La scuola primaria di via De Nicola si rinnova: è nata “L’Isola che c’è”

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Scuole di periferia – La sfida al cambiamento. La rivoluzione degli spazi scolastici, sempre più accoglienti, colorati e flessibili, favorisce l’accoglimento, la crescita e il benessere di tutti

di Francesca Mochi e Claudio Calerio

Siamo nel cuore verde del quartiere Sant’Ambrogio II, nella coloratissima piazza che i bambini percorrono seguendo un allegro “serpentone” che li conduce all’ingresso della scuola primaria di via De Nicola 2. È la piazza aperta, simbolo di sicurezza e accoglimento, inaugurata da un anno, che ci anticipa lo spirito innovativo che aleggia all’interno della scuola. Sull’atrio ci accoglie Milca Fiorella Granese, dirigente dell’Istituto Comprensivo Sant’Ambrogio, insieme ad alcune docenti per portarci a visitare “L’Isola che c’è”: un nuovo spazio educativo con arredi in legno in cui i bambini possono muoversi liberamente secondo i loro tempi e in piena sicurezza.

A sinistra la dirigente scolastica Milca Fiorella Granese, insieme a un gruppo di insegnanti.

Al primo piano, al fondo di un corridoio arredato, si spalanca uno spazio dalle ampie vetrate e attrezzato con grandi cubi in legno su cui giocano alcuni bambini. «“L’Isola che c’è” è un luogo pensato per essere versatile – ci spiega la dirigente Granese – e accogliere varie strategie di insegnamento e apprendimento. È uno spazio accessibile a tutti i bambini, particolarmente a quelli che, con diverse sfumature di disabilità, hanno bisogno di momenti in cui uscire dall’aula per poter decomprimere, trovare il silenzio in uno spazio adeguato dove l’insegnante di sostegno li porta a svolgere un’attività adatta al momento. Altri, che fanno fatica a gestire le emozioni, come la rabbia o l’impulsività, possono andarci con qualche compagno per fare un’attività in un ambiente che li faccia sentire più accolti, più protetti, per esempio da rumori o da stimoli visivi. È uno spazio comunque in cui possono andare tutti, solo in piccoli gruppi per non perderne l’essenza».

Proseguendo la visita, ci accorgiamo che il sentimento che aleggia ne “L’Isola che c’è” si trasmette lungo il corridoio fino a tutte le aule e i laboratori del plesso, siano esse di Stem (materie scientifico-tecnologiche), inglese, musica. Aule ampie e luminose, colorate, in cui si percepisce armonia e serenità.

Come è organizzata la scuola?

«Il nostro è un istituto articolato su più sedi: una scuola dell’infanzia, tre scuole primarie e una secondaria di primo grado. Questa struttura verticale favorisce la collaborazione e il tutoraggio tra la secondaria e la primaria, consentendoci forme di prestito professionale: docenti della secondaria svolgono attività nella primaria, ad esempio di musica, motoria e tecnologia, portando competenze specifiche».

L’Isola che c’è“. Gli arredi di design in legno a misura di bambino.

Qual è il contesto sociale del territorio?

«La scuola riflette la realtà del quartiere: molte famiglie vivono in case Aler e affrontano situazioni di fragilità economica e sociale. Diversi alunni provengono da famiglie non italofone, ma sono nati e cresciuti in Italia. Inoltre, il quartiere è piuttosto anziano e non produce popolazione scolastica. Operando in questo contesto la nostra idea è di offrire una scuola accogliente e aperta, che funzioni come ascensore sociale, rimuovendo gli ostacoli che possono condizionare il futuro dei bambini, offrendo pari opportunità a tutti».

“L’Isola che c’è”. Cubi compostabile in legno a misura di bambino.

È un plesso che viene percepito come “la scuola degli stranieri”?

