata due anni e mezzo, di un soldato radiotelegrafista lasciato allo sbando con i suoi commilitoni sull’isola di Rodi. Dai lavori forzati nei campi tedeschi, ai paesi balcani fino all’Austria. Tra fughe, fame, tremende malattie e il rischio della fucilazione.
Primo Savarè è stato uno dei circa 800 mila soldati italiani che, nei giorni seguenti l’armistizio siglato l’8 settembre 1943, posto di fronte all’ultimatum se arruolarsi nell’esercito nazista o diventarne prigioniero, scelse la seconda via. Una via crucis di sofferenze inflitte deliberatamente dall’esercito tedesco, spesso, con spirito di vendetta verso l’ex alleato, considerato un traditore.

Non a caso ai nostri soldati fu assegnato uno status sui generis, quello di Internati Militari Italiani (IMI), allo scopo di aggirare le garanzie delle convenzioni di Ginevra. Malnutriti e malvestiti, furono avviati al lavoro coatto nelle principali industrie tedesche (bellica, pesante e mineraria), subendo trattamenti durissimi. La stima di coloro che non fecero più ritorno alle proprie case oscilla tra i 35 e i 50 mila uomini.
Alla guerra, poi allo sbando
Il 15 febbraio 1943, a 35 anni, Primo viene richiamato alle armi, costretto ad allontanarsi dalla propria famiglia (la moglie e una figlia di 6 anni) e a lasciare il lavoro di magazziniere alla ditta Brioschi di Rogoredo.
Dopo un breve periodo di addestramento presso la scuola radiotelegrafisti di Stolpmunde, nella Polonia occupata dai tedeschi, viene inviato nell’isola di Rodi e assegnato al “Centralino Comunicazioni” del Comando di difesa ubicato al Castello.
Dalle lettere che scrive a casa in quei primi giorni, trapela uno stato d’animo sereno e fiducioso: l’isola è bella e soleggiata e la gente del luogo non mostra particolare ostilità verso gli occupanti. La situazione, però, muta radicalmente dopo l’8 settembre: la totale mancanza di direttive chiare spiazza il comando e i soldati.
Nonostante la netta superiorità numerica, i reparti italiani abbandonano le armi e si consegnano all’esercito tedesco. Dopo alcuni mesi di permanenza nel campo di raccolta di Amatria, nei primi giorni del febbraio 1944, i prigionieri italiani sono trasferiti in Serbia dove, facendo la spola tra i campi di Jagodina e Dunis, vengono impiegati in pesanti lavori fisici per ripristinare la linea ferroviaria danneggiata dai bombardamenti alleati.
Primo si ferisce in modo serio ad un piede. L’infezione, giorno dopo giorno, risale inesorabilmente lungo la gamba. L’amputazione appare, ormai, l’ultima sbrigativa possibilità per rimanere in vita. Il medico del campo, presosi a cuore la vicenda di quell’uomo mite che non perde mai la “bussola”, opta per un ultimo disperato tentativo di cura che fortunatamente va a buon fine: l’arto è salvo.
Verso la fine del ’44, il precipitare delle sorti belliche costringe l’esercito tedesco a risalire la penisola balcanica: Belgrado, Berg, e quindi Vienna, dove i prigionieri vengono sistemati al Prater.
Ai primi di aprile del ’45, con il fronte russo sempre più vicino e l’esercito tedesco ormai allo sbando, Primo, approfittando della confusione venutasi a creare durante un bombardamento aereo, si dà alla fuga. Sbandato, vaga per giorni mangiando bucce di patate raccolte lungo il corso del Danubio. Trova, quindi, rifugio presso un circo equestre dove bada agli animali ottenendo in cambio qualcosa da mettere sotto i denti.
Nonostante la guerra sia ormai agli sgoccioli, rimanere in vita è una scommessa quotidiana: fermato dai russi e scambiato per un tedesco viene “messo al muro” per essere fucilato. Quando la sua sorte sembra ormai segnata, un ultimo urlo disperato “Italiano, Italiano!” fa abbassare l’arma del soldato.

Primo rivede i propri cari la mattina del 31 agosto del 1945, al termine di un calvario durato oltre due anni e mezzo che lo ha ridotto “pelle ed ossa”, e affetto da tubercolosi. Il medico che lo visita non dà molte speranze a mia nonna Zita: “Sciura, quell’òm chì campa poc”. Eppure, Primo, passando da un sanatorio all’altro, si rimette in piedi sorretto dalla fede che lo aveva portato durante la prigionia a formulare un voto: se fosse riuscito a riportare a casa la pelle sarebbe andato a Messa tutte le domeniche della sua vita.
E così è stato.
Un tesoro in eredità
Primo se n’è andato il 15 agosto del 1998, lasciando a noi nipoti un grande tesoro: una scatola di legno contenente cimeli, documenti e ricordi di guerra (un taccuino compilato a mano, numerose lettere spedite ai familiari, foto e tanto altro).
Una testimonianza dal duplice valore: storico, in quanto ci ha permesso di approfondire la vicenda, poco conosciuta, degli Internati militari Italiani che con il loro sacrificio hanno dato un importante contributo alla resistenza dalla dittatura nazifascista; umano, perché rappresenta, ancora oggi, un grande insegnamento su come affrontare le difficoltà della vita, anche le più ardue e tragiche, con dignità, coraggio e senza abbandonare mai la speranza.
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