“Messa in opera”: il libro che racconta le evoluzioni e le pulsioni di Milano

Gli oli di Marina Previtali e le voci di molti raccontano l’anima segreta della metropoli. Che appare anonima, ma nasconde energia vitale, slancio produttivo e vocazione umanitaria

Gli oli di Marina Previtali e le voci di molti raccontano l’anima segreta della metropoli. Che appare anonima, ma nasconde energia vitale, slancio produttivo e vocazione umanitaria

È da poco arrivato in libreria, per Silvana Editoriale, il volume di Marina Previtali Milano messa in opera, curato da Lorenzo Valentino, direttore della Galleria d’arte Previtali di Milano. Al centro del libro c’è lo sguardo di Marina Previtali, artista attiva dagli anni Ottanta e formatasi all’Accademia di Brera, che attraverso una selezione di dipinti a olio racconta Milano in tutta la sua complessità, restituendone l’anima più profonda e segreta.

Il progetto si arricchisce di 85 brevi saggi firmati da figure di spicco della vita culturale, economica e civile milanese: architetti, intellettuali, storici dell’arte, galleristi, giornalisti, poeti, filosofi, designer e musicisti. Una narrazione a più voci che intreccia arte, pensiero e memoria urbana, aneddoti, ricordi personali e riflessione critica, offrendo una lettura viva e stratificata che aiuta la città a interrogarsi. Pensieri alternativi e strumenti di cui Milano, come tante metropoli, ha bisogno, per cambiare veramente, per tornare a essere, senza nostalgie, quel laboratorio anomalo di modernità che è stata per lunghi tratti del secolo passato.

È Michela Mainini ad aprire la sezione delle testimonianze. Nelle sue parole rivive la storia del Bar Giamaica, locale simbolo di Brera, fondato nel 1911 dal nonno Carlo insieme alla sorella. Allora si chiamava Fiaschetteria Bottiglieria Ponte di Brera. Il nome attuale arrivò più tardi, ricorda Mainini, grazie a Giulio Confalonieri, musicologo e irriducibile giocatore di scopone.

Il volume si chiude con la voce del compositore Giovanni Verrando, sanremese classe 1965 e diplomato al Conservatorio G. Verdi di Milano. La sua riflessione attraversa il ruolo della città come spazio creativo. Milano, pur offrendo pochi luoghi istituzionali all’invenzione libera dal denaro, continua a generare incontri, a far emergere menti capaci di aprire interstizi culturali, spazi pubblici di formazione e iniziative che tengono viva la creatività.

In mezzo scorrono molte altre storie. C’è lo sguardo dell’architetta Clara Bona, che davanti alla trascuratezza di alcuni spazi urbani si chiede perché Milano non venga trattata come una casa comune e invoca una partecipazione più diretta dei cittadini nella sua cura. E poi le voci di Elisabetta Ponzoni, presidente della cooperativa Officina dell’Abitare; Claudio Longhi, direttore generale del Piccolo Teatro di Milano; Nicola Michele, comandante dei vigili del fuoco; Sandro Greblo, osservatore critico della gig economy; il pasticcere Giuseppe Gattullo; Luigi Rossi di Pane Quotidiano; Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale, e molti altri, che insieme compongono un ritratto corale della città.

Ne emerge il ritratto di una Milano “fredda dal cuore caldo”, dove la solitudine convive con un profondo desiderio di comunità. Una città in costante movimento, sospesa tra slancio produttivo e vocazione umanitaria, capace di adattarsi e reagire con pragmatismo. Dinamica e operosa, Milano impone però soglie economiche sempre più difficili da sostenere. L’aumento del costo della vita, a partire dall’abitare, si accompagna a fenomeni di microcriminalità urbana, che alimentano un senso diffuso di insicurezza. Abile nel reinventare continuamente i propri spazi, aperta all’accoglienza e al cambiamento, Milano è tuttavia attraversata da tensioni sociali ed emergenze irrisolte. Fino alle contraddizioni più recenti legate ai processi di rigenerazione urbana che, mentre ridisegnano interi quartieri, rischiano di accentuare disuguaglianze e fratture sociali.

La città prende forma attraverso uno sguardo insieme incantato e lucido. È proprio in questa sincerità e nella proposizione di idee e suggestioni per una Milano più vivibile, che il volume trova la sua forza.

Milano, nei dipinti di Marina Previtali, pulsa come un vortice di energia, ferro e cemento. È una città fatta di riflessi, luci serali e atmosfere sospese: architetture squarciate da pennellate nervose e dense. I colori esplodono, vivi e materici. La Torre Velasca, un cantiere, una veduta di CityLife, il Naviglio, il quartiere Ortica, le nuove torri dello skyline milanese. La osserva dall’alto, in prospettive aeree, si sofferma sui dettagli con meticolosa attenzione. Distese di tetti industriali, ponteggi, impalcature, cantieri, squarci obliqui di architetture verticali in cui non si ravvisa alcuna traccia dell’essere umano. Niente caos urbano, nessuna folla anonima senza volto. Solo un invito, forse, a ritrovare nel frammento la traccia di un’armonia nascosta. Il cuore più autentico e profondo della città, quello che ormai nessuno sa più vedere.

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