Per far funzionare la Giustizia non serve cambiare la Costituzione

Da maggiori investimenti a nuove assunzioni: la giudice Elena Riva Crugnola spiega quali sono le reali necessità di questo comparto, senza dover incidere sulla separazione dei poteri  

Da maggiori investimenti a nuove assunzioni: la giudice Elena Riva Crugnola spiega quali sono le reali necessità senza dover incidere sulla separazione dei poteri  e sulla Costituzione


Elena Riva Crugnola, giudice del Tribunale di Milano per oltre 40 anni (dal 1979 al 2021), durante la sua carriera ha lavorato sia in ambito penale che civile. Da ultimo è stata presidente della Sezione competente in materia societaria. Attualmente in pensione, è membro dell’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano, organismo spontaneo di cui fanno parte sia avvocati che magistrati, «che partecipa al dibattito giuridico, proponendo riflessioni,  proposte e strumenti operativi per migliorare la complessa macchina della giustizia italiana», spiega la dottoressa Crugnola.

Giudice Crugnola, parliamo allora di funzionamento della macchina della Giustizia. Il referendum costituzionale del prossimo 22 e 23 viene proposto agli elettori come un argine agli errori giudiziari, allo strapotere dei giudici, alle invasioni di campo tra i poteri dello Stato esecutivo e giudiziario. Lei che cosa pensa di questa impostazione?

«La separazione dei poteri e il loro controllo reciproco sono i principi fondamentali delle democrazie moderne e della nostra Costituzione. Nessun potere è senza limiti e questa è una garanzia non tanto per i magistrati ma per i cittadini, per tutelare i diritti di tutti, anche nei confronti dello Stato stesso».

(nella foto: Elena Riva Crugnola, ex-giudice del Tribunale di Milano e ora membro dell’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano.

«Gli errori giudiziari e il risarcimento per ingiusta detenzione sono temi importanti, purtroppo fisiologici in qualsiasi ordinamento ma il nostro sistema, se comparato con altri in cui le carriere di giudici e Pm sono separate, ha un tasso di errori giudiziari e di risarcimenti per ingiusta detenzione inferiore. I rimedi a questi fenomeni stanno nella disciplina processuale, senza alcuna evidenza che su di essi incida la separazione dei Pm dai giudici e tantomeno una diversa composizione del Consiglio superiore della magistratura»,

Come si dovrebbe invece intervenire sulla macchina della giustizia per renderla più efficiente, soprattutto rispetto alla lentezza dei procedimenti?

«Gli ambiti di intervento sono molti, e di certo la mancanza di personale è tra quelli che incidono di più sull’efficienza dei tribunali. Per esempio in questi ultimi anni, in attivazione del Pnrr, insieme ad alcuni significativi accorgimenti organizzativi, sono stati assunti a tempo determinato circa 12mila giovani laureati, che sono stati affiancati ai giudici e agli uffici serventi.

Questo ha portato a grandi miglioramenti: nel 2009, l’anno preso a riferimento per le rilevazioni, gli affari pendenti civili erano 5.700.000, nell’ultima rilevazione sono stati 2.869.000, mentre nel numero dei processi penali pendenti c’è stata una diminuzione del 35%. Purtroppo la stabilizzazione di queste professionalità sta procedendo molto lentamente e molti di questi giovani laureati, dopo essere stati formati, se ne sono andati per trovare altre occupazioni più stabili, con gravi ricadute sull’efficienza dei tribunali.

Le faccio altri due esempi. In Lombardia manca il 40% dei funzionari del personale amministrativo, un numero abnorme che rallenta tutto. Addirittura peggiore la situazione dei giudici di pace, figure importantissime per il funzionamento della Giustizia. In questo settore a Milano, tra giudici e personale amministrativo, manca circa il 70% del personale. Inutile dire che tutto questo genera ritardi enormi, sfiducia e danni gravi al tessuto economico, che potrebbero essere evitati con adeguati investimenti».

Un’ultima domanda più politica: secondo alcune posizioni le correnti attraverso le quali vengono eletti i membri togati hanno trasformato il Csm in un sistema di lottizzazione. È d’accordo con questa impostazione? 

«Senz’altro ci sono stati dei fenomeni di degenerazione, anche piuttosto radicati, ai quali la magistratura ha reagito in vari modi. Nel caso Palamara, certamente il più grave (accaduto nel 2019, quando Luca Palamara, ex magistrato ed ex membro del Csm, è stato accusato di corruzione e traffico di influenze illecite per aver pilotato nomine nelle procure e poi nel 2023 condannato per traffico di influenze – NdR.), i due colleghi del Csm che si sono incontrati con esponenti politici si sono dimessi e il dottor Luca Palamara è stato radiato dalla magistratura e poi condannato in tribunale.

Professionalmente sono stati tutti molto segnati da questo episodio. I politici che erano presenti a quegli incontri, non mi risulta invece abbiano avuto conseguenze rilevanti da questa vicenda. 

Oggi comunque, a seguito della riforma Cartabia, nel Csm la situazione è profondamente cambiata, sia per l’elezione dei membri togati sia per le nomine di procuratori e presidenti di tribunale, al punto che quasi tutte le nomine vengono adottate all’unanimità nella piena convergenza della parte togata con la laica. Tutto questo perché sono state introdotte regole più stringenti e altre ancora potrebbero essere adottate, senza ricorrere alla riforma costituzionale, che mina l’equilibrio tra i poteri dello Stato a favore dell’esecutivo, dividendo il Csm e rendendo più forte la componente politica».

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