Dalla sacca del Don al salvataggio di Lucca

MARIO BONACCHI, classe 1917. Dopo la ritirata di Russia, nella città toscana diventò capo della formazione partigiana che, cacciando i nazisti, sventò il bombardamento alleato. Una storia emblematica di tantissime altre che hanno fatto l’Italia libera.

Speciale 25 Aprile de il SUD Milano

MARIO, classe 1917. Dopo la ritirata di Russia, nella città toscana diventò capo della formazione partigiana che, cacciando i nazisti, sventò il bombardamento alleato. Una storia emblematica di tantissime altre che hanno fatto l’Italia libera.

Mario Bonacchi

Alle prime cannonate improvvise da un orizzonte di tenebre, il 15 febbraio 1943, alle ore 3 del mattino, Mario si gettò giù dal camion, alla testa del convoglio di circa 2mila militari italiani e tedeschi, sulla steppa gelata, agghiacciato da esplosioni, urla, crepitii di mitragliatrici. Strisciò dove gli sembrò di intuire un riparo, una fascina di sterpaglia e lì sotto giacque immobile: “Guardavo le stelle, ero sicuro di morire”.

Ventisei anni, era ufficiale di complemento su un mezzo dell’ARMIR con la Terza divisione alpina Julia, a Rossosh, sul Don, sede del Comando di Corpo d’armata con il gen. Gabriele Nasci. L’attacco arrivava dalla Terza armata corazzata sovietica. Nonostante un coraggioso contrattacco degli alpini, Rossosh cadde il 16 gennaio.

Anche molti anni dopo, non ci fu verso di fargli raccontare più niente perché subito si copriva il viso con le mani e singhiozzava. Una volta disse soltanto che quando tutto fu finito quelli ancora vivi – italiani e tedeschi – avevano cercato di orientarsi, si erano messi in marcia verso ovest ma “cadevano come mosche per il gelo, meno 30 gradi, e per chi cadeva non si poteva fare niente”.

Soldati italiani e tedeschi, ancora alleati, in rotta nella steppa nel febbraio 1943 dopo l’improvviso assalto dell’armata russa nella “sacca” sul fiume Don. La foto fu scattata dal tenente di artiglieria alpina Aldo Devoto (fonte: Associazione nazionale alpini).

Tornò fortunosamente dopo molti chilometri a piedi – dita e talloni congelati negli scarponi troppo leggeri – e, incredibilmente, anche galoppando a pelo su un cavallo sbandato. Ma nella casa di Lucca trovò solo la madre – il padre morto alla sua partenza, il fratello Bruno, sottotenenente dei Bersaglieri Ciclisti, non si sapeva dove fosse – .

Seppe con estremo dolore del cugino caduto in Grecia e quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, arrivò il foglio che gli intimava di presentarsi in caserma, lo restituì al mittente con un NO in stampatello e con ancora maggiore convinzione si unì ai partigiani.

Soltanto dopo seppe che l’8 settembre il fratello Bruno era stato l’unico del suo reggimento in Sardegna a raggiungere gli alleati in Sicilia, da dove aveva risalito la Penisola combattendo fino a partecipare alla battaglia di Montecassino. La comune scelta antifascista dei due fratelli non poteva essere un caso. Da prima della guerra, in casa si pensava a una repubblica.

La banda Bonacchi

Mario entrò in clandestinità: si iscrisse tra i primi alla formazione V.A.I. (Volontari Armati d’Italia) cominciando a operare di nascosto in varie località di Liguria e Toscana. In totale accordo con Vannuccio Vanni “Alfredo”, Commissario politico del CLN, creò il Gruppo partigiani di Sant’Anna, operandosi poi per collegarlo agli altri del territorio, dentro e fuori la città, in un’unica formazione, forte di 231 uomini e dotata di vari armamenti sottratti con spericolate incursioni all’esercito, alla polizia e ai tedeschi. Deposito e nascondiglio: le tombe nel cimitero di Sant’Anna.

