Al referendum del 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati a esprimersi non sulla giustizia e su i problemi che l’affliggono, ma se condividono una riforma costituzionale che limita l’indipendenza della magistratura e mina l’equilibrio tra i poteri dello Stato
Le dichiarazioni di questi ultimi mesi della presidente del Consiglio non lasciano dubbi sul vero intento della riforma costituzionale su cui gli italiani sono chiamati a votare il 22 e 23 marzo prossimi: l’obiettivo è controllare l’azione della magistratura. Le prese di posizione di personalità di spicco del centrodestra, sin dall’ottobre del 2025, data dell’approvazione in Parlamento della riforma, sono state un crescendo di attacchi, prima sottovoce, poi in modo sempre più aggressivo. Fino ad arrivare alle dichiarazioni che la presidente Meloni ha fatto dal palcoscenico del Teatro Franco Parenti, dove è arrivata ad affermare che pedofili, stupratori, immigrati e spacciatori rimarranno impuniti se vince il No.

L’inganno dell’efficienza
Da settimane sui media e in Parlamento si sono alzate le grida di battaglia contro i magistrati, accompagnate da assicurazioni sulla maggiore efficienza che la riforma introdurrebbe. Una strategia argomentativa che, sfruttando surrettiziamente i reali problemi della giustizia italiana (qui l’intervista alla Giudice Crugnola Per far funzionare la Giustizia non serve cambiare la Costituzione), fa il proprio interesse di parte ed evita di parlare delle limitazioni all’indipendenza della magistratura che verrebbero introdotte con la riforma.
Tra i più solerti interpreti di questa strategia, spicca ancora una volta la presidente del Consiglio che al Tg1, dopo l’approvazione in Parlamento, affermò senza mezzi termini che la riforma «era un’occasione storica per una giustizia più giusta e più efficiente». Tesi, questa, smentita da tutti i giuristi, anche da quelli favorevoli al Sì, addirittura dal ministro Nordio e dall’onorevole Bongiorno, durante i dibattiti alle Camere.
In realtà i veri e gravi problemi della giustizia italiana, come i processi interminabili, gli errori procedurali, i penitenziari affollati, la cronica mancanza di personale in magistratura come nelle forze dell’ordine, che incidono fortemente sulla vita e sui diritti di tutti gli italiani, non solo non riguardano il referendum, ma non sono stati minimamente trattati da questo Governo, in oltre tre anni di guida del Paese.
Anzi, i provvedimenti adottati sulla giustizia, visti anche i risultati, appaiono più mezzi di propaganda e generatori di confusione legislativa che strumenti di contrasto alla delinquenza. Al punto di far sorgere il sospetto che chi guida il Paese non abbia alcun interesse a risolverli, perché su questi temi fonda la propria retorica sicuritaria, colonna di una propaganda martellante.

L’insofferenza verso le leggi e lo strabordare della politica
Parallelamente, al grido “Lasciateci lavorare, siamo eletti dal popolo”, da anni viene alimentato un conflitto tra i poteri dello Stato – esecutivo e legislativo da una parte, giudiziario dall’altro –, che mina le fondamenta dell’ordinamento repubblicano nato dalla Resistenza e, più in generale, i valori della democrazia liberale. La separazione dei poteri dello Stato, dove nessuno è assoluto e ognuno è limite e controllo dell’altro, viene vissuto con fastidio, considerato un ostacolo e un capro espiatorio. Tutto questo, coerentemente e in comunione, con l’ideologia di potere e disprezzo delle regole che i governi di destra di tutto il mondo – da Trump a Milei, da Orban a Netanyahu – stanno conducendo ogni giorno, con l’obiettivo di distruggere il pur lacunoso ordine mondiale.
In caso di vittoria del Sì magistratura controllata dall’esecutivo
In questo quadro si colloca la riforma costituzionale voluta dal centrodestra sulla quale gli italiani sono chiamati a esprimersi. In caso di vittoria dei Sì, il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno e garante dell’autonomia, verrebbe “spacchettato” in due parti – una per i giudici e una per i procuratori – e la componente togata, individuata attraverso il sorteggio. Due cambiamenti della Carta che rendono più debole la rappresentanza dei magistrati all’interno dei due Csm perché, una volta rotta l’unità tra giudici e procuratori e depotenziata la rappresentanza attraverso il sorteggio, la politica avrebbe più peso nelle scelte riguardanti la selezione, le nomine, le carriere dei magistrati. Inoltre il Sì al referendum trasferisce il potere disciplinare all’Alta Corte di disciplina, dove rispetto all’attuale Csm viene ridotta la componente togata a favore di quella politica, aumentando ulteriormente il peso dell’esecutivo in decisioni come la sospensione e la radiazione di magistrati. Anche la separazione delle carriere di giudici e procuratori, presentata dai promotori del referendum come garanzia di terzietà, è in realtà una cortina fumogena. Nel 2024 solo lo 0,48% dei magistrati italiani è passato da una funzione all’altra. L’alta percentuale di assoluzioni nei tribunali italiani, cioè i casi in cui il giudice dà torto al procuratore, dimostrano che non c’è alcuna vicinanza pregiudiziale tra i due ruoli.
Cambia anche il ruolo del Pm
Nell’attuale ordinamento il Pm non deve per forza vincere, poiché si occupa anche di prove a discarico dell’imputato, condividendo con il giudice lo spirito dell’applicazione delle leggi e la ricerca della verità giuridica dei fatti. Con la separazione delle carriere, e con essa la separazione dei Csm, si rompe l’unità della cultura giuridica e si rischia di trasformare il Pm in un soggetto meno autonomo di fronte la politica, esclusivamente contrapposto alla difesa, il cui l’obiettivo è condannare. Un superpoliziotto forte con i deboli – gli imputati – e debole con i forti – l’esecutivo – che è il contrario della cultura giuridica italiana e occidentale, e di quanto ha bisogno il Paese.
