Se una Radio è Popolare è libera veramente

Si può visitare fino a domenica 25 gennaio la mostra fotografica sui 50 anni di Radio Popolare alla Fabbrica del vapore – Spazio Cisterne Vigilia di Natale, 24 dicembre 1975. Il documento assomiglia a un certificato di nascita, e in un certo senso lo è. Ma il bambino si chiama Radio Popolare e l’...

Si può visitare fino a domenica 25 gennaio la mostra fotografica sui 50 anni di Radio Popolare alla Fabbrica del vapore – Spazio Cisterne

Vigilia di Natale, 24 dicembre 1975. Il documento assomiglia a un certificato di nascita, e in un certo senso lo è. Ma il bambino si chiama Radio Popolare e l’ufficio non è l’anagrafe del Comune, è l’Ufficio Stampa del tribunale, quello preposto alla registrazioni delle testate giornalistiche. Padre-direttore il compianto Piero Scaramucci (1937 – 2019), principale ispiratore del progetto dell’emittente (lascerà e riprenderà a più riprese la direzione, facendo spola con la RAI). Cinquant’anni di storia che fino a domenica 25 gennaio sono raccontati in una ricca mostra fotografica alla Fabbrica del Vapore, curata da Giovanna Calvenzi, photo editor di chiara fama e vecchia amica della Radio.

A sinistra, ma pronta a dar voce a tutti

Schierata dichiaratamente a sinistra, fu però fin da subito quella radio libera veramente che libera la mente – come cantava Eugenio Finardi –, ovvero senza paura di intervistare e dare spazio alle opinoni più disparate, anche opposte, e senza padroni.
Il segreto del successo, con il senno di poi? Soprattutto la capacità di combinare professionalità e passione, genio creativo e spirito di servizio. Non a caso in 50 anni “Radiopop” è diventata la spina dorsale della cronaca milanese e insieme una inesauribile fucina di talenti, molti dei quali assurti a fama nazionale, dall’Alessandro Robecchi di “Piovono Pietre” ai tre della Gialappa’s Band che iniziarono qui a trasmettere i loro esilaranti doppiaggi delle telecronache di calcio. E poi Gino Vignati & Michele Mozzati, che dieci anni prima di Zelig, si scoprirono gemelli di firma in una trasmissione intitolata “Passati col rosso”, nel vecchio, piccolo studio di via Pasteur (che lo stesso Gino battezzò “Metrocubo”).

Il sostegno degli ascoltatori da un “abbonaggio” all’altro

Tanti anche i giornalisti cresciuti alla scuola di Radiopop, qualcuno passato ad altre carriere, come Paolo Maggioni, che oggi conduce la Nuova Domenica Sportiva su Rai 2; altri rimasti a presidiare l’emittente in cui hanno imparato la professione, sopra a tutti Lorenza Ghidini, prima donna al timone della radio, direttrice responsabile dal marzo del 2024 (link: www.ilsudmilano.it/2024/03/07/intervista-a-lorenza-ghidini-prima/). Innumerevoli le dirette memorabili, su avvenimenti tragici o festosi, mobilitazioni politiche, manifestazioni sindacali e antifasciste, risposte ad atti terroristici.

Dove c’è un fatto rilevante c’è Radio Popolare: a Milano ci siamo abituati così, quasi viziati. Tanto che ogni anno durante gli “abbonaggi” (le campagne di abbonamento) i colleghi della radio hanno il loro da fare a spiegare ai pur affezionati ascoltatori che mantenerla richiede fondi, perché le antenne non trasmettono per grazia divina. Ma alla fine le sottoscrizioni sono sempre arrivate.

A spasso nel tempo fra testi e fotografie

La mostra, allestita su due piani, è introdotta dai bellissimi, grandi ritratti dei tecnici, fonici, giornalisti e conduttori firmati da Laila Pozzo (“Lavoratori e lavoratrici di Radio Popolare”). Prosegue con le foto, nei 50 anni di storia, scattate da decine di fotografi, compresi fra gli altri nomi come Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Mario Dondero, Uliano Lucas, Liliana Barchiesi, Carlo Cerchioli. Al piano superiore, un enorme tavolo di oltre 50 metri quadrati e un percorso rettangolare lungo circa 60 metri consentono, tra testi didascalici e altre fotografie, di ripassare anno dopo anno tutta la cronistoria della radio e quindi una grande parte della storia di Milano e dell’Italia, con un occhio molto aperto su quel che via via è successo nel mondo. Chiude idealmente la visita una sala oscurata dove viene proiettato un efficace docufilm.

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