Gli atti che riportano le azioni della formazione, estremamente dettagliati, sono custoditi presso l’Istituto Storico della Resistenza di Lucca e oggetto di studi specializzati. Il 29 giugno 1944, quando il comandante della formazione Roberto Bartolozzi venne massacrato a morte dai fascisti, Mario, su richiesta di Vannuccio Vanni accettò di prenderne il posto come capo formazione, organizzandola in squadre e plotoni per un migliore coordinamento. Non volle nomi di battaglia, la chiamò banda Bonacchi. Che diventò il braccio armato del CLN.

Salvati dalla fucilazione

Sangue freddo ne aveva da vendere. Quando si seppe che tre compagni arrestati erano in attesa di fucilazione nel carcere di San Giorgio, il 24 agosto 1944 Mario, travestito da milite della brigata nera fascista, si presentò alla prigione con finti documenti, un falso atto di scarcerazione e un’autorevolezza che incuteva timore: entrò nel carcere, si qualificò, depositò la pistola, fu introdotto negli uffici (“Man mano che procedevo sentivo i cancelli che si chiudevano alle mie spalle”, raccontò), gli furono consegnati i tre prigionieri terrorizzati. E, una volta fuori, via tutti insieme in bicicletta nelle campagne.

Comandante della brigata nera era Idreno Utimperger: ex Marcia su Roma, odiato per la ferocia, seguace ad oltranza del duce fino a condividerne il destino sul lungolago di Dongo e in piazzale Loreto.

Il piano per liberare la città

La tattica era l’attesa vigile degli alleati: evitare gli assalti occasionali a nazisti e fascisti e le seguenti inutili rappresaglie; occupazione “invisibile” della città e delle zone limitrofe nella massima segretezza ma con un efficace sistema di collegamenti tra le squadre.

Da Pisa, gli americani si stavano avvicinando, e c’era il concreto timore che, per snidare i tedeschi, bombardassero Lucca, scrigno medievale di tesori d’arte. I partigiani formarono due gruppi pronti a operare all’unisono contando sull’effetto sorpresa: il primo doveva impossessarsi del centro e neutralizzare gli ultimi tedeschi asserragliati; l’altro, agli ordini di Mario, si diresse verso il canale Ozzeri e alla linea di fuoco tedesca per aiutare un drappello di volontari ad attraversare il Ponte dei Frati a Pontetetto. Obiettivo: avvisare il Comando alleato che nella notte fra il 3 e il 4 settembre la città sarebbe stata occupata dalle squadre d’azione cittadine.

Piazza Anfiteatro nel centro storico di Lucca, salvato dal bombardamento alleato grazie ai partigiani della Brigata Bonacchi.

Il piano riuscì. Coperti dal fuoco dei compagni, quattro coraggiosi attraversarono il canale e consegnarono il messaggio al col. Raymond Sherman, comandante del 370° Combat Team Usa. Il 5 settembre gli americani entrarono a Lucca liberata. Un cippo a Pontetetto riporta i nomi degli eroi: Guglielmo Bini, Giuseppe Lenzi, Adelmo Mencacci e Alfonso Pardini.

Come più volte ricordò Mario, “a Lucca furono soltanto poco più di 200 gli uomini che, senza nessun aiuto degli alleati, attaccarono i tedeschi e occuparono la città prima dell’arrivo degli americani, senza danni alla popolazione”.

Nel 1956, in una lettera al politico e sindacalista lucchese Arturo Pacini, Mario attribuì il successo all’intero movimento partigiano lucchese, “risultato di un’azione combinata di tutti i partiti facenti capo al CLN cittadino”, ricordando che l’organizzazione partigiana di cui era stato a capo riuniva elementi di diversa ideologia politica e agiva alle dirette dipendenze del Comitato Militare composto dai rappresentanti di tutti i partiti.

Benemerenze
di Mario Bonacchi

Distintivo di onore per le ferite riportate sul fronte russo

Medaglia di benemerenza per i volontari della Seconda guerra mondiale

Distintivo della guerra di liberazione per il 1944

Croce al merito di guerra

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