«Anche, ma in realtà è il plesso più ricco dal punto di vista della sperimentazione didattica. Qui tutti gli spazi sono pensati come luoghi di apprendimento. Alcune famiglie, soprattutto italiane, scelgono altre scuole per pregiudizi legati alla presenza di alunni stranieri e alla qualità dell’insegnamento. A questi timori rispondiamo con i fatti: una didattica personalizzata e basata su progetti. Le classi eterogenee, se ben gestite, permettono a ogni bambino di crescere secondo le proprie potenzialità».

Cosa significa “scuola aperta”?

«Noi collaboriamo con l’esterno, con il quartiere, con diverse associazioni come l’Impronta, la rete QB Barona e il progetto Scoop, insieme al Municipio 6 e al Comune di Milano, per prevenire la dispersione scolastica. Similmente, all’interno della scuola non abbiamo spazi di passaggio: anche i corridoi, gli atri,l’es terno sono luoghi di apprendimento grazie a spazi flessibili e inclusivi che ci permettono di adottare metodologie attive. Di conseguenza, ambienti curati e belli favoriscono negli alunni rispetto e senso di appartenenza riducendo i fenomeni di inciviltà. Anche nel quartiere la scuola è sentita un po’ come un luogo sacro, talché non abbiamo avuto casi di furto o vandalismo».

Lezione in sala STEM con piano multimediale

Lavorare qui richiede un impegno particolare?

«Sì, un impegno elevato, spesso sostenuto più dalla motivazione personale che da riconoscimenti strutturati. Chi resta lo fa perché crede nel valore educativo e sociale del proprio lavoro. Riusciamo a gestire la complessità perché abbiamo una visione di lungo periodo che tiene insieme progettazione didattica, sostenibilità economica, formazione dei docenti e organizzazione degli spazi. Soffriamo tuttavia per una certa discontinuità dei progetti. Perché i finanziamenti non sempre tengono conto delle reali caratteristiche della scuola. Non solo, figure fondamentali come il mediatore culturale o lo psicologo non sono previste in modo stabile e le dobbiamo sostenere con risorse interne. I fondi del Pnrr, del Comune e dei bandi come Scuole Aperte ci hanno aiutato, ad esempio nel rinnovo degli arredi».

Lezione di geografia con i tablet messi a disposizione della scuola

I risultati però non mancano

«Assolutamente. Abbiamo studenti che proseguono con successo gli studi e che vengono a trovarci. Ragazze che studiano Medicina e che ritroviamo al San Paolo per un tirocinio. Per noi sono storie di riscatto che ci fanno andare avanti, sono fonte di motivazione. Perché rappresentano l’esito positivo di un lavoro centrato all’orientamento. Spesso le famiglie, italiane e non, conoscono poco la ricchezza del nostro sistema scolastico e tendono a scegliere scuole collegate a mestieri che già conoscono, parrucchiera, sarta. Con progetti mirati, per esempio in ambito Stem, cerchiamo di ampliare le opportunità di tutti, come anche di ridurre il divario di genere».

In biblioteca lezione di musica con l’accompagnamento di un pianoforte

Guardando al futuro, quali sono i prossimi appuntamenti importanti?

«Il 27 maggio si terrà il concerto di fine anno all’università Iulm, uno spazio di grande valore per i ragazzi. È un evento che coinvolge l’orchestra della scuola secondaria a indirizzo musicale e gli alunni di quinta primaria, che partecipano con il coro. Con il Piano Estate organizziamo laboratori e campus estivi. La scuola resterà sempre aperta con attività gratuite per le famiglie. È un modo per contrastare il rischio di isolamento dei ragazzi durante la chiusura scolastica»

In sintesi, che modello di scuola rappresentate?

«Una scuola che educa oltre l’orario scolastico, in rete con le istituzioni e il territorio, offrendo opportunità culturali, sportive e sociali, non solo agli studenti ma anche alle famiglie e ai cittadini.

Anche il corridoio non è un semplice luogo di passaggio